ANCHE OGGI ISRAELE CI HA REGALATO LA NOSTRA STRAGE QUOTIDIANA da ANTIDIPLOMATICO, IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANCHE OGGI ISRAELE CI HA REGALATO LA NOSTRA STRAGE QUOTIDIANA da ANTIDIPLOMATICO, IL MANIFESTO e IL FATTO

Andrea Zhok – Anche oggi Israele ci ha regalato la nostra strage quotidiana…

 Andrea Zhok*  30 Giugno 2025

 Anche oggi Israele ci ha regalato la nostra strage quotidiana. Un attacco aereo ha preso di mira l’Al-Baqa Café sulla spiaggia di Gaza, facendo almeno 21 morti. Si tratta di uno dei pochi luoghi in cui è (era) possibile avere un accesso internet nei prolungati blackout delle comunicazioni in Gaza, e perciò è (era) spesso sede di giornalisti e fotoreporter (almeno tre morti in questo attacco).

Insieme alle lacrime, le parole sono finite da tempo.

È come vivere in un dipartimento dell’inferno emerso per accidente alla superficie terrena, come abitare l’incubo di un pazzo sadico.

È come se la rivolta e il massacro del Ghetto di Varsavia andasse in onda sempre di nuovo, ma moltiplicato per dieci nei numeri, nella durata, nell’efferatezza; ed è come se il tutto venisse trasmesso in mondovisione, e tutt’attorno la buona società del giardino occidentale applaudisse ad ogni nuovo schizzo di sangue, e si guardasse allo specchio soddisfatta.

Questo è il Male. 

E in tutto questo orrore c’è un orrore indiretto, nascosto, a scoppio ritardato. 


Quest’oscenità morale e umana, infatti, non è solo qualcosa che colpisce le vittime presenti, non è qualcosa che si esprime solo nei confronti di un popolo martoriato e lontano, e che perciò merita la nostra compassione. 

Chi pensa così non capisce la portata di quello che sta accadendo. 
Ciò che sta avvenendo è la prova provata della metamorfosi dell’anima occidentale in un automa assassino, in un Golem che recita la giustizia e il diritto, ma conosce solo la forza e l’inganno.

Stiamo accettando, legittimando, giustificando un mondo in cui chi non ha la forza per difendersi può essere smembrato e schiacciato senza un battito di ciglia. 

Nei ceti dirigenti occidentali il nichilismo è divenuto seconda natura e contano solo la forza e la menzogna.

Che non sia un accidente legato alla Palestina lo si vede rammentando la dinamica del recente attacco israelo-americano all’Iran. Lì, i negoziatori sono stati tratti in inganno fino all’ultimo, mentre l’attacco – oggi lo sappiamo ufficialmente – era preparato da mesi; due capi di stato hanno mentito in mondovisione ripetutamente come parte (anche questo ammesso pubblicamente) di una tattica per far “abbassare la guardia” alla futura vittima; quando l’attacco è partito, esso ha ucciso vertici politici e militari di uno stato rappresentato all’ONU, ha ammazzato scienziati nelle loro case con le loro famiglie, i loro vicini, in due casi con l’intero condominio. Il mattatoio si è fermato solo perché, diversamente da come previsto, la vittima non è risultata inerme.

Ecco, la cosa che temo ci sfugga ancora è che tutto ciò non ha un bersaglio fatale designato e limitato, che noi possiamo compatire come “altro da noi”.

No, ciò che è avvenuto è che abbiamo sdoganato in maniera completa l’imperio della violenza e della menzogna, che potrà abbattersi, date le condizioni utilitarie adatte, su chiunque non sia in grado di difendersi, dentro e fuori ogni paese ed ogni società, senza un tentennamento.

Una volta superata questa soglia l’esercizio della forza e della menzogna può e potrà colpire chiunque, ovunque, famiglie e individui, associazioni e gruppi, classi e ceti, paesini e città, interni ed esteri. Passato questo confine della coscienza, chiunque, laddove al potere dovesse essere utile farlo, si trasformerà in  muta carne da macello.

Le stesse facce di gomma possono giustificare e giustificheranno qualunque doppio, triplo, quadruplo standard; gli stessi pupazzi assassini possono e potranno sterminare o incarcerare o affamare chiunque, compiacendosi della propria efficienza; gli stessi scribacchini a ore possono e potranno “governare la narrazione” in maniera da far svanire dalla coscienza pubblica tutto ciò che potrebbe produrre una reazione o un sussulto di sdegno. 

Il meccanismo è oliato, i popoli impotenti, gli attori invisibili. 
Un tritacarne industriale potrà lavorare a pieno regime al centro del palcoscenico senza che nessuno lo noti.

