A DAVOS SUONA L’ORCHESTRA del TITANIC da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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A DAVOS SUONA L’ORCHESTRA del TITANIC da IL MANIFESTO

A Davos suona l’orchestra del Titanic

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica settimanale a cura di Nuova Finanza pubblica

Marco Bersani  28/05/2022

Avevano annunciato i governi: «Andrà tutto bene», quando un minuscolo essere vivente, il Coronavirus-2, inceppando tutti i meccanismi della globalizzazione, aveva rinchiuso in casa più di metà della popolazione mondiale e bloccato tutti i flussi economici, produttivi, dei trasporti e della comunicazione.

E’ andata così bene che, dopo oltre 520 milioni di contagi, 6,3 milioni di morti e due anni di restrizioni della vita sociale, siamo precipitati dentro una guerra al centro dell’Europa, provocata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma alimentata da molteplici attori istituzionali, statuali e militari, nessuno dei quali sembra volervi mettere fine, e che rischia di far precipitare tutte e tutti dentro l’orizzonte di una terza guerra mondiale.

Come in un tempo sospeso, in questi ultimi quindici anni siamo passati da una crisi finanziaria a una crisi sociale, da una pandemia ad una guerra, senza soluzione di continuità. E, sullo sfondo ma in maniera ormai non più rimovibile, ci troviamo immersi in una crisi eco-climatica che rischia di pregiudicare nell’arco di un tempo sempre più prossimo le stesse condizioni della vita umana sulla Terra.

È questo l’esaltante risultato dei concetti simbolo –globalizzazione, liberalismo, mercato- portati avanti in questi decenni dal World Economic Forum, quali ricette per “un mondo più ricco e pacifico”. Il World Economic Forum è tornato a Davos in questi giorni per riunire il gotha del capitalismo globale, oltre a 50 capi di stato e di governo e 250 ministri provenienti da tutto il mondo (questa volta senza un grande amico del WEF, Vladimir Putin).

Se il WEF fosse dotato di onestà intellettuale dovrebbe dichiarare il proprio totale fallimento –nessun mondo più ricco e pacifico è all’orizzonte- o, finalmente, togliere la maschera e dichiararsi per quello che è: un congresso dei più potenti uomini d’affari del pianeta che ogni anni autocelebra la propria ricchezza e cerca di capire come proseguire la rotta, fingendo di non vedere gli iceberg che circondano la nave.

Come ci racconta l’ultimo rapporto di Oxfam International, sono 573 i nuovi miliardari prodotti dalla pandemia, mentre ulteriori 263 milioni di persone sono scivolate sotto la soglia della povertà estrema.

La ricchezza dei miliardari è aumentata, in termini reali, più nei 24 mesi di Covid-19 che nei primi 23 anni delle rilevazioni di Forbes ed è ora equivalente al 13,9% del Pil mondiale, una quota più che triplicata dal 4,4% del 2000.

E la giostra continua, con la guerra che amplifica le fortune delle società che controllano la produzione di armi e delle grandi imprese del settore alimentare e dell’energia.

Decenni di liberalizzazioni, di deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, di privatizzazioni di beni comuni e servizi pubblici, di relazione predatoria con la natura, hanno prodotto l’esito del decantato trittico “crescita, competitività, concorrenza”: un mondo profondamente diseguale, in cui i pochi hanno tutto e minacciano la stessa continuità della vita sul pianeta.

Non sappiamo se a Davos brinderanno o se, ancora una volta, metteranno la maschera dei filantropi e faranno finta di essere preoccupati per le sorti del mondo.

Quasi sicuramente continueranno a comportarsi come quell’uomo che, precipitando dal 50esimo piano di un grattacielo, ad ogni piano ripete a se stesso “Fin qui tutto bene”, senza rendersi conto che il problema non è la caduta, è l’atterraggio.
Al mondo delle molte e dei molti il compito collettivo di sottrarsi e di riprendere la navigazione verso una rotta radicalmente altra.

La deindustrializzazione nociva, cala l’occupazione sale l’inquinamento

CLIMA E LAVORO. Stime Ilostat dicono che nel manifatturiero, anni 1991-2020, l’occupazione è scesa dal 16.4% al 13% , mentre le emissioni di Co2 sono salite da 23 a 36 mld di tonnellate

Lorenzo Feltrin  28/05/2022

La grande industria è considerata una fonte sia di lavoro relativamente sicuro sia di inquinamento: il dilemma ambiente-lavoro. La narrazione di un gioco a somma zero tra ambiente e lavoro è stata però criticata come eccessivamente pessimista dalla prospettiva della «transizione giusta», che propone un gioco a somma positiva in cui l’industria viene trasformata per garantire al contempo la sostenibilità ecologica e la qualità dell’impiego. Sotto un altro profilo, tuttavia, la narrazione del gioco a somma zero è troppo ottimista, perché ignora la «deindustrializzazione nociva»: il gioco a somma negativa in cui la perdita di posti di lavoro nelle fabbriche e il degrado ambientale avanzano di pari passo.

