AUTOCRAZIE BATTONO DEMOCRAZIE: 74 CONTRO 63 da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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AUTOCRAZIE BATTONO DEMOCRAZIE: 74 CONTRO 63 da IL FATTO

Autocrazie battono democrazie: 74 contro 63

IN PEGGIORAMENTO – Nei Paesi in via di sviluppo o emergenti, 7 Stati hanno cambiato regime, spostandosi verso forme di governo dittatoriali in due anni

COSIMO CARIDI  22 MARZO 2024

Ci sono più autocrazie che Stati democratici. Secondo la Fondazione Bertelsmann, uno dei più blasonati centri di ricerca tedeschi, la qualità della democrazia è in forte peggioramento. La Fondazione ha pubblicato questa settimana l’Indice di Trasformazione (Bti), uno studio su 137 Paesi. Secondo i dati raccolti tra i Paesi presi in considerazione ci sono: 63 democrazie e 74 autocrazie. La ricerca analizza tutto il mondo escludendo l’Europa occidentale, il Nord America e l’Australia, l’Occidente insomma. Restano quindi i Paesi in via di sviluppo o emergenti.

Negli ultimi due anni sette Paesi sono passati da essere considerati democrazie a regimi dittatoriali, tra questi anche la Tunisia. “La graduale erosione della democrazia – si legge nel report – può aprire la strada all’instaurazione di un governo autoritario, una tendenza esemplificata dai casi di Bangladesh, Mozambico e Turchia”. Nel caso di Ankara, l’ultimo decennio ha eroso completamente le basi democratiche dello Stato. Nel 2014 era considerata una “democrazia deficitaria”, ma prossima allo stadio successivo “democrazia in consolidamento”. Oggi la Turchia è al gradino più basso della “autocrazia moderata”, pronta a essere declassata ulteriormente ad “autocrazia dura”. L’indice, istituito nel 2006, valuta su base biennale la qualità della democrazia, le performance economiche e la governance di ogni singolo Stato.

Per redigere l’indice sono stati raccolti rapporti dettagliati, oltre 5 mila pagine provenienti da 120 Paesi e analizzati da 300 esperti dalle principali università e think tank di tutto il mondo. Nel report presentato questa settimana si legge che “quasi un terzo dei 137 Paesi esaminati dal Bti mostra il livello più basso di opportunità di partecipazione politica mai registrato”.

Putin male, Al Sisi bene ma amici tra loro
In quest’elenco compaiono allo stesso tempo Paesi “amici” dell’Occidente, come Arabia Saudita o Qatar, e nemici come Russia, Iran, Cuba. Discorso a parte meriterebbe la Cina, “nemico” con cui comunque si fanno molti affari e si stringono patti.

Pochi giorni fa in Parlamento la premier Meloni ha marcato una differenza tra l’Egitto di Al Sisi e la Russia di Putin, Paesi entrambi nell’elenco della Bertelsmann. Proprio ieri Al Sisi e Putin hanno avuto una conversazione telefonica, l’egiziano si è congratulato con Putin per la sua rielezione, augurandogli successo e prosperità e augurando al popolo russo ulteriori progressi. Putin, dal canto suo, ha elogiato la profondità e la forza delle relazioni tra Egitto e Russia e il continuo impegno dei rispettivi governi per rafforzarle.

Negli ultimi due anni, le elezioni in 25 Paesi sono state meno libere e giuste che nello scorso biennio, mentre i diritti di assemblea e associazione in 32 Stati sono stati sempre più ridotti. La libertà di espressione, in cui rientra la libertà di stampa, ha subito controlli più stringenti e censure in 39 Paesi.

Ristrette le libertà è poi difficile tornare indietro
Due gli eventi principali che hanno portato al peggioramento generale registrato nel Bti: la guerra in Ucraina con la conseguente tensione internazionale e la pandemia di Covid-19. Rispondendo alle domande dell’emittente pubblica tedesca DW, Sabine Donner, una degli autori dello studio ha spiegato che il lockdown e le restrizioni temporanee delle libertà civili hanno causato un deterioramento dello sviluppo democratico. “La pandemia è stata un’opportunità per limitare i diritti e per concentrare ulteriormente il potere nelle mani dei governo – ha detto la ricercatrice – ma in fondo, la pandemia non ha causato problemi che non esistevano già”.

