BASTA ALLE INGERENZE USA: “NON È PIÙ TEMPO DI CROCIATE” da IL MANIFESTO e ANSA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BASTA ALLE INGERENZE USA: “NON È PIÙ TEMPO DI CROCIATE” da IL MANIFESTO e ANSA

Victor Gao, basta alle ingerenze Usa: «Non è più tempo di crociate»

INTERVISTA. Parla l’analista politico e interprete di Deng Xiaoping negli anni Ottanta. «Le esercitazioni cinesi hanno dimostrato che nessun intervento militare esterno sarà mai permesso»

Alessandra Colarizi  30/08/2022

Parla Victor Gao, interprete di Deng Xiaoping negli anni ‘80 e oggi tra gli analisti cinesi più quotati in virtù degli stretti rapporti con la leadership.

Perché ritiene che la visita di Pelosi abbia incontrato una risposta così forte da parte cinese? Non è la prima speaker della Camera ad aver visitato l’isola.
Pelosi è seconda nella linea di successione per la presidenza. È vero che non è la prima speaker della Camera a visitare Taiwan, ma il contesto generale è mutato da quando a recarvisi fu Newt Gingrich. Innanzitutto perché Pelosi appartiene al partito democratico come Biden. In secondo luogo, venticinque anni fa il movimento separatista taiwanese non era feroce quanto lo è adesso. La Cina ha messo in chiaro fin da marzo, attraverso canali diplomatici, che si opponeva alla visita. Lo ha fatto con mezzi pacifici. Ma la nostra richiesta è rimasta inascoltata. La Cina difenderà la propria sovranità territoriale con ogni espediente.

Biden aveva recentemente rassicurato Xi sugli impegni presi al momento dell’avvio delle relazioni ufficiali. Ritiene che la visita abbia compromesso la credibilità di Biden?
Penso che i commenti di Biden sul rispetto della politica “una sola Cina” siano una buona cosa. Ma ora servono i fatti. La visita illecita si inserisce in una nuova strategia americana tra blocchi contrapposti, in cui Taiwan non è più considerata parte della Cina. Gli Usa vogliono incoraggiare la guerra e il conflitto trascinando Taiwan dalla loro parte e mettendola contro la Cina.

La recente sospensione dei meccanismi di dialogo tra le forze armate aumenta la possibilità di un incidente con gli Usa. La “trappola di Tucidide” si avvererà?
Cina e Usa sono potenze nucleari. Una guerra tra i due sarebbe una calamità per l’umanità intera. Penso che Graham Allison (autore di Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, ndr) abbia ingannato il mondo e confuso i decision maker americani con la sua teoria. Quando si valutano i rischi di una guerra va messo in chiaro che Taiwan non ha la stessa importanza per la Cina e per gli Usa. Il governo ha il sostegno di tutto il popolo cinese. Gli Usa hanno molti interessi in giro per il mondo, in Europa e in Medio Oriente. La guerra non è solo aerei, sottomarini, e missili. Ci vuole dedizione.

Il fattore ideologico è difficile da superare perché riguarda la natura del sistema politico. Ritiene sia corretto parlare di “nuova guerra fredda”?
Nessuno può negare che il mondo sia composto da sistemi di valori diversi. L’importante è non cercare di imporre i propri “idoli” agli altri come è stato fatto in passato. La Cina non accetterà mai i vostri valori, la vostra cultura e i vostri sistemi politici. Però li rispetta. Il tentativo americano di creare blocchi contrapposti sulla base dei valori è destinato a fallire. Non è più tempo di crociate.

Nel suo ultimo libro bianco la Cina parla di riunificazione pacifica con Taiwan ma ha rimosso il passaggio in cui sottolineava la volontà di lasciare ampia autonomia e di non mandare soldati e amministratori sull’isola. Come spiega questo cambiamento?
L’ultimo libro bianco serve a riaffermare la determinazione della Cina a perseguire la riunificazione di Taiwan con mezzi pacifici. Ma questo processo non può continuare all’infinito, soprattutto ora che Taiwan sta cercando di cambiare la sostanza del nostro rapporto con l’appoggio statunitense. Nel policy paper è scritto chiaramente che se si riuscirà a riprendere un dialogo fruttuoso la riunificazione avverrà attraverso “un paese due sistemi” e con la concessione di grande livello di autonomia. Ma se la Cina sarà costretta a utilizzare la forza militare, Taiwan non diventerà una regione amministrativa speciale, come Hong Kong. Diventerà una provincia cinese. In questo caso il livello di autonomia sarà chiaramente diverso: Taiwan finirebbe completamente sotto la giurisdizione cinese e le leggi cinesi. Questo è il punto che viene messo in evidenza nell’ultimo libro bianco, che costituisce anche una roadmap per la riunificazione.

Dopo quanto avvenuto a Hong Kong, però, i taiwanesi non ne vogliono sapere di attenersi a “un paese due sistemi”. Cosa spinge Pechino a insistere?
Penso che con le esercitazioni militari la Cina abbia dimostrato che nessun intervento militare esterno sarà mai permesso. È un segnale importante per Taipei. La leadership progressista ha a lungo ingannato il proprio popolo sostenendo che non ci saranno conseguenze se verrà affermata l’indipendenza perché gli Usa interverranno in loro difesa. Ma con le esercitazioni cinesi tutto questo è stato messo in discussione sotto gli occhi del mondo. La Cina ha cominciato ad operare a est dell’isola e ad amministrare le cosiddette acque territoriali taiwanesi, mostrando così che nessun paese sarà in grado di intraprendere passaggi ostili. Ci vorrà un po’ di tempo perché questo messaggio e questo nuovo scenario diventino comprensibili ai taiwanesi.