*Post Facebook del 30 giugno 2025

Un mondo senza diritto internazionale

Cambio di paradigma Il fragile ordine globale dell’89 crolla dopo le guerre “umanitarie” contro i civili, la diffusa pratica – da Israele agli Usa – di omicidi di leader avversi e l’uso di droni armati avviato da Obama

Luca Baccelli  01/07/2025

Il 21 giugno 2025 è cambiato il paradigma delle relazioni internazionali? È definitivamente tramontato il tentativo di regolarle attraverso il diritto? Trump agisce su comando di Netanyhau? La sua politica estera è schizofrenica? Certo l’aggressione americana all’Iran segna un salto di qualità nella regressione alla forza bruta e l’impunità colloca Israele in una posizione privilegiata. Ma bisogna provare ad allargare la prospettiva.

Follow the money. «L’imperatore non è pazzo, è indebitato», ha scritto Emiliano Brancaccio; e le analisi di Alessandro Volpi ci ricordano come le azioni apparentemente contraddittorie di Trump, dalla guerra commerciale a quella militare, abbiano a che fare con la crisi dell’egemonia finanziaria degli Usa.

Quanto all’idea che l’ordine basato sulle regole sia finito con il solstizio d’estate 2025, occorrono almeno alcune integrazioni. Fra la guerra dei Trent’anni e la Prima guerra mondiale (1648-1918) il diritto internazionale regolava i rapporti fra gli Stati europei in una situazione di reciproco equilibrio fra le principali potenze, mentre era praticato l’uso senza limiti della violenza bellica verso i popoli “non civilizzati” al di fuori dell’Europa. Ci sono voluti i 50 milioni di morti della Seconda guerra mondiale per costituire le Nazioni Unite e vietare l’uso e la minaccia della forza (articolo 2 della Carta).

A ben vedere, il riconoscimento degli equilibri era intrinseco alla stessa costituzione dell’Onu, con il ruolo privilegiato dei 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del potere di veto. Di conseguenza, nei 40 anni successivi le norme del diritto internazionale si sono rivelate ineffettive e inefficaci (quasi mai il Consiglio di sicurezza è intervenuto contro Stati responsabili di guerre di aggressione e crimini di guerra se alleati dei membri permanenti) ma non se ne è contestata la validità e la legittimità.

Dopo il 1989 è sembrata aprirsi un’epoca nuova anche per il diritto internazionale. Bush padre presentava la guerra all’Iraq autorizzata dal Consiglio di sicurezza come l’avvento di «un mondo nel quale il governo della legge, non la legge della giungla, governi la condotta delle nazioni».

Il New World Order proclamato dalla sua amministrazione era egemonizzato da un’unica iperpotenza economica e geopolitica; gli sconfitti, a cominciare dalla Russia e dalla Cina, vi erano ammessi solo in posizione subordinata, come fornitori di materie prime, prodotti a basso costo e poi risorse finanziarie.

Ma la legge è stata più volte violata e soprattutto delegittimata. L’aggressione della Nato alla Federazione Jugoslava nel 1999, sotto la presidenza Clinton, è avvenuta senza nessuna autorizzazione dell’Onu. Il copione si è ripetuto nel 2003, quando la nuova guerra all’Iraq è stata giustificata secondo la dottrina – illegale – della legittima difesa preventiva. In generale la violazione del diritto internazionale rimandava a «buone motivazioni etiche» (Habermas nel 1999) o a valori «giusti e veri per ogni persona, in ogni società», cioè «libertà, democrazia e libera impresa» (Bush figlio nel 2002). Anche nelle guerre «umanitarie» il diritto internazionale umanitario è stato interpretato in modo da evitare vittime fra i militari occidentali, pazienza per i danni collaterali ai civili che dovevano essere liberati dai tiranni. La pratica degli omicidi di leader avversi in Stati terzi si è diffusa da Israele agli Usa, così come l’uso di droni armati si è generalizzato durante l’amministrazione di Obama. Che a sua volta, nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la pace (2009), ha fatto sua la dottrina etica della guerra giusta e rivendicato il suo diritto ad agire unilateralmente.

L’ordine internazionale liberale aveva basi fragili e il sintomo più evidente del suo crollo è il deperimento del diritto internazionale. Anche se viene ancora invocato a sproposito da Putin per l’invasione dell’Ucraina come da Israele per giustificare il massacro di Gaza con il suo diritto naturale all’autodifesa. Paradossalmente, il diritto internazionale potrà tornare a svolgere una funzione se manterrà – cosa che non ha mai fatto – la promessa dell’uguaglianza di fronte alla legge.

Questo ormai è possibile solo in un quadro multilaterale: oggi è Xi a paventare il ritorno della legge della giungla. Ma in “Occidente” le classi dirigenti sembrano prigioniere in un loop autoreferenziale (con il 5% del Pil in spese militari «siamo pronti a soffrire e morire insieme», proclama il segretario della Nato Rutte). Occorrerebbe sganciarsi dall’egemonia agonizzante degli Usa, riavviare partnership multilaterali a cominciare dalla Cina, diversificare fonti energetiche e informatiche, riprendere la transizione ecologica. Purtroppo anche gran parte dell’establishment progressista, da Starmer alla destra Pd, la pensa in tutt’altro modo.

“Teheran vuole l’energia nucleare, perché viene attaccata pur trattando?”

