CENSIS: EMERGENZA SALARI… da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CENSIS: EMERGENZA SALARI… da IL MANIFESTO

Censis: emergenza salari nel paese impoverito dall’inflazione

AUTUNNO CARO. La strutturale moderazione salariale ha neutralizzato la spirale con i prezzi

Roberto Ciccarelli  03/18/2022

Cresce la povertà assoluta, aumentano le diseguaglianze e continuano a diminuire i salari reali. Sono questi gli aspetti materiali che incidono sull’impotenza organizzata di una democrazia che opprime tanto la soggettività (che non è l’individuo) quanto i rapporti sociali alienati in cui essa si riproduce.

È la fotografia fatta dal 56esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del paese in cui si mescolano, e si sovrappongono, considerazioni sulla costituzione materiale della società con quelle sulla psiche e sui rapporti inter-personali. Così si associa l’analisi sociologica a un sondaggio impressionistico sulle emozioni ispirate a una elementare psicologia di massa che misura il mondo in base alla metafisica dell’Io «grandioso», come lo definiva Heinz Kohut.

Al di là di questa analisi ampiamente criticate da una letteratura che ha superato l’ impostazione centrata sui «ceti medi», su una società «dei consumi» immancabilmente caratterizzata nei termini del narcisismo, e della sua frustrazione di massa, cerchiamo di ricavare alcuni elementi generali per tratteggiare un sondaggio sulla policrisi capitalistica in cui viviamo.

Il rapporto Censis prospetta l’aumento delle persone in «povertà energetica» che non riescono a mantenere un livello adeguato di riscaldamento casalingo a causa dell’aumento delle bollette e dell’erosione dei salari da parte dell’inflazione all’11,8% nel 2022. Si parla del 5,6% delle famiglie in ritardo con i pagamenti. Poi ci sono i nuclei che versano in uno stato di «povertà relativa» o «assoluta» a causa della sempre più ampia quota di reddito familiare da impiegare per le spese «incomprimibili» per il cibo e il riscaldamento, oltre che per i vestiti e altri beni di prima necessità. Nel campione scelto dal Censis la preoccupazione è alta anche tra le famiglie con status medio-basso (33,1%) e tra le famiglie più agiate (32,3%).

La situazione è osservata dal lato delle imprese. A causa del caro-bollette, si stima che 355 mila aziende (8,1% di quelle attive) potrebbero subire un grave squilibrio tra costi e ricavi. L’86,6% si colloca nel terziario, il 13,6% nel settore industriale. Questa situazione potrebbe influire su 3,3 milioni di addetti (19,2% del totale), di cui il 74,5% nei servizi (2,5 milioni di addetti) e il 25,5% nell’industria (850 mila addetti). Le micro-imprese, specialità del capitalismo italiano, potrebbero soffrire di più. Tra il 2012 e il 2020 le imprese attive si sono ridotte di 15 mila, in particolare tra quelle che impiegano fino a nove addetti (-18.115), mentre le altre imprese più grandi presentano saldi positivi, soprattutto tra quelle che occupano tra i 50 e i 249 addetti (+2.225 imprese).

In questa cornice è interessante ricordare i dati sui salari, Come già ricordato dall’Ocse, e poi dall’Ilo, sono bloccati dagli anni Novanta. Ed è questo il vero problema nella fase attuale dell’economia di guerra. Il 51% dei lavoratori dipendenti è attualmente in attesa del rinnovo contrattuale. Nel settore privato la quota scende al 36,5%. I mesi di vacanza contrattuale vanno dai 35 del settore pubblico ai 31 del settore privato. In ogni caso l’attesa di vedere rinnovato il contratto collettivo nazionale sfiora i 3 anni. In altre parole, è un modo usato dallo Stato, e dai proprietari delle imprese, per risparmiare sulla forza lavoro, e per impoverirla. È uno schema ormai consolidato nel capitalismo italiano, un elemento strutturale che si aggiunge all’esproprio del «plusvalore» costitutivo del rapporto di lavoro.

Nel settore privato si contano oltre 4 milioni di lavoratori che non raggiungono una retribuzione annua di 12 mila euro. Di questi, 412 mila hanno un contratto a tempo indeterminato e un orario di lavoro a tempo pieno. Nel 2021, sul totale degli occupati dipendenti, il 9,7% si trovava in condizioni di povertà relativa. Ne parlavamo su Il Manifesto di ieri a proposito dei dati Istat sull’aumento dell’occupazione a ottobre. Cresce il lavoro «a tempo indeterminato», ma resta povero. Ecco un’altra conferma.

