A SANTA MARTA CRESCE LA SPINTA PER UN FUTURO SENZA FOSSILI da IL MANIFESTO e IL FATTO
A Santa Marta cresce la spinta per un futuro senza fossili
Elisa Sermarini 30/04/2026
Presidente Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale
SANTA MARTA Mentre una coalizione di Paesi spinge per un trattato internazionale vincolante, nelle strade e nelle assemblee cresce la mobilitazione dei popoli, tra richieste di giustizia climatica, cooperazione globale e una transizione equa
Nella mattina del quarto giorno della Conferenza di Santa Marta si è svolta la riunione tra alti funzionari e ministri della coalizione di Paesi impegnati nelle discussioni su un Trattato sui combustibili fossili.
La riunione ha visto la partecipazione di ministri e capi delegazione provenienti dai 18 Paesi che hanno già sottoscritto la campagna per il Trattato: Antigua e Barbuda, Le Bahamas, Cambogia, Colombia, Stati Federati di Micronesia, Fiji, Nauru, Niue, Pakistan, Palau, Repubblica delle Isole Marshall, Samoa, Isole Salomone, St. Kitts e Nevis, Timor Est, Tonga, Tuvalu e Vanuatu. All’incontro anche gli Stati osservatori ufficiali: Ghana, Giamaica, Kenya, Malawi, Maldive, Nepal, Panama, Repubblica Dominicana e Santa Lucia.
La coalizione ha avanzato tre richieste alla Conferenza: 1) riconoscere formalmente l’urgente necessità di negoziare un nuovo strumento internazionale sui combustibili fossili. Uno strumento che stabilisca obblighi vincolanti dal lato dell’offerta, colmi le principali lacune di governance lasciate dai quadri normativi esistenti e crei l’architettura finanziaria e giuridica necessaria per una transizione globalmente equa e giusta dall’uso di carbone, petrolio e gas. 2) Promuovere meccanismi concreti per la cooperazione e il finanziamento internazionali, compreso l’ulteriore sviluppo di proposte relative a un “Club degli importatori ed esportatori”, a un “Fondo globale per una transizione giusta” e a uno “Strumento di risoluzione del debito”, al fine di eliminare gli ostacoli a una transizione graduale ed equa. 3) Affermare che qualsiasi accordo negoziato dovrà fondarsi sui principi di equità, responsabilità storica, diritti umani e sulla partecipazione piena e autodeterminata delle popolazioni indigene, in conformità con la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni.
I ministri hanno sottolineato la grave vulnerabilità di molti Paesi e comunità — tra cui i piccoli Stati insulari, i paesi con economie rurali, le popolazioni indigene e altre comunità particolarmente colpite — che devono affrontare gravi ingiustizie ambientali ed ecologiche, vulnerabilità e impatti climatici esistenziali nonostante abbiano contribuito in misura minima alla crisi.
Il gruppo ha inoltre invitato la conferenza a respingere le false soluzioni, tra cui la cattura e lo stoccaggio del carbonio, la compensazione delle emissioni di carbonio e la geoingegneria. Queste, affermano, giustificano il protrarsi della produzione di combustibili fossili e si occupano dell’ecoefficienza ignorando il tema centrale dell’ecosufficienza. Il gruppo ha riconosciuto la necessità di garantire centralità alla partecipazione della società civile, con solide misure di tutela contro i conflitti di interesse, al fine di contrastare le interferenze dell’industria dei combustibili fossili nei futuri processi, conferenze e negoziati.
Nel pomeriggio l’assemblea dei popoli ha preso voce e spazio con una marcia nelle strade di Santa Marta. Non una semplice manifestazione, ma il punto di arrivo – e allo stesso tempo di ripartenza – di un processo costruito dal basso, “dai popoli e per i popoli”. A tempo di musica il corteo avanza e al microfono si alternano le tante intrecciando esperienze locali provenienti da tutto il mondo. Al centro la dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai fossili, approvata al termine dell’assemblea del giorno precedente.
Contemporaneamente sono iniziate anche le sessioni in cui il governo colombiano e quello olandese hanno incontrato in sessioni parallele le delegazioni delle realtà della società civile, dei popoli indigeni, dei sindacati, dei governi subnazionali e del settore privato per ascoltare le richieste emerse nelle assemblee auto-organizzate nei giorni precedenti.
Il quinto giorno vede l’inizio dei lavori del segmento di alto livello, dove delegazioni di tutti i settori coinvolti nel percorso della Conferenza si sono ritrovate insieme per confrontarsi sui tre pilastri che hanno guidato i lavori fatti nei mesi scorsi da remoto e qui a Santa Marta: superare la dipendenza economica dai combustibili fossili, trasformare domanda e offerta, promuovere la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica.
Nel pomeriggio è intervenuto anche il Presidente della Repubblica di Colombia, Gustavo Petro Urrego. Nel suo discorso ha sottolineato come la lotta alla crisi climatica sia una sfida non solo scientifica, ma profondamente politica e sociale. II presidente ha posto una questione centrale: il capitalismo è realmente in grado di adattarsi a un sistema energetico non rinnovabile? Lasciando aperta la risposta a una riflessione più grande da fare collettivamente all’interno dei panel successivi.
Secondo Petro, l’esperienza concreta mostra una forte resistenza e inerzia da parte del potere economico nei confronti dell’abbandono delle fonti energetiche “arcaiche”, al punto da ipotizzare che il capitale possa suicidarsi e condannare la vita allo stesso destino. In questo contesto, l’istinto di sopravvivenza dei popoli porterà a un aumento delle tensioni politiche, soprattutto nei Paesi più responsabili della crisi, ma anche in quelli che ne subiscono gli effetti. Ha descritto l’emergere di un vero e proprio conflitto tra umanità e capitale, tra umanità e potere, avvertendo che la barbarie rappresenta il preludio, se non la natura stessa, del fascismo.
