ABBASSARE LE ARMI, QUELLE MILITARI E QUELLE ECONOMICHE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ABBASSARE LE ARMI, QUELLE MILITARI E QUELLE ECONOMICHE da IL MANIFESTO

Abbassare le armi, quelle militari e quelle economiche

ECONOMIA DI GUERRA. Senza abbassare le armi di tutti, quelle militari e quelle economiche, e senza praticare una vera autonomia strategica europea, continueremo ad avere la guerra nel cuore del Continente. E a ottobre ci troveremo a fronteggiare, in Italia più che altrove, problemi drammatici in termini di inflazione

Simone Oggionni  11/09/2022

Di fronte a questioni fondamentali per il nostro futuro occorrono lucidità e onestà intellettuale. Gazprom ha annunciato la sospensione a «tempo indefinito» delle forniture di gas all’Unione europea tramite il gasdotto Nord Stream 1.

Al contempo l’Ue, dopo mesi di imbarazzato silenzio e di fronte a nuive divisioni interne, ha posto le basi affinché la prossima riunione dei ministri dell’Energia discuta della possibilità di introdurre un tetto al prezzo di acquisto del gas. Peccato che lo farà a rubinetti chiusi. Il fattore tempo, in politica, è tutto. Ammesso che le importazioni via Ucraina compensino almeno una parte di quelle bloccate a nord, molto dipenderà dal tipo di price cap che verrà varato.

Non è un dettaglio che si tratti di un intervento sul complesso dei mercati europei (interrompendo gli acquisti e attingendo agli stoccaggi interni nella misura in cui il tetto è superato) oppure di un tetto solo al prezzo del gas russo (iniziale proposta Draghi) oppure ancora – come sostiene la Germania – di un intervento degli Stati a copertura della differenza tra prezzi all’ingrosso e prezzi al dettaglio.

Il ministro Cingolani parla di un grande e inaccettabile «ricatto» russo. Ma cosa sono state gran parte delle nostre sanzioni (dal congelamento dei beni della Banca Centrale russa all’esclusione delle principali istituzioni finanziarie russe dal sistema di scambi internazionali Swift) se non un gigantesco e calcolato «ricatto»? Cosa ci aspettavamo? Che la spirale si interrompesse per gentile concessione del destino o direttamente di quel Putin che molti leader europei descrivono come un puro e semplice criminale di guerra?

Si badi: nessuno pensa che Putin non porti responsabilità atroci e ingiustificabili nell’aggressione di febbraio e dunque nessuno pensa che l’Ue non abbia tutto il diritto di agire e reagire. Il punto vero è come lo fa.

La mia impressione è che l’Europa cammini, un po’ per inerzia e un po’ per disciplina atlantista, sulla strada perigliosa di una lunga guerra da armare, combattere e vincere sul campo (contro una potenza nucleare) a ogni costo.

Non invece sul terreno di un lavoro di ricostruzione diplomatica delle condizioni della pace e della stabilità, che consiglierebbe di rimettere al centro il presupposto dell’integrità territoriale ucraina insieme ai protocolli di Minsk e a una nuova riflessione sulla sicurezza dell’area da compiersi di concerto con Mosca.

Dimenticandosi delle proprie origini (quella CECA nata vincolando reciprocamente gli interessi produttivi dei Paesi fondatori e costruendo su questo patto di solidarietà produttiva ed economica sia il progetto politico unitario sia la garanzia di una pace duratura), oggi l’Unione europea rischia di perseguire un’ambizione ben diversa. Il discorso sull’Europa di Scholz all’Università Carolina di Praga dello scorso 29 agosto è, con la sua propensione strategicamente oppositiva a Russia e Cina, da studiare con attenzione.

Senza abbassare le armi di tutti, quelle militari e quelle economiche, e senza praticare una vera autonomia strategica europea, continueremo ad avere la guerra nel cuore del Continente. E a ottobre ci troveremo a fronteggiare, in Italia più che altrove, problemi drammatici in termini di inflazione, ulteriori rincari delle bollette, disastri nelle catene di approvvigionamento, come ci sta dicendo l’intero tessuto industriale italiano, e contraccolpi micidiali sul terreno occupazionale. Problemi ulteriori, non inediti: basti vedere gli incrementi già registrati dei tassi di interesse e gli indicatori congiunturali che già oggi accendono più di un allarme (dalla diminuzione in giugno del 2,1% in un mese della produzione industriale all’inflazione all’8,4%).