Tra il 2012 e il 2021 l’andamento dei prezzi ha rafforzato la moderazione salariale, e dunque l’intero sistema sociale basato sul lavoro precario e sulla desalarizzazione del rapporto di lavoro. Ciò, osserva il Censis, ha di fatto rimosso qualsiasi rischio di innesco della spirale prezzi-salari. Cioè lo spettro agitato dalle banche centrali, e dai governi, per evitare di aumentare i salari e andare in recessione

Fuoco di fila contro una legge di bilancio simbolica e vessatoria

AUTUNNO CARO. Durante le audizioni sulla manovra sono piovute le critiche dalle sponde opposte dei sindacati confederali e di Confindustria. Cgil: «Testo di cortissimo respiro». Bonomi: «Risibile il taglio del cuneo fiscale». Scarsa attenzione si presta al fatto che tra tre mesi potrebbero essere necessari nuovi fondi anti-rincari

Roberto Ciccarelli  03/12/2022

Dalle prime audizioni ieri sulla legge di bilancio davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato è emerso, almeno agli occhi di chi lo vuole vedere, un aspetto decisivo della manovra-manifesto ideologico del governo dell’estrema destra postfascista e leghista. La manvra non è un provvedimento organico. In fondo non lo è mai anche se fingiamo che sia il provvedimento più importante da mettere sotto l’albero. Ma, cosa più importante, è poco più di un quinto «decreto aiuti» che prolunga i bonus contro il caro-energia: 21 miliardi su 35, che si aggiungono ai quasi 60 stanziati da Draghi. E già sono stati annunciati dal ministro leghista dell’economia Giancarlo Giorgetti, a fine marzo, altri stanziamenti che andranno a parare i costi dell’inflazione, della latitanza politica strutturale europea sul prezzo del gas in un’economia di guerra e degli aumenti che tartassano salari e redditi. A Viale XX settembre stanno pensando a un sesto decreto aiuti. E attendono i primi dati sui prossimi trimestri che dovrebbero registrare una «recessione tecnica». Siamo in una policrisi, qualcuno dovrebbe dirlo. E questi sono gli effetti.

A QUESTA SELVA di «tamponi» la legge di bilancio ha aggiunto una lenzuolata di misure vessatorie come il taglio del «reddito di cittadinanza a 660 mila «occupabili» con un risparmio da 734 milioni di euro. Oppure il taglio della rivalutazione delle pensioni che prende in un solo anno 3,7 miliardi per finanziare la flat tax fino a 85 mila euro che discrimina le partite Iva impoverite ed è un affronto ai dipendenti. C’è poi il ritorno dei voucher per dare un’altra spallata alla precarizzazione del lavoro; una norma minimale sugli extraprofitti che dovrebbe portare 2,5 miliardi, siamo lontanissimi dai pur insufficienti 10 miliardi preventivati da Draghi. Senza contare normette ornamentali a favore della piccola evasione come quella sul «Pos» a 60 euro. Senza contare i vari condoni mascherati chiamati «pace fiscale». E indigna il taglio di 700 scuole nel prossimo biennio, la riduzione di oltre 1.400 dirigenti scolastici e Dsga senza risorse per il nuovo contratto ma con 70 milioni alle paritarie. Ed è tornato il sempre verde ponte-sullo-stretto-di-messina.

LE AUDIZIONI dei sindacati Cgil-Cisl-Uil e, all’opposto, di Confindustria si sono trasformate ieri in un fuoco di fila contro il governo e la pochezza della sua manovra. «Manca una visione su quello che sta accadendo, siamo delusi dal risibile taglio del cuneo fiscale, ci sono interventi di natura elettorale come sul Pos o discriminatori tra dipendenti e autonomi come la Flat Tax, servono interventi anti-ciclici, ma qui non ce n’è uno» ha detto Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria che preferirebbe dare alle agenzie interinali il business della formazione e del lavoro dei «percettori» del «reddito di cittadinanza». Non è detto che nel 2024 il governo non colga al volo l’idea che è sulla bocca di tutti gli ideologi neoliberali dentro, e fuori, il parlamento.

TRA TRE MESI il governo tornerà a raschiare il fondo del barile e a tagliare risorse al Welfare. Questo ha detto la segretaria confederale Cgil Gianna Fracassi quando ha detto che questa è «una manovra di cortissimo respiro, soprattutto per quanto riguarda le misure contro il caro energia che scadono alla fine di marzo 2023». «Le misure fiscali sono un simbolo e non servono al paese, vanno cancellati i condoni. Serve una riforma di sistema. Sui salari la manovra non fa nulla, va aumentata la decontribuzioni con misure di “fiscal drag”. Ed è inaccettabile tagliare il reddito di cittadinanza, l’unico strumento di contrasto alla povertà, è migliorabile».

«UNO SCOSTAMENTO di bilancio per reperire più risorse». È questo che serve per Ignazio Ganga della Cisl. La Flat Tax è «un intervento temporaneo», «un bonus una tantum più che un’imposta». I sindacati presenteranno un emendamento unitario su una manovra piena un po’ «di tutto e di niente» dice Domenico Proietti della Uil.

A DARE IL TONO a questa politica estenuata sono i simboli di una sedicente guerra «culturale». Lo ha ribadito Giorgetti che trova «coraggioso» il fatto che la manovra taglia le pensioni per dare ai «figli». Alla guerra di classe si aggiunge quella intergenerazionale spacciata per «giustizia». Capolavoro.

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