ALLEANZE PER SCONFIGGERE L’INSICUREZZA GLOBALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ALLEANZE PER SCONFIGGERE L’INSICUREZZA GLOBALE da IL MANIFESTO

Una rete di alleanze per sconfiggere l’insicurezza globale

INDAGINI. Gli economisti Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli interrogano «La guerra capitalista» (Mimesis). Il libro vuole attualizzare l’approccio marxista in un mondo spezzettato, caotico e multipolare, in cui trova spazio la lotta per l’egemonia dei vari imperialismi

Roberto Ciccarelli  23/12/2022

Davanti all’angoscioso precipizio aperto dall’invasione russa dell’Ucraina gli economisti Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli hanno scritto un libro che pratica un esercizio distante dai «codismi» che servono le propagande belliche dell’uno o dell’altro imperialismo in lotta.

GIÀ IL FATTO che La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista (Mimesis, pp. 282, euro 20) usi il concetto di «imperialismo» segna una discontinuità rispetto al dibattito tossico basato sulle veline di guerra e rispetto alla moda della «geopolitica», una «metodologia di tipo aneddotico» e una «non scienza priva di leggi» che non siano quelle di una «natura umana», ossessionata dal controllo del territorio, armata di valori astorici, affamata di potere.

A questa antropologia unidimensionale, automatica e pessimistica, gli autori contrappongono una concezione non idealistica, ma dialettica, irriducibile al positivismo scientista dell’economia neoliberale e basata sulla metodologia del «net control» intesa come misura della concentrazione della proprietà azionaria. La «natura» viene così storicizzata e il «potere» non è una sostanza. È uno degli effetti delle contraddizioni produttive, sociali e morali di una «legge» formulata da Karl Marx ne Il Capitale: la centralizzazione del capitale mondiale in cui paesi «debitori» e «creditori» si oppongono in una crisi permanente che può sfociare in guerre di diversa intensità.

MARX HA DISTINTO due momenti: la concentrazione e la centralizzazione dei capitali. Il primo concetto indica la concentrazione del capitale in sempre meno mani, una competizione che genera vincitori che cannibalizzano i vinti, crea nuovi mezzi di produzione e una forza lavoro subalterna e precarizzata.

Il secondo concetto indica la centralizzazione del capitale, esito della competizione tra capitalisti per la conquista dei mercati che porta a una competizione inflessibile e alla creazione di un’oligarchia capitalista che non ha bisogno di imporre una proprietà sui capitali. Tale sistema è basato su una «contraddizione» in cui il capitalismo nega la «proprietà privata» e usa quest’ultima per liquidare la «libera concorrenza».

QUESTO MECCANISMO si ripete e ha permesso il finanziamento dell’infrastrutturazione ferroviaria del mondo o l’imbricazione della vita nel capitalismo delle piattaforme digitali. La storicizzazione di una legge tendenziale, dunque non eterna né deterministica ma politica, permette di introdurre il problema della difficile e rara possibilità di rovesciare il capitalismo.

All’origine di questo dibattito ci sono Hilferding e Lenin, Sweezey e Mandel. Il libro si propone di attualizzare l’approccio marxista in un mondo spezzettato, caotico e multipolare in cui trova spazio la lotta per l’egemonia tra un imperialismo «occidentale», basato sull’egemonia degli Stati Uniti, che si erge al ruolo di baluardo delle libertà civili e politiche in nome delle quali ha scatenato guerre nel recente passato; quello di una Cina diventata un paese capitalista a tutti gli effetti che declina una versione dell’imperialismo economico; l’imperialismo dell’infame oligarchia russa.

IN QUESTO SCENARIO lottare contro l’imperialismo del proprio paese non significa innamorarsi di quelli altrui. Una precisazione non di poco conto in un momento in cui il complottismo sembra avere sussunto l’idea della critica, mentre l’approccio politico al conflitto è intorbidato da un malinteso «realismo» senza soggettività oppure è diventato una parodia dove il «Bene» è attribuito all’imperialismo degli Stati Uniti e dei loro alleati, mentre altri lo proiettano sull’oligarchia russa in cui vedono tracce residue della rivoluzione bolscevica.

GIÙ LE ARMI e su i salari contro la barbarie della guerra capitalista. Dal punto di vista di una critica dell’economia politica è su questo nesso che il libro invita a riflettere il pacifismo diffuso. Non la consolazione dei popoli, ma una politica che prospetta una potenziale alleanza anticapitalista capace di opporsi allo scontro tra i poteri selvaggi che prosperano sull’insicurezza globale e affermare gli interessi vitali del salario, del reddito e della garanzia della vita.