 Angelo D’Orsi  1 Luglio 2025

Un giovane, già studente in Italia, all’ex professore: “Cosa dovremmo fare?”

Qualche giorno fa, quando erano appena iniziate le incursioni missilistiche e aeree sull’Iran, da parte di Israele (prima che intervenisse Trump con le sue bombe), mi giunse inaspettata una lettera da un mio studente che anni prima aveva frequentato un mio corso. Alireza era uno studente non soltanto sveglio ma appassionato, che si laureò brillantemente, un giovane che aveva desiderio di apprendere e bisogno di discutere. Era critico verso tanti aspetti del governo iraniano, sul piano della politica interna, sull’ingombrante peso della religione, su certe assurde proibizioni e altrettanto inaccettabili obblighi imposti a fette di popolazione, ma, nel contempo vedeva nello Stato iraniano un baluardo che con la sua stessa esistenza frenava l’espansionismo occidentale nella regione, rappresentava un contraltare all’egemonia Usa, e alla codarda subordinazione dell’Ue a Washington.

Alireza amava viaggiare, e nei limiti delle sue possibilità lo faceva. Amava discutere ed era pronto a farlo con chiunque non avesse gli occhi chiusi e le orecchie tappate. Amava la cultura europea, specialmente quella italiana, e aveva seguito con entusiasmo il mio corso su Gramsci, tornandosene nel suo paese con un baule di libri e la testa piena di idee. E con una notevole conoscenza della nostra lingua che, al suo arrivo in Italia, capiva e parlava in modo assai approssimativo.

Ci rivedemmo in un suo rapido passaggio dall’Italia, e mi aveva portato in dono una raccolta di scritti di Gramsci sulla Rivoluzione d’Ottobre, da lui stesso tradotti. Un omaggio prezioso, di cui gli fui molto grato: quelle piccole o grandi soddisfazioni di un docente che riceva la prova di aver ben seminato. Il fatto che egli abbia avvertito il bisogno di scrivermi, ora, nel momento più tragico dell’attacco israeliano al suo paese, nel silenzio complice della “comunità internazionale”, rende la sua lettera degna di interesse, anche se, come ha osservato un’altra giovane iraniana, residente in Italia, alla quale l’ho fatta leggere, Alireza non accenna “allo spettacolo di magia dei media occidentali, dove dopo nemmeno un giorno, non si parlava più dell’attacco e delle sue ragioni”, ma della “liberazione del popolo iraniano al ritmo di bombe sulla testa degli iraniani stessi, a opera della moralissima Israele”. Ma di questo i più attenti tra noi si sono accorti, e ne hanno un motivo ulteriore di critica verso Tel Aviv, Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino eccetera. Ed ecco la parte essenziale della lettera:

Adesso sono nel centro di Teheran, sotto vari attacchi d’Israele. La gente scappa ma io insisto a rimanere a casa mia. (…) Di certo saprà della guerra imposta all’Iran. Dico all’Iran e non al governo iraniano, non allo Stato iraniano, non al regime o, come piacerebbe a qualcuno, agli ayatollah o agli islamisti. Dico all’Iran, e Lei sa benissimo cosa intendo sottolineare. Purtroppo, l’“amico” dell’Occidente sta facendo sul serio: uccide militari, diplomatici, scienziati, bombarda ospedali, case, uomini, donne e bambini. Insomma, uccide iraniani, come palestinesi, libanesi, yemeniti, siriani… uccide. Il pretesto? Le menzogne facilmente vendibili ai media asserviti. Le istituzioni? Autocontraddittorie, fasulle, oscillanti tra l’essere strumenti o portavoce degli assassini. Israele – che possiede bombe atomiche senza essere controllato dall’Aiea, Stato razzista e genocida già condannato da varie Corti internazionali – massacra gli iraniani con la scusa che l’Iran sia vicino alla bomba atomica. Lascio stare l’analisi semiotica, retorica e politica di questa affermazione, ma vorrei soffermarmi sulla posizione che l’Ue e altri paesi “bianchi, settentrionali, sviluppati, civilizzati e democratici” hanno assunto riguardo agli attacchi israeliani contro l’Iran. La situazione nucleare iraniana, al contrario di ciò che vogliono far credere, è molto semplice: l’Iran vuole l’energia nucleare. Accetta di essere sorvegliato, più di qualsiasi altro membro dell’Aiea. Ha partecipato a negoziati e accordi con vari paesi e istituzioni, nonostante nessuno abbia mai rispettato i propri obblighi, pretendendo invece che l’Iran rispettasse i suoi. Basta vedere l’accordo tra Iran e 5+1 del 2015. Eppure, Israele uccide iraniani perché “pensa che…”. Lei cosa ne pensa? Cosa dovrebbe fare l’Iran? Glielo chiedo esplicitamente, da allievo. Spero nella vittoria dei popoli di tutto il mondo, e di tornare a tradurre Gramsci in persiano.

Spero che stia bene e forte, e che continui a criticare.

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