Definisco la deindustrializzazione nociva come la deindustrializzazione del lavoro in aree dove industrie significativamente nocive sono ancora in funzione. Gli aumenti della produttività rendono infatti possibile la coesistenza di deindustrializzazione del lavoro e mantenimento – e anche crescita – dell’output manifatturiero. La misura della deindustrializzazione del lavoro è data dall’andamento del tasso d’occupazione nel settore manifatturiero sull’occupazione totale in una determinata area.

Al livello mondiale, secondo le stime Ilostat, il tasso globale d’occupazione nel manifatturiero è lentamente declinato dal 16.4% nel 1991 al 13% nel 2020. Nello stesso periodo, per esempio, le emissioni totali di anidride carbonica sono aumentate da 23 a 36 miliardi di tonnellate annuali secondo il Global Carbon Project. Inoltre, tra il 1991 e il 2018, le emissioni generate dall’industria sono passate da 4,4 a 7,6 miliardi di tonnellate annuali secondo il Climate Analysis Indicators Tool.

Dagli albori del capitalismo, dunque, il tasso globale d’occupazione nel manifatturiero e le emissioni annuali di anidride carbonica sono per lungo tempo aumentati a braccetto ma, nella seconda metà del XX secolo, c’è stata una separazione tra le due serie storiche: il tasso globale d’occupazione nel manifatturiero ha cominciato a scendere, mentre le emissioni di anidride carbonica hanno continuato a salire. Negli ultimi decenni, gli standard ambientali della grande industria sono nel complesso migliorati grazie all’infittirsi delle regolamentazioni, ma questi aggiustamenti tecnici sono vanificati dall’aumento dell’output globale e dalla natura cumulativa del degrado ambientale.

Si sente spesso che le minacce all’occupazione sono dovute ai prodigi automatizzanti delle nuove tecnologie digitali. Tuttavia, Aaron Benanav ha mostrato che il cambiamento tecnologico ha portato negli ultimi decenni alla deindustrializzazione globale del lavoro e a un aumento della sottoccupazione a causa non di aumenti di produttività eccezionalmente alti, ma di una crescita dell’output eccezionalmente bassa. In un’economia a crescita lenta, l’erosione dei posti di lavoro colpiti dal cambiamento tecnologico avanza più rapidamente della creazione di nuovi posti di lavoro a simili condizioni contrattuali e salari relativi. Ma siccome la maggior parte delle persone deve comunque lavorare per vivere, il risultato non è la disoccupazione di massa ma un declino della proporzione di posti di lavoro sicuri e la crescita della precarietà in paesi e settori dove esistevano determinate garanzie.

Il ritorno a un’idealizzata «età dell’oro» del capitalismo industriale è impossibile e indesiderabile, perché la crescita di output necessaria per reindustrializzare il lavoro agli attuali livelli tecnologici sarebbe incompatibile con la riproduzione sostenibile della vita sul pianeta. Ma nemmeno la strategia degli incentivi «verdi» all’investimento privato risolverà i nostri problemi. Come hanno notato Alexis Moraitis e Jack Copley, l’automazione capitalista e la stagnazione economica sono interrelate, perché la corsa alla produzione di più beni in meno tempo finisce per abbassare i prezzi ed esercitare quindi una pressione sui tassi di profitto. Questo indebolisce gli investimenti e porta alla stagnazione. Ne deriva un circolo vizioso di precarietà e degrado ambientale nel tentativo di rivitalizzare gli investimenti.

Una speranza sono piuttosto le mobilitazioni per la redistribuzione della ricchezza (comprese le riparazioni al Sud Globale), la diminuzione dell’orario lavorativo (che ridurrebbe anche il bisogno di nuovi posti di lavoro) e una radicale trasformazione della produzione verso la sostenibilità e la demercificazione (guidata da investimenti pubblici e sociali). La redistribuzione globale della ricchezza è necessaria per rendere il lavorare meno – e meglio – socialmente sostenibile, come misure transizionali «oltre la fine del mondo».

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