Ucraina, decifrare la misura del conflitto

TEMPI PRESENTI. Un percorso di letture per attraversare significati e storia della guerra. Due saggi, di Francesco Strazzari e Noam Chomski, e un reportage di Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi. Partendo dalle parole, il lessema protoslavo «krajna», rinnovando memorie balcaniche, vuol dire «pezzo di un pezzo di terra», terra ai margini, al confine. Un focus è quello che racconta ciò che è accaduto dal 2014 nel Donbass, con 14mila morti, due milioni di profughi e diversi tentativi diplomatici: Minsk1 e Minsk 2

Tommaso Di Francesco  23/12/2022

È possibile produrre una analisi scientifica e indipendente sulla guerra in Ucraina, interrogandosi su origini, senso e implicazioni del sanguinoso conflitto in corso iniziato con l’aggressione di Putin il 24 febbraio ma preceduto da 8 anni di crisi bellica tra Kiev e il Donbass? C’è riuscito Francesco Strazzari con un libro davvero importante, Frontiera Ucraina. Guerra, geopolitiche e ordina internazionale (Il Mulino, pp. 226, euro 16). L’intento è stato quello di decifrare la dimensione ideologica e simbolico-emotiva del conflitto. Partendo dalle parole: in questo caso il lessema protoslavo krajna. Che, rinnovando memorie balcaniche, vuol dire «pezzo di un pezzo di terra», terra ai margini, al confine. Dominato dal principio ufficiale di separazione ma dove è potuto accadere, come terra «di nessuno» perfino il contrario con liberi rapporti e scambio.

LA SEPARAZIONE è nata e si alimenta sia dai miti fondativi, che rischiano su questo liminare di essere uguali sia per russi che per ucraini, sia dai processi storici che derivano dalla costituzione dell’Urss sulla sconfitta dell’impero zarista, e poi dall’implosione dell’Urss con la nascita della Federazione russa – in mezzo c’è il nodo cogente della Crimea, russa ma finita per «donazione» di partito all’Ucraina e poi autodeterminatasi come russa. Per una Russia, scrive Strazzari, «ripiegata sulla propria sconfitta» epocale e non ascoltata in Occidente, sul crinale irrisolto di essere al contempo parte dell’Europa e pansalvista con internità nell’Eurasia. Ma per la quale il nuovo leader Putin sarebbe stato pronto a costruire il riscatto sovranista-nazionalista, con il mix simbolico aggressivo della «patria minacciata», recuperando zar e Stalin e cancellando ancora una volta i tentativi di Gorbaciov di salvare l’esperienza sovietica e socialista-internazionalista, e scaricando sul bolscevismo e su Lenin le responsabilità della nascita dell’Ucraina indipendente e sovietica.

Ma se non ci sono sconti per Putin, non ce ne sono nemmeno per la Nato «presente nella crisi dal 1997», per il nazionalismo di Kiev; e per la destra estrema ucraina, suprematista e ammantata di simbologia nazista – espediente narrativo dell’invasione di Putin che però pesca nello stesso pozzo nero dell’identità sovranista –, che dopo Majdan, dal 2014 si è impegnata in una guerra criminale contro i filorussi e russofoni e che ora, difendendo il Paese dall’aggressione, acquista ancora più centralità, del resto da tempo è parte delle istituzioni dello Stato ucraino che, scrive Strazzari, «dovrebbe preoccuparsi di questa minaccia alla democrazia». E c’è una critica all’invio massiccio di armi da parte occidentale presentato «poco credibilmente quale mezzo per abbreviare la durata della guerra e ridurre le sofferenze della popolazione», mentre in campo cresce invece una escalation feroce che adombra nello scenario l’arma nucleare. Fatto rilevante del libro è la denuncia del limite rappresentato dalla geopolitica. Perché si è incrinato l’immaginario della Guerra fredda e perché nel nuovo disordine mondiale il determinismo cieco con cui si dispongono le bandierine della battaglia rischia di fare della geopolitica nient’altro che una «partecipazione alla guerra» se non assume anche una critica di sé.

NOAM CHOMSKI, tra l’altro di lontane origini ucraine, non ha esitato a definire come una aggressione quella della Russia di Putin all’Ucraina, né ha lesinato stima per la resistenza del popolo ucraino fin a definirla «eroica». Ma allo stesso tempo – nel suo ultimo libro Perché l’Ucraina, risultato di due interviste di Valentina Nicolì e di C. J. Polichroniou (Ponte alle Grazie, pp. 142, euro 12) – sottolinea il ruolo centrale della Nato, sullo sfondo dell’89 e della fine dell’Urss. Con una premessa che aiuta a non costruire simmetrie giustificanti ed errate: «Certo è vero che gli Stati uniti e i loro alleati violano il diritto internazionale senza battere ciglio.., ma questo non costituisce una attenuante per i crimini di Putin». «Tuttavia – insiste Chomski – è innegabile che Kosovo, Iraq e Libia abbiamo avuto ripercussioni dirette sul conflitto in Ucraina» come pure e semplici «aggressioni… Oltre che un pugno in faccia alla Russia». «È stato soprattutto il bombardamento della Serbia – spiega ancora –, alleata della Russia (senza nemmeno informarla in anticipo), a far cambiare idea ai russi allorché erano intenzionati a collaborare con gli Stati uniti per costruire una nuova struttura di sicurezza europea post-Guerra fredda; un’inversione di rotta poi accelerata con l’invasione dell’Iraq e il bombardamento della Libia, dopo che la Russia aveva accettato di non bocciare una risoluzione dell’Onu che la Nato immediatamente violò».

