2023: L’ANNO DELLA RECESSIONE STRISCIANTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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2023: L’ANNO DELLA RECESSIONE STRISCIANTE da IL MANIFESTO

Il 2023 sarà l’anno della recessione strisciante

COMMENTI. Nel 2022 ben 22 banche centrali, con la Bce, hanno alzato i tassi: il costo della vita sarà più alto. I governi subalterni ai banchieri. Sulle politiche monetarie la sfida dei parlamenti

Alfonso Gianni  31/12/2022

Parafrasando il celebre testo biblico potremmo chiedere «Banchiere, a che punto è la notte?», ma rischieremmo di ricevere la stessa risposta che la sentinella nel sacro testo fornisce al suo angosciato interlocutore: «Viene la mattina, e viene anche la notte. Se volete interrogare interrogate pure; tornate e interrogate ancora».

Il fatto che in queste settimane compaiano libri e testi teatrali – tra gli altri, un saggio di critica alla geopolitica di Isidoro Mortellaro e un pièce teatrale scritta e interpretata da Nichi Vendola – che fanno, ognuno per suo conto, riferimento a questo interrogativo senza risposta, ci dà, forse più di ogni altra cosa, la dimensione nella quale viviamo. La cifra dell’anno che verrà, non solo dal punto di vista economico di cui principalmente qui ci si occupa, è segnata da un’elevata incertezza. Non è una novità assoluta. In effetti più di cinquant’anni fa Hyman Minsky scriveva che «la differenza essenziale tra l’economia keynesiana e l’economia sia classica che neoclassica è l’importanza attribuita all’incertezza», includendo nell’economia neoclassica anche il tentativo di normalizzazione del pensiero keynesiano cominciato da subito con un famoso articolo di John Hicks del 1937.

Ma è indubbio che «l’economia del disastro», per tornare a citare Minsky, abbia accorciato negli ultimi tempi l’intervallo fra una crisi e l’altra. Secondo alcuni economisti (ad esempio Janet Yellen) gli ultimi tre anni contrassegnati dalla pandemia e dalla guerra in Europa, dove non sono ancora stati smaltiti gli effetti della crisi economico-finanziaria del 2008, «saranno visti come un periodo di instabilità unico nella nostra storia moderna». Previsione azzardata, proprio perché questo periodo appare tutt’altro che concluso. Se guardiamo alla guerra, l’esile fiammella dell’apertura di un processo di pace sul versante russo-ucraino è subito accompagnata dal surriscaldamento delle tensioni al confine fra la Serbia e il Kosovo. Come a sottolineare che ormai la guerra entro il continente europeo è considerata un’opzione sempre possibile, quasi normale. Se guardiamo alla situazione economica e finanziaria e cerchiamo di fare una media tra le valutazioni dei più autorevoli economisti, dei grandi operatori finanziari e manager di multinazionali, i famosi funzionari del capitale, l’ipotesi più probabile per il 2023 è quella di una recessione strisciante.

Solo i più ottimisti si pronunciano per una timida inversione di tendenza nella seconda parte del 2023. Ma non si capisce come, tanto che appare più un wishful thinking che non una ponderata previsione. Tra le maggiori 26 banche centrali del mondo, ben 22 hanno alzato i tassi di interesse. Lo hanno fatto 137 volte aumentando così il costo del denaro di 82,6 punti percentuali. Diverse tra loro, tra cui la Bce, hanno iniziato o annunciato la riduzione del bilancio (quantitative tightening). Le attese delle decisioni sui tempi e sull’entità dell’innalzamento dei tassi tengono col fiato sospeso non solo le famiglie alle prese con l’aumento dei prezzi e dei mutui, ma i governi. L’indipendenza delle banche centrali – mantra del neoliberismo – si è risolta nella dipendenza degli esecutivi da queste. Perciò si alza il richiamo alla trasparenza e alla necessità che le banche centrali traccino un percorso definito. Cosa che Lagarde non fa, andando avanti giorno per giorno. Anche gli editorialisti de il Sole24Ore chiedono che l’autonomia dalle interferenze dei governi venga almeno bilanciata dal rendere conto nei parlamenti. In primo luogo ciò dovrebbe avvenire a livello europeo, non in modo occasionale e non solo sulla valutazione del già fatto, ma sulla programmazione del fare.

Ma quanto riferisce la Commissione sulle linee guida della riforma del patto di stabilità si muove in tutt’altra direzione: quella di accentrare potere nelle mani della Commissione stessa, riducendo ulteriormente il ruolo del Parlamento. Non solo di quello europeo, ma anche dei parlamenti nazionali le cui decisioni sui bilanci dovrebbero sottostare ai percorsi decisi dalla Commissione. Sparisce l’incredibile norma del rientro al 60% del rapporto fra debito e Pil in venti anni, ma si irrigidisce il controllo della Commissione sul percorso economico dei singoli stati. La Ue in particolare rimane così stretta fra aumento dell’inflazione – essendosi preclusa la possibilità di agire sulle sue cause esogene, in particolare la guerra – e precipitazione nella recessione. Ma una simile tenaglia non è inevitabile: sfuggire ad essa è il terreno per la ricostruzione di una sinistra. Non è vero che l’unica cura contro l’inflazione sia una politica restrittiva nella speranza che il calo dei consumi trascini con sé quello dei prezzi.

Ce lo ha insegnato la stagflazione, cioè la compresenza di inflazione e recessione. Se negli Usa l’inflazione è in gran parte dovuta all’innalzamento dei prezzi dei beni di consumo, in Europa questa dipende per due terzi dal caro-energia. Qui più che altrove il tema è: quali consumi e quali investimenti. Affrontarlo a livello europeo è necessario. La conversione ecologica dell’economia – articolabile in una miriade di realistici progetti – è la leva indispensabile.

Il deficit sanitario e la lotta di Cariati

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica settimanale di economia politica a cura di autori vari

Matteo Bortolon  21/12/2022

Il 29 dicembre con 107 voti favorevoli, 69 contrari e un’astensione il Senato della Repubblica ha approvato il testo della Legge di Bilancio del governo Meloni, scritta in tandem con Mario Draghi. Un vero segno dei tempi che il baricentro fosse dedicato alle misure relative al caro-bollette, lasciando in ombra il settore di cui si è più parlato nei due anni precedenti: la sanità. Nel comunicato del ministro Giorgetti l’elencazione delle misure più rilevanti non annovera alcuna misura per la sanità, se non all’interno del paragrafo relativo al pacchetto contro il caro energia: infatti dei 2,1 mld di euro stanziati a favore del Fondo sanitario nazionale ben 1,4 serviranno per i costi delle bollette. Si può tranquillamente dire che se il Servizio Sanitario Nazionale attendeva da una parte un robusto rifinanziamento che compensi i catastrofici tagli del decennio scorso (secondo Gimbe 37 mld di euro) ed una riorganizzazione complessiva, niente di tutto ciò è avvenuto.

Ce lo ricorda il coraggioso e militante film ora nelle sale C’era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando di Federico Greco e Mirko Melchiorre: spiega come mai a fine anni Settanta il nostro paese avesse il triplo dei posti letto che abbiamo oggi (da 10,7 ogni 100 abitanti a 3,1) e come mai nello scorso decennio siano stati chiusi ben 173 ospedali.Uno di questi è stato l’ospedale di Cariati in Calabria, chiuso undici anni fa per i tagli alla sanità. Durante la pandemia Covid, un gruppo di ragazzi ha occupato la struttura, lottando per affermare il diritto alla salute, inficiato dalla necessità di dover ricorrere a strutture lontane (il pronto soccorso più vicino è a 40 min., il secondo a un’ora e nessuno dei due attrezzato per infarto o ictus…). Gli autori hanno seguito Gino Strada in Calabria, scoprendo questa lotta dal basso cui danno ampio spazio nel film, in un intenso percorso che salta dal locale all’orizzonte più ampio del neoliberismo rampante.

Se le carenze del SSN soprattutto nel sud sono ampiamente note, meno conosciute sono le cause a monte. È a questo che è dedicato ampio spazio dagli autori, dialogando con diversi esperti del settore: lo stesso Gino Strada, Vittorio Agnoletto, Nicoletta Dentico (ben conosciuti militanti per una sanità inclusiva e pubblica), il professor Jean Zigler, Carlo Palermo, Ivan Cavicchi, gli economisti Warren Mosler e Randall Wray, instancabili critici della austerità, il celebre regista Ken Loach. Ma soprattutto Roger Waters dei Pink Floyd, che è riuscito a dare visibilità internazionale alla lotta per l’ospedale di Cariati.

Gli interventi mostrano come il neoliberismo abbia devastato il settore pubblico della sanità, sostanzialmente il meccanismo della austerità – con una riduzione dello spazio statuale e la logica dei «conti in regola» che si traduce nel tracimare del privatismo – e la mercantilizzazione delle logiche profonde dei sistemi sanitari. Le due cose tendono a coincidere, in quanto il sottofinanziamento statale fa il paio con meccanismi di remunerazione delle singole strutture spingendo i dirigenti verso il ruolo di manager imprenditoriali (in reciproca competizione). La battaglia per il piccolo ospedale così si inquadra nel quadro più generale di egemonia politico-economica degli Usa e degli istituti globali da loro promossi, oltre che dalla Ue che in un gran numero di sue raccomandazioni agli Stati membri predica misure selvaggiamente austeritarie, nella parentesi fra la espansività che nel tornante degli anni 2010-13 è servita a salvare le banche e la crisi del Covid 2020 di fronte a cui il deficit statale è stato necessitato dall’evitare il collasso economico e sociale..

E ora? Il sottotitolo del film echeggia lo sterminio del golpe patrocinato dagli Usa in Indonesia negli anni ’70, presto esportato in America Latina (è sui muri cileni, dopo l’insediamento di Allende, che comparve la scritta «Giacarta sta arrivando»: arriva il golpe liberista); alludendo al fatto che è possibile un ulteriore peggioramento della situazione, e che la sistematica compressione dei finanziamenti pubblici si traduce in un prevedibile aumento della mortalità delle classi meno abbienti. A meno che le lotte come quella dei ragazzi di Cariati inducano a sostituire il deficit della sanità (il sottofinanziamento) con spesa pubblica adeguata al sostegno dei diritti di tutta la popolazione.

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