ALLA FINE IL GOVERNO FA CASSA SUI LAVORI PRECOCI E USURANTIda IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ALLA FINE IL GOVERNO FA CASSA SUI LAVORI PRECOCI E USURANTIda IL MANIFESTO

Alla fine il governo fa cassa sui lavori precoci e usuranti

Roberto Ciccarelli  21/12/2025

Stasera pago io Manovra: con il nuovo maxi-emendamento si presenta il conto a chi ha già pagato di più. Domani la legge di bilancio al Senato: è il risultato di un caos senza precedenti nella Lega e nel governo

l ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, – Ansa

Nel nuovo maxi-emendamento alla legge di bilancio approvato ieri dalla Commissione bilancio del Senato, (andrà in aula domani), il governo Meloni ha individuato un altro bersaglio da colpire: chi ha iniziato a lavorare quando era ancora un ragazzo e chi, dopo una vita di fatiche logoranti, sta sperando in un’altra vita. È un accanimento che trasforma i diritti acquisiti in variabili di bilancio. Il testo, partorito in un delirio tra il Senato, Palazzo Chigi e il ministero dell’economia. Si delinea così una strategia: fare cassa sulla pelle di chi pena di più sul lavoro, colpendo i lavoratori precoci e quelli impegnati in mansioni usuranti.

UNA CHIRURGICA spietatezza. Da un lato, si tagliano circa 40 milioni di euro annui dal 2033 al fondo per le pensioni usuranti, riducendone la dotazione e rendendo ancora più stretto l’imbuto per chi svolge lavori pesanti e notturni. Dall’altro, si colpisce chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei diciannove anni, restringendo ulteriormente le finestre di uscita. Come se non bastasse, l’esecutivo ha deciso di eliminare la possibilità di cumulare la previdenza complementare con quella pubblica per anticipare la pensione di vecchiaia, una norma che avrebbe dovuto garantire flessibilità e che invece viene sacrificata per recuperare oltre 130 milioni di euro entro il 2035.

QUESTE MISURE colpiranno conducenti di mezzi pesanti, addetti alle linee di catena, chi opera in miniere, gallerie o ad altissime temperature come nelle vetrerie. Sono lavoratori che hanno iniziato il proprio percorso professionale nell’adolescenza, accumulando decenni di contributi in contesti alienanti, tossici e pericolosi. La loro vita è stata scadenzata dal turno notturno e dal ritmo dalle macchine. Restringere le maglie del pensionamento anticipato per queste persone significa ignorare l’evidenza: l’età avanzata non è solo un dato anagrafico, ma un fattore di rischio concreto per la sicurezza e la dignità stessa della persona.

L’ULTIMO TASSELLO di una strategia punitiva riguarda il nodo della previdenza complementare, dove il governo ha scelto di smantellare un ponte verso la pensione costruito con i risparmi privati. Sopprimendo la possibilità di utilizzare la rendita dei fondi integrativi per raggiungere la soglia economica necessaria all’uscita anticipata, la maggioranza non solo tradisce la fiducia di chi aveva investito per tutelarsi, ma trasforma il Tfr e i fondi pensione in un mero strumento contabile per puntellare il bilancio pubblico. È un intervento che obbliga, di fatto, il lavoratore a restare al proprio posto più a lungo per compensare un vuoto normativo creato a tavolino. Invece lo Stato incassa un risparmio che crescerà progressivamente fino a toccare cifre sostanziose nel tempo.

«STANNO COMBINANDO un vero disastro sociale» ha detto Nicola Fratoianni (Avs). Per i Cinque Stelle è uno «scempio» che ignora come l’età avanzata in certi lavori sia la prima causa di infortuni mortali. Francesco Boccia (Pd) ha definito il governo «bugiardo e inaffidabile», evidenziando come la promessa di una manovra semplice si sia risolta in un «bricolage» legislativo che punisce sistematicamente chi ha già pagato di più.

DOPO AVERE AZZOPPATO il proprio ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti che aveva presentato le norme sul riscatto della laurea e sulle finestre del pensionamento anticipato, ieri la Lega ha parlato di «grande soddisfazione» perché l’età pensionabile sarebbe stata salvaguardata. Per Arturo Scotto (Pd) è una «vittoria di Pirro». Al di là delle nuove norme passate in commissione bilancio, l’età per uscire dal lavoro continua a crescere per la quasi totalità dei contribuenti. Si parla della cancellazione di misure come Opzione Donna. Insomma, la legge Fornero che meloniani e leghisti volevano cambiare è stata peggiorata.

CON AMARA IRONIA questa parabola politica è stata raccontata da Maria Cecilia Guerra (Pd) che ha parlato di una serie televisiva intitolata «La banda Meloni: Lo scippo delle pensioni». Nelle stagioni precedenti avevamo visto il taglio dell’indicizzazione e la potatura degli anticipi. L’attuale stagione, che coincide con la quarta manovra del governo Meloni, si è aperta con il colpo di scena di un’età pensionabile che si allunga di tre mesi e con il paradosso della Lega che esulta per aver bloccato emendamenti scritto dal suo ministro Giorgetti. Poi è arrivato il colpo ai lavoratori precoci e gravosi e le norme introdotte l’anno scorso sono state cancellate quest’anno per far quadrare i conti. E così l’anno prossimo inizierà la corsa al riarmo promessa a Trump e alla Nato. La paga chi vede la pensione trasformarsi in un miraggio.