Il problema che viene evidenziato è che una volta ridotti i diritti la riacquisizione passa attraverso processi lunghi e difficilmente attuabili in regimi che già manifestano limitazioni democratiche. In particolar modo se questo avviene in concomitanza con una recessione o anche solo una crescita economica più limitata di quella prevista.

Secondo il Bti, lo Yemen è il Paese con meno democrazia al mondo e con la peggiore situazione sia dal punto di vista economico sia di capacità del governo. Con un punteggio leggermente migliore, ci sono la Somalia e il Myanman. Siria, Afghanistan e Libia sono poco sopra, con tutti gli indicatori, seppur la loro posizione economica sia nettamente migliore, lo stato della democrazia viene indicato come: dittature dal pugno di ferro.

Tutti i paesi del Golfo vengono catalogati come “autocrazie dure”, nessuno di questi è però considerato uno Stato che ha fallito la trasformazione. Le enormi ricchezze garantiscono infatti un alto posizionamento degli indicatori economici anche se non si traduce in una maggiore democrazia. Nella categoria delle “autocrazie dure” trova spazio anche la Russia, declassata negli ultimi due anni, nel 2014 era considerata una “autocrazia moderata”. Gli indicatori dei diritti dei cittadini, e il conseguente peggioramento, sono molto simili a quelli della Bielorussia.

L’Egitto rimane stabilmente, sin dalla presa del potere di Al Sisi, etichettato come dittatura. Nello studio Bti c’è spazio per notare fenomeni positivi. Vengono citati i casi degli Stati baltici, Taiwan, Corea del Sud, Costa Rica, Cile e Uruguay. “Saldamente ancorata allo Stato di diritto, la governance in questi Stati ha enfatizzato la prioritizzazione strategica, i processi partecipativi e l’inclusione”. Questo ha prodotto risultati solidi nei settori dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, delle infrastrutture e aumentato il tenore di vita.

È la compresenza di tutti questi fattori che rende possibile un “rafforzamento della democrazia nel suo complesso”. I regimi autoritari tendono a giustificare le proprie azioni con l’argomento dell’efficienza. I processi sopra elencati sono difficili da controllare e sovente sono soggetti a lunghi momenti di stallo.

Decisionismo e tempi rapidi, i vantaggi del dispostismo
Le dittature invece hanno enorme capacità decisionale, con tempi rapidi per l’attuazione delle risoluzioni prese. Lo studio vuole però mostrare una debolezza dei regimi autocratici, meno capaci di rettificare gli errori commessi. La ricercatrice Donner torna sul caso cinese: “Durante la pandemia di coronavirus, quando è diventato chiaro che i rigidi lockdown non funzionavano, ci sono state enormi proteste nonostante il sistema repressivo. Non si tratta solo di riconoscere che vengono intraprese azioni sbagliate, ma anche di quanto sia difficile correggerle”.

Le autocrazie possono finire così sotto pressione e commettere nuovi errori. In questo caso, se esiste una società civile organizzata, il paese può iniziare un processo di transizione e un sistema democratico. Tra gli esempi analizzati dal Bti il più lampante è quello Taiwan. Dopo una lunga gestione dittatoriale, con il potere passato da Chiang Kai-shek al figlio, si è innescato un processo democratico. Questo è avvenuto solo grazie alla modernizzazione economica del Paese. Anche la Corea del Sud ha attraversato con successo le stesse tappe. Se si prende in considerazione l’indice, cioè i tre indicatori assieme (democrazia, economia e governance), appare chiaro che dal 2006 c’è una tendenza generale al peggioramento. Esistono dei casi di miglioramento, ma le condizioni socioeconomiche sembrano indicare una sempre minore democrazia. Singapore è l’unico caso in cui una dittatura ha indicatori economici e di attività del governo che lo fanno entrare nei Paesi “altamente avanzati”.