UNA STORIA COMINCIATA con l’89 come snaturamento strumentale delle aperture di Gorbaciov che proponeva all’Occidente una «casa comune europea», quando accettò la riunificazione e la militarizzazione della Germania ma a condizione che le forze della Nato «non si spostassero di un centimetro verso est» fu la promessa, a parole, del segretario di Stato James Baker. E invece l’Alleanza atlantica si allargò a est con basi, sistemi d’arma fino a quelli anti-missile, truppe, manovre che «abbaiavano» alla Russia, prima verso la ex Ddr, poi con Clinton fino ai confini russi e fino alle proposte di far entrare Georgia – e fu guerra già nel 2008 – e Ucraina nella Nato. E questa, insiste Chomski «è una minaccia per la Russia, quasi inconcepibile per qualsiasi leader russo: nessuno, non importa chi, potrebbe accettarla». È dunque la periodizzazione della crisi la lezione che ci impartisce.

LA PERIODIZZAZIONE torna utile. Perché nel Donbass la guerra c’era già, durava dal 2014, con 14mila morti, due milioni di profughi e diversi tentativi diplomatici Minsk 1 e Minsk 2, falliti anche grazie al governo e alla Rada di Kiev. E ora nell’ultima intervista a Zeit Angela Merkel rivela: quegli accordi di pace servivano solo «a dare tempo all’Ucraina per rafforzarsi». Dopo l’oscura Majdan che alimenta il nazionalismo ucraino antirusso con stragi efferate e impunite come quella di Odessa, con la messa all’indice della lingua russa, il partito comunista fuorilegge, la cancellazione nella costituzione ucraina dei russi tra i popoli fondativi.
Pochi i giornalisti che hanno raccontato il conflitto nascosto, come Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi che ripropongono ora la nuova edizione del prezioso reportage La guerra che non c’era (Baldini e Castoldi, pp 266, euro 18) . «Dove eravamo – domandano – quando nell’autunno 2014 il presidente ucraino Porošenko tesseva le lodi dei bombardamenti indiscriminati sulle citta del Donbass («I nostri figli andranno a scuola e all’asilo – disse –, mentre i loro staranno rintanati nelle cantine!»), quando i russi avevano gioco facile nel presentarsi come liberatori e distribuire generi alimentari ai profughi in fuga dalle macerie».

Arrivati nel Donbass degli insorti filorussi, convinti di trovarsi di fronte ad uno scenario da guerra civile spagnola, scoprono la tragedia della guerra che si consuma in un fratricidio, che si alimenta della miccia dell’odio, dove le idee politiche «di sinistra» trasfigurano nel nazionalismo. Dove la toponomastica sembra il cimitero di quello che fu, contro la guerra imperialista, la rivoluzione bolscevica. Con matrioske di senso che ingoiano le statue di Lenin, le città di Spartak e di Stakhanov, l’ulitza Engels, la prospettiva Karl Marx. Macerie non solo topografiche. In un mondo che però non si sente comunista: qui il filosovietismo non è internazionalismo e rifiuto della guerra, ma nazionalismo panrusso; che loda le figure forti di Stalin e Mussolini.

È UN RACCONTO sapientemente scritto, in presa diretta, trincea dopo trincea, tra imboscate e mine, fino all’ordine mortuario dei corpi senza vita che puzzano nel grande obitorio di Donetsk. È stata la guerra intestina, nascosta, che preludeva a questa in corso ormai internazionalizzata. Venne ucciso il 24 maggio 2014, con il reporter attivista dei diritti umani e interprete Andrej Mironov, il fotografo italiano Andrea Rocchelli, preso di mira da un cannone dei militari ucraini, un assassinio impunito solo per vizio di forma nella sentenza. Una guerra che, al di là dei simboli, vedeva e vede lavoratori contro altri lavoratori. Infatti chi ci ha guadagnato? Per comprenderlo, consigliano Sceresini e Giroffi, bisogna scendere nelle miniere clandestine di carbone, le kopankas, che dal 2014 rappresentano l’unica fonte di guadagno per migliaia di operai rimasti disoccupati a causa del conflitto.
Laggiù, in tunnel alti poco più di un metro, si fatica sei giorni su sette per una paga di 200 dollari al mese. I proprietari, fino almeno al 2017, erano spesso gli stessi leader separatisti, i quali – in barba alla propaganda – rivendevano poi il materiale estratto ai loro colleghi, ed oligarchi, ucraini – l’ex presidente Poroshenko è accusato a Kiev di alto tradimento proprio per questi traffici. Ha vinto l’internazionale degli oligarchi e degli affari di guerra.

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