Pensa che dopo le elezioni di midterm negli Usa si possa assistere a un allentamento delle tensioni?
Penso che la situazione interna americana vada seguita con grande attenzione perché c’è il serio rischio che degeneri nel caos. E quanto sta avvenendo è molto indicativo del fatto che gli Usa non sono depositari della verità assoluta. Che la democrazia non è infallibile. Credo che alla fine gli Stati uniti realizzeranno che il loro vero nemico è negli Stati uniti, non fuori.

Non crede che prendere le distanze dalla Russia aiuterebbe la Cina a migliorare i propri rapporti con gli Stati uniti e anche con l’Europa?
La Russia è un nostro importante fornitore di gas e petrolio. Gli scambi commerciali crescono. Sono fattori che precedono la guerra in Ucraina. C’è molta storia alle spalle. Proprio per questo la Cina può essere di esempio, perché ha saputo stabilizzare i rapporti con Mosca dopo aver quasi rischiato una guerra negli anni ‘60. L’Occidente deve rispettare la Russia e trattarla come un paese alla pari anziché minacciare la sua sicurezza. In Europa e nel mondo non ci sarà pace finché la Russia sarà esclusa. La Cina non supporta la guerra. Ma osserva la crisi in Ucraina da un punto di vista oggettivo e pragmatico. In un certo senso la posizione di Pechino è molto vicina a quella del Papa. Continuando ad armare l’Ucraina sarà impossibile riportare la pace. Con le sanzioni la Russia diventerà solo più forte e feroce. La verità è che gli Usa cercano da tempo di sabotare la collaborazione energetica tra Mosca e l’Europa. Alla fine saranno proprio i paesi europei a pagare il prezzo più alto di questa guerra.

Biden chiederà 1,1 miliardi di dollari per armare Taiwan

Continua a crescere la pressione militare nella regione

30 agosto 2022

L’amministrazione Biden intende chiedere formalmente al Congresso di approvare una vendita di armi per 1,1 miliardi di dollari a Taiwan.

Lo riferisce Politico.

 Il pacchetto comprende 60 missili antinave Agm-84L Harpoon Block II per 355 milioni e 100 missili aria-aria Aim-9X Block II Sidewinder per 85 milioni, oltre a 655,4 milioni per l’estensione di un contratto per la sorveglianza radar. La notizia arriva mentre continua a crescere la pressione militare nello Stretto di Taiwan, dopo la visita all’isola della speaker della Camera americana Nancy Pelosi. 

Immediata la reazione di Pechino. Il portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, Liu Pengyu, ha detto -in dichiarazioni diffuse dalla Tass- che gli Usa devono smettere di vendere armi a Taiwan poiché qualsiasi contatto militare con l’isola viola il principio di “una sola Cina”. “Gli Stati Uniti devono interrompere immediatamente la vendita di armi a Taiwan e i contatti militari con Taiwan – ha detto Liu, riferendosi ai piani di Washington di vendere armi altre armi a Taiwan -. Devono smettere di creare fattori che potrebbero portare a tensioni nello Stretto di Taiwan, e dovrebbero dar seguito alla dichiarazione del governo Usa di non sostenere l”indipendenza di Taiwan'”.
   

E le prossime settimane rischiano di vedere la tensione crescere ancora. Lo Yuan Legislativo, il parlamento di Taiwan, si appresta a ricambiare le tre visite di agosto di altrettante delegazioni del Congresso americano, partite all’inizio del mese con quella della speaker Pelosi: a metà settembre, 8-10 deputati di un ampio spettro di partiti dell’isola saranno a Capitol Hill, a Washington, per incontri anche con rappresentanti dell’amministrazione di Joe Biden. Il vicepresidente del Gruppo di amicia parlamentare Taiwan-Usa, Charles Chen, l’ha definita una “missione di routine” ma nel contesto attuale, però, ha il potenziale per infiammare lo scontro tra Washington e Pechino

La visita di Pelosi, inoltre, dato il via a una prova militare senza precedenti di Pechino intorno alla provincia ribelle da riunificare anche con la forza, se necessario. Solo ieri l’Esercito popolare di liberazione ha mobilitato 8 navi e ha aumentato a 37 i caccia intorno a Taiwan, in risposta ai due incrociatori americani transitati nel fine settimana nello Stretto di Taiwan.  Una mossa, quest’ultima, finita nel mirino del ministero degli Esteri cinese. Con il pretesto della libertà di navigazione, “le navi da guerra americane mettono in mostra la loro forza: non si tratta di una promessa di ‘libertà e di apertura’, ma di una provocazione che cerca di colpire la libertà e di un deliberato sabotaggio della pace e della stabilità regionale”, ha tuonato il portavoce Zhao Lijian.

Altro teatro caldo, dall’1 al 7 settembre, sarà l’Estremo Oriente, dove navi da guerra russe e cinesi daranno vita a esercitazioni congiunte (‘Vostok 2022’) per perfezionare “la difesa congiunta delle rotte marittime e delle aree di attività economica” nel mare di Okhotsk, del Giappone e nei territori del Distretto militare orientale russo. Una prova in scala minore dovuta alla guerra in Ucraina: nel 2018, ultimo anno di attività congiunte, Mosca ufficializzò 300.000 soldati contro i 50.000 attuali.

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