Più in generale noi paghiamo oggi l’assenza di un piano europeo – condiviso e costruito con tutti gli interlocutori economici, commerciali e industriali dei Paesi dell’Unione – che indichi chiaramente qual è la direzione della transizione energetica. Che dica chi deve farsi carico della parte più rilevante dei suoi costi e dei costi del suo rallentamento: le grandi compagnie energetiche (che stanno maturando immani extra-profitti) o i cittadini, gli utenti e i lavoratori tragicamente impoveriti?

E, infine, che metta in discussione il modello generale, che affida in buona misura ai mercati finanziari, e alla loro vocazione speculativa, la determinazione dei prezzi delle materie prime e dell’energia. È così indicibile pensare che i prezzi siano oggetto invece di una programmazione e di una pianificazione pubblica su scala europea? Mi fermo. Anche in questa campagna elettorale occorrerebbe forse, oltre al rosso e al nero, almeno un pezzo di questa analisi.

Papa Francesco: «Guerra totale» a rischio escalation atomica

IL LIMITE IGNOTO. Le parole di allarme sempre più forti del Pontefice. Che martedì partirà per il Kazakhstan per il settimo congresso dei capi delle religioni tradizionali mondiali, ma non ci sarà l’incontro con Kirill

Luca Kocci  11/09/2022

Non è una terza guerra mondiale «a pezzi», ma una vera e propria «guerra totale».
Papa Francesco si corregge e, ricevendo ieri mattina in udienza in Vaticano i partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia accademia delle scienze dedicata alla «scienza di base per lo sviluppo umano, la pace e la salute planetaria», dice che quella che si sta combattendo è davvero la «terza guerra mondiale» e che non è possibile escludere il rischio di «guerra atomica», da cui finora «il mondo era stato preservato» (a parte le due bombe atomiche sganciate dagli Usa in Giappone al termine del secondo confitto mondiale).

«DOPO LE DUE TRAGICHE guerre mondiali, sembrava che il mondo avesse imparato a incamminarsi progressivamente verso il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e delle varie forme di cooperazione», ha detto Bergoglio rivolgendosi alle scienziate e agli scienziati dell’accademia pontificia. «Ma purtroppo la storia mostra segni di regressione. Non solo si intensificano conflitti anacronistici, ma riemergono nazionalismi chiusi, esasperati e aggressivi, e anche nuove guerre di dominio, che colpiscono civili, anziani, bambini e malati, e provocano distruzione ovunque». E ha poi aggiunto: «Ho detto che era una terza guerra mondiale “a pezzi”, oggi forse possiamo dire “totale”, e i rischi per le persone e per il pianeta sono sempre maggiori», compreso appunto quello atomico, «che già da tempo avrebbe dovuto essere scongiurato» e invece è tornato di attualità. Bisogna lavorare per «disarmare la scienza e formare una forza per la pace».

Nelle ultime settimane le grida di allarme del pontefice per il conflitto in Ucraina si sono fatte sempre più forti, evocando, anche giovedì scorso, la «guerra mondiale» e il rischio di «escalation nucleare». Ma nello stesso tempo restano assolutamente inascoltate: i combattimenti in Ucraina si intensificano e tre giorni fa, nella base Usa di Ramstein in Germania, i ministri della Difesa dei Paesi Nato – fra cui il “nostro” Guerini – hanno annunciato nuovi massicci invii di armi a Kiev.
Intanto il cardinal Krajewski, elemosiniere del papa e prefetto del nuovo Dicastero vaticano per il servizio della carità, è per la quarta volta in viaggio verso l’est dell’Ucraina (Odessa, Žytomyr, Kharkiv e altre città) per portare aiuti umanitari alla popolazione, oltre che la solidarietà del pontefice.

MARTEDÌ poi Bergoglio partirà per il Kazakhstan, dove si svolgerà il settimo congresso dei capi delle religioni tradizionali mondiali. Non ci sarà l’incontro con il patriarca ortodosso russo Kirill, che ha rinunciato a partecipare al meeting, ma è molto probabile che Francesco avrà un colloquio, mercoledì, con il metropolita Antonij, capo del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ovvero il ministro degli esteri di Kirill. Il congresso si concluderà giovedì, con la firma di una dichiarazione comune, nella quale si parlerà anche di guerra.

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