Da qui una serie di interrogativi cruciali: nella transizione energetica, o nel tentativo di arrestarla, è destinata a venir meno la democrazia? È possibile una democrazia globale? Per il Presidente l’emancipazione passa attraverso l’unità dei popoli, la fratellanza tra culture, la ricostruzione del tessuto umano anche al di là degli Stati e una mobilitazione globale per la vita. Ha sottolineato come l’unità tra Stati abbia fallito nelle sedi internazionali, incapaci oggi di affrontare efficacemente sia la guerra sia la crisi climatica. L’inazione consuma un tempo cruciale, dice, accelerando l’esaurimento delle condizioni di vita sul pianeta. In questo processo, Petro ha attribuito un ruolo centrale alle donne, ritenendo che la loro capacità di percepire la vita possa offrire un contributo decisivo.
Domani si chiuderà con la sessione plenaria finale che traccerà le prospettive del lavoro condiviso.
Per ridurre le bollette serve l’energia “verde”
Giovanni Valentini 30 Aprile 2026
Nelle retrovie delle guerre che stanno infuocando il mondo, dall’Ucraina al Medio Oriente, c’è un conflitto più silenzioso e meno sanguinoso che riguarda l’energia: quello tra i sostenitori delle rinnovabili e gli ultras del nucleare. A farlo riesplodere è stata la crisi economica dei combustibili fossili, gas e petrolio, con il conseguente aumento dei prezzi sul mercato internazionale. Alle spalle dei filo-nuclearisti, si agita il fronte arretrato dei nostalgici nostrani che non hanno ancora metabolizzato la vittoria del Sì nel referendum abrogativo del 1987, all’indomani del disastro di Chernobyl. E ha ragione lo storico ucraino Serhii Plokhii a dire, in un’intervista al Corriere della Sera, che quella tragedia è stata “una lezione non compresa” e che “oggi le centrali vengono usate come armi”.
Se quarant’anni fa il popolo italiano non avesse respinto a larga maggioranza (80,2%) quel nucleare, tanto più pericoloso in un Paese come il nostro, oggi non staremmo qui a parlare di nucleare “pulito”: un referendum che un noto “artista” televisivo del disservizio pubblico s’è permesso di definire “sciagurato” in assenza di contraddittorio. Era “sporco”, quel nucleare, per vari motivi: primo, per le scorie radioattive che produceva, tant’è che abbiamo dovuto esportarle all’estero e non abbiamo ancora stabilito dove costruire il deposito nazionale in cui stoccarle; secondo, per il dissesto idrogeologico che già gravava e grava tuttora sulla Penisola; terzo, per le caratteristiche di un territorio “interamente sismico” (Dipartimento della Protezione civile) con una densità abitativa e un patrimonio edilizio a elevata vulnerabilità (circa il 60% degli edifici sono stati costruiti prima del 1971, circa il 35% è stato costruito tra il 1971 e il 2000). E comunque, il cosiddetto nucleare “verde”, nell’auspicabile passaggio dalla fissione alla fusione, si chiama così proprio perché dovrà essere prodotto con le energie pulite.
La verità è che noi ora sopportiamo il caro-bolletta non perché abbiamo abrogato il nucleare, ma perché nel frattempo non abbiamo sviluppato abbastanza le rinnovabili. Ritardi, lungaggini burocratiche, freni imposti dai ministeri competenti (o incompetenti), hanno rallentato e continuano a rallentare una transizione fondamentale per il futuro del Paese e per la sua indipendenza energetica.
L’influenza delle potenti lobby del petrolio e del nucleare, in una assai poco santa alleanza all’insegna dello “sviluppismo” e dell’affarismo, ha condizionato le scelte della politica e dei governi che si sono succeduti finora, raggiungendo l’apice con l’esecutivo in carica.
Nell’ultimo report diffuso da Legambiente, sotto il titolo Il prezzo della dipendenza, sono contenuti i dati di questo fallimento. Il nostro sistema elettrico, come si legge nel testo, è ancora incentrato per il 50% sul gas. Ne importiamo il 95% dall’estero insieme al 91% del petrolio che consumiamo. E intanto l’Italia, maglia nera in Europa, risponde alla crisi energetica prolungando fino al 2038 la vita delle centrali a carbone, altamente inquinanti per l’ambiente e per la salute dei cittadini.
Questa situazione appare tanto più allarmante se confrontata con quella di altri Paesi europei, come fa il report di Legambiente. Negli ultimi cinque anni, la nostra produzione di energia elettrica da rinnovabili è cresciuta solo del 10% contro il 41,9% della Spagna, dove le fonti pulite e non inquinanti generano già il 56% della produzione totale di energia. Anche Germania e Olanda puntano ormai sulle fonti alternative, rispettivamente con il 58,8% e il 51,3% della propria produzione.
Secondo l’associazione ambientalista, sarebbero oltre 1.700 i progetti a fonti pulite in attesa di valutazione e fermi al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, tra i ritardi della Commissione Tecnica di VIA, l’opposizione del ministero della Cultura e la lentezza degli uffici che fanno capo alla Presidenza del Consiglio.
Ma questa non è né deve diventare una “guerra di religione”. Il sole e il vento sono disponibili subito, per il nucleare occorrono da almeno dieci fino a vent’anni. Solo l’energia verde, dunque, può ridurre la nostra dipendenza dall’estero. In attesa di verificare se il nucleare “pulito” potrà essere davvero tale, affidiamoci intanto alle fonti – fotovoltaico, eolico, idroelettrico – prodigate ogni giorno da madre natura.
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