Franco Cardini: “Russia? Eppure il voto libero sta sparendo anche qui, siamo all’oligarchia”

L’ESPERTO DI SISTEMI POLITICI

 GIAMPIERO CALAPÀ   22 MARZO 2024

 Franco Cardini, storico medievista, studioso di sistemi politici, nel mondo ci sono oggi più autocrazie che democrazie…

Il voto libero sta scomparendo in tutto il mondo. Ci sono forme nuove, diciamo. Ma la semplificazione per cui Putin è un autocrate e qui è il paradiso delle libertà è una mistificazione.

Partiamo dai distinguo dell’Occidente su autocrazie amiche e nemiche. L’Egitto per la premier Meloni va bene, la Russia no.

Quali elementi costituzionali portano Meloni a stabilire che l’Egitto di Al Sisi vada bene e la Russia di Putin no?

L’invasione di un paese sovrano?

Anche l’America ha più volte invaso e attaccato paesi sovrani, ma siamo rimasti amici di Washington. Le democrazie liberali nella storia spesso sono state aggressori di altri Stati. Mi devono spiegare anche perché la non soluzione del caso Regeni va bene e la non soluzione del caso Navalny non va bene. Il punto è che siamo nel blocco Nato, completamente allineati agli Stati Uniti. Il resto sono davvero chiacchiere difficilmente sostenibili.

Non vorrà dire che le democrazie occidentali siano uguali alla Russia?

Le nostre democrazie sono zoppicanti, ma mica da ora. Nelle nazioni occidentali più della metà delle persone non va più a votare. Certo che la Russia, che definirei democrazia autoritaria e non autocrazia, è caratterizzata da restrizioni nell’esercizio del potere democratico. Ma anche qui il meccanismo di scelte, seppur quantitativamente più largo, è sempre più qualitativamente ristretto. Sono delle oligarchie che scelgono i candidati.

Abbiamo ancora un sistema con più partiti. In Russia c’è di fatto il partito unico, no?

In Russia, Putin e pochi sodali disegnano la Duma. Da noi è maggiore il numero dei partiti, ma siamo sempre di fronte a piccole élite con poche unità che scelgono le liste. E la sostanza, in presenza di un’astensione sempre più elevata, è quella di oligarchie che sono solo apparentemente alternative.

Be’, nei nostri sistemi il potere è contendibile. O no?

Da noi i partiti e i loro rappresentanti sono formalmente più liberi. Ma la sovranità è limitata, questo è evidente. In politica estera e in economia ci sono tutte queste differenze fra destra e sinistra. Direi proprio di no. E questo è determinato anche dal fatto che ospitiamo circa 140 basi americane sul nostro suolo. C’è una differenza fra paese legale e paese reale, fra alto e basso: il basso è la metà di cittadini che non si riconosce nel sistema e non va a votare. Ma a governare e decidere, per conto di qualcun altro, sono le oligarchie. Ad esempio l’Occidente esita a condannare Israele, che dell’Occidente fa parte, su quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza. Eppure per Putin è stato oggetto di un mandato di arresto internazionale per molto meno di quanto sta facendo Netanyahu ai palestinesi.

Non si può sostenere, però, che in paesi come Russia o Cina sia consentito il dissenso, mentre da noi lo è.

Noi siamo più vicini a loro di quanto si pensi anche da questo punto di vista. E sarà sempre peggio. Quello che mi rifiuto di fare è tirare una linea tra libere democrazie e tirannide, perché non è così.

Può paragonare mai i nostri Parlamenti a quelli di Russia e Cina?

Soprattutto in Cina in Parlamento, le posso assicurare, finiscono persone ultracompetenti e preparate. Con grandi specializzazioni tecnologiche e organizzative. Quindi dal punto di vista qualitativo non c’è partita. Poi mi può fare un discorso di uniformità politica al proprio governo. Ma come dicevo prima poi, anche da noi, rispetto alle grandi scelte di politica internazionale o di sistemi economici, l’uniformità emerge eccome, la scarsa qualità non è affatto compensata quindi da una quantità di punti di vista che compare solo prima delle elezioni e poi svanisce.

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