“ACCORDI TECNICI”? NO. “CATTIVI COMPROMESSI”! da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“ACCORDI TECNICI”? NO. “CATTIVI COMPROMESSI”! da IL MANIFESTO

La sinistra, le elezioni, la Costituzione

ALLEANZE. L’accordo Letta-Calenda è certo scandaloso, ma l’accordo Letta-Fratoianni-Bonelli per una quota di collegi sicuri lo era forse meno? Quando gli altarini sono stati alzati si è detto era un “accordo tecnico”. Aggiungendo che tanto alle elezioni ognuno va per sé

Fabio Vander   07/08/2022

Certo il 25 settembre “è in gioco la nostra democrazia” come denuncia l’editoriale di Norma Rangeri che ha aperto il dibattito su sinistra ed elezioni. Ma quando mai dagli ultimi trent’anni, diciamo dalla scesa in campo di Berlusconi, non è stato così? Cosa ha fatto la sinistra per arginare tutto questo? La verità è che è stata parte della crisi, attore protagonista. Ha scritto bene Imma Barbarossa “i primi colpi alla nostra Costituzione sono venuti proprio da quel campo ‘democratico e progressista’, dagli accordi con la guardia costiera libica alle privatizzazioni selvagge, fino all’autonomia differenziata”, prima ancora la famigerata riforma del regionalismo del 2000, fino alla ‘deforma’ costituzionale di Renzi bloccata dal referendum.

Tutto questo è attacco alla nostra Costituzione, tutto questo è messa in gioco della nostra democrazia. Lo spettro della destra si alza su un paesaggio di macerie di cui la responsabilità del centro-sinistra, Pd in primis, è tanta parte.
Ricordarlo aiuta a capire quanto sta accadendo. L’accordo Letta-Calenda è certo scandaloso, ma l’accordo Letta-Fratoianni-Bonelli per una quota di collegi sicuri lo era forse meno? Quando gli altarini si sono stati alzati si è detto era un “accordo tecnico”. Aggiungendo che tanto alle elezioni ognuno va per sé. Fratoianni ha dichiarato al manifesto: se Letta si presenterà con l’Agenda-Draghi “è un problema suo”. Calenda gli ha risposto: “Se Fratoianni non condivide l’Agenda Draghi problema suo”. Questi dovrebbero salvare la Costituzione? Si può andare alle elezioni politiche su questa base? Senza accordo politico, senza programma (anzi con programmi opposti), senza leader.

Norma Rangeri ha indicato il pericolo: “Ognuno per sé e il paese può attendere”.
Ha un senso l’appello di De Petris, sempre sul manifesto: cercare un accordo con il Movimento 5Stelle per “un’agenda alternativa a quella di Draghi”. Ma c’è, da entrambe le parti, la volontà politica di cercarlo? Certo bisognava pensarci prima, sarebbe il compito di una classe dirigente che non c’è.

Un cattivo compromesso

ELEZIONI. Mentre il patto tra Letta e Calenda, che dà il tono a tutto lo schieramento, è di sostanza, basato, in sintesi, sull’agenda Draghi, quello tra Pd e SI-Verdi è un apparentamento tecnico, pagato a caro prezzo, soprattutto dal partito di Fratoianni, spaccato quasi a metà.

Norma Rangeri  07/08/2022

L’intesa elettorale tra Pd e Sinistra italiana-Verdi non è un buon compromesso. Qualunque sia la percentuale strappata per i collegi uninominali, il problema è in primo luogo politico: mentre il patto tra Letta e Calenda, che dà il tono a tutto lo schieramento, è di sostanza, basato, in sintesi, sull’agenda Draghi, quello tra Pd e SI-Verdi è un apparentamento tecnico, pagato a caro prezzo, soprattutto dal partito di Fratoianni, spaccato quasi a metà.

Più in generale, gli attacchi quotidiani, anche ad personam, i diktat, l’arroganza con cui Calenda ha condotto le danze, ha cambiato il segno delle alleanze. Ha irriso le tematiche ambientaliste (che i Verdi di Bonelli hanno ingoiato come nulla fosse), ha relegato quelle sociali nel perimetro della solita sinistra estremista (rubando il mestiere a Berlusconi). Certo, il leader di Azione avrebbe volentieri espulso Bonelli e Fratoianni dall’alleanza e non c’è riuscito, tuttavia ha impedito che venisse firmato un testo con punti di programma. Sbilanciando così l’immagine dell’accordo.

Ma, come si dice, il difetto sta nel manico, che, in questo caso si chiama Pd. La scelta di tagliare fuori da qualsiasi incontro i 5Stelle, subito, già all’indomani della crisi di governo, ha azzoppato sul nascere la possibilità di creare un campo largo, un fronte democratico-costituzionale in grado almeno di giocare la partita contro la destra sul piano dei numeri. Al dunque, una strategia perdente per il paese, ribadita ancora ieri dal segretario del Pd («soddisfatti della scelta di Verdi-Sinistra italiana, ma il perimetro non cambia»).

A guidare l’intesa non è stato il bene generale, il senso di responsabilità, sempre rivendicato dal Nazareno, ma, al contrario, una visione corta, incentrata sull’interesse di un partito vocato a una collocazione centrista, in profonda sintonia con Azione e +Europa.
Questo esito indebolisce il fronte progressista, dà alimento all’astensione, approfondisce il solco tra i partiti e l’elettorato più giovane, ma in particolare spiana la strada all’avversario. E a sentire quel che offrono al paese Meloni, Berlusconi e Salvini (blocchi navali, flat tax, presidenzialismo e autonomia differenziata), la scelta del Pd è tanto più miope. E grave.

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