GIORGETTI HA VOLUTO dimostrare ieri che è un ministro facente funzioni. Si è presentato in mattinata in Commissione bilancio. Tra stanchezza e fatalismo ha detto che per lui le dimissioni sono un’idea che torna «tutte le mattine». Lui sa come vanno le manovre e ha detto di averne fatte «ventinove». E dunque sa che il caos generato dal vecchio maxi-emendamento che lui stesso ha presentato è «naturale». Una naturalezza, si direbbe, un po’ anomala. Per Giorgetti conta «solo il prodotto finale». Un prodotto miserabile.


Un giorno di ordinaria follia finanziaria. «La peggiore manovra dagli anni 90»

Giuliano Santoro  21/12/2025

Manovra Lo scontro politico in commissione attorno alla legge di bilancio

I fascicoli degli emendamenti alla manovra arrivano in commissione Bilancio della Camera foto Ansa – ANSA

Siamo alle solite, cioè all’assalto alla diligenza del bilancio di fine anno, oppure le divisioni tra i partiti della maggioranza, tra questi e la Lega e tra la Lega e il suo ministro Giorgetti nascondono spaccature più strategiche? Inseguendo la pallina del flipper impazzito della manovra è questa la domanda alla quale rispondere. Per tastare il polso alla maggioranza e capire cosa succederà dalla ripresa di gennaio, dopo la rocambolesca chiusura di questa partita.

A METÀ MATTINATA di questa giornata di ordinaria follia finanziaria, con emendamenti che ricompaiono, riformulazioni che ballano e numeri che saltano, oro alla patria e lingotti col marchio italiano, il ministro dell’economia si trova costretto a rispondere a una domanda sul passo indietro di fronte al liberi tutti nella destra e nel suo partito, dopo che il salviniano Claudio Borghi gli ha mandato a dire che delle volte seguendo la tecnica delle procedure si perde di vista la politica. «Alle dimissioni ci penso tutte le mattine – ironizza Giorgetti – sarebbe la cosa più bella da fare. Però siccome è la ventinovesima legge di bilancio che faccio so perfettamente come funziona, so che sono cose naturali.

C’è un parlamento, ci sono le commissioni, ci sono le proposte del governo, alla fine a me interessa il prodotto finale non quello che presento io». Poi aggiunge, laconico: «Adesso, però, tocca al parlamento». È di tutt’altra idea il presidente meloniano della commissione bilancio di Palazzo Madama secondo il quale in queste giornate convulse «è emersa con chiarezza la centralità del parlamento, luogo in cui il dialogo e il confronto democratico trovano piena espressione, contribuendo in maniera determinante alla qualità delle scelte finali».

ECCO: IL PARLAMENTO. Nello specifico il senato. Da dove come da prassi in questi anni la legge arriverà blindata alla camera. E in particolare, appunto, la commissione bilancio. È qui che i faldoni si accavallano e il caos della maggioranza si traduce in norme che saltano. Come accade sul condono, che fa letteralmente saltare in aria le opposizioni. Quando il governo deposita il suo testo su Fondo per lo sviluppo e la coesione e Pnrr, ad esempio, è Antonio Nicita del Partito democratico che incalza Giorgetti e chiede chiarimenti sulle coperture: «Siccome è la quarta versione che dice cose diverse, prima di votare vogliamo capire meglio cosa c’è scritto».

«Stanno insieme solo perché attaccati al potere – è la sintesi di Tino Magni, senatore di Avs in commissione – Da quando governano siamo a crescita zero. E sui conti sono alla canna del gas. Per finanziare le misure per le aziende e vanno a prendere i soldi sempre dagli stessi: consumatori, lavoratori e pensionati. Ora addirittura ipotecano il futuro delle giovani generazioni». Il responsabile economia dem Antonio Misiani dice che è «una pura illusione pensare di superare la stagnazione dell’economia e affrontare la crisi strutturale» che attraversiamo «senza interventi sui costi dell’energia e senza misure per sostenere filiere in crisi profonda».

CI SONO LE BEGHE della politica interna e le trappole di quella internazionale, scenario in cui Meloni salendo sul carro del vincitore di turno a Washington viene considerata vincente. Che si porta dieter le restrizioni del patto di stabilità, i vincoli delle procedure di infrazione, la transizione armata delle spese belliche. Quella che era cominciata come una manovra considerata modesta e dal basso profilo è diventata un’operazione caotica che ha rischiato di oltrepassare la linea Maginot delle pensioni.

È questo, per Stefano Patuanelli, il segno che resterà dopo le giornate convulse della legge di bilancio: «Quando sono stati smascherati, hanno dovuto fare marcia indietro e ritirare quelle norme – diceil capogruppo pentastellato – Questa figuraccia politica e istituzionale che racconta meglio di mille parole l’improvvisazione con cui è stata gestita l’intera manovra. Anche dopo il ritiro, resta il segno di una linea chiara: fare cassa sulle pensioni, colpendo soprattutto chi ha meno tutele». Per il suo omologo dem Francesco Boccia, siamo alla peggiore legge di bilancio degli ultimi trent’anni: «Per qualità delle scelte, per metodo e per rispetto delle istituzioni».

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