10 BUONI MOTIVI per PORTARE in GIUDIZIO la TASSONOMIA UE da IL MANIFESTO
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10 BUONI MOTIVI per PORTARE in GIUDIZIO la TASSONOMIA UE da IL MANIFESTO

Dieci buoni motivi per portare in giudizio la tassonomia Ue

CLIMA. Includere gas e nucleare nella transizione ecologica è illegale. Su questa base alcune associazioni europee ambientaliste (tra cui Wwf e Greenpeace) vogliono fare ricorso alla Corte di giustizia europea

Daniela Passeri  14/07/2022

Includere il gas e il nucleare nella tassonomia verde è illegale: viola l’Accordo di Parigi sul clima, la Legge europea sul clima, il Trattato dell’Ue che impone la protezione ambientale e addirittura è in contraddizione con il Regolamento sulla tassonomia che la Commissione europea stessa si è data.

SU QUESTA BASE LEGALE, alcune organizzazioni ambientaliste e della società civile – da Greenpeace al Wwf, da ClientEarth a Transport & Environment a Ecco ed altre ancora – stanno valutando un’azione giudiziaria contro l’Atto delegato della Commissione sulla tassonomia, concepito come «tappa essenziale per canalizzare gli investimenti verso attività sostenibili» e rivelatosi un provvedimento che equipara gli investimenti in impianti nucleari e a gas (seppure con un’efficienza maggiore di quelli esistenti) a quelli in fonti rinnovabili.

IL PRIMO PASSO SARA’ UNA RICHIESTA formale di revisione del provvedimento: tuttavia, poiché sarà improbabile che Ursula von der Leyen torni sui suoi passi, l’ultima possibilità per far valere una migliore protezione del clima e dell’ambiente sarà un ricorso alla Corte Europea di Giustizia. La via giudiziaria per escludere gas e nucleare dalla tassonomia verde non sarà né breve – potrebbero volerci almeno 2 anni – né facile, e per questo sarebbe importante che tra i ricorrenti ci fossero anche alcuni stati membri, oltre ad Austria e Lussemburgo che si sono già dichiarati a favore. Nel frattempo, a partire dal 1 gennaio 2023, quando il provvedimento entrerà in vigore, le organizzazioni si propongono di monitorare attentamente l’uso che verrà fatto della tassonomia verde, per denunciarne distorsioni rispetto agli obiettivi originari. Secondo varie fonti, includere gli investimenti in gas e nucleare come necessari alla transizione verso la decarbonizzazione è stato un errore per almeno 10 motivi.

1. NON FAVORISCE LA COMPETITIVITA’ delle imprese italiane. Secondo il think tank italiano per il clima Ecco «la creazione di filiere produttive legate alle tecnologie verdi porta sviluppo economico e aumento dell’occupazione resiliente agli shock. Tra i settori che la tassonomia esplicitamente include infatti ci sono settori chiave del tessuto industriale italiano, tra cui edilizia, trasporti e logistica, oltre all’indotto dell’efficienza energetica (ad esempio pompe di calore, in cui l’Italia è un’eccellenza internazionale). La tassonomia permette l’accesso a capitali con maggiore facilità e a costo più basso per l’innovazione verde. L’inclusione di gas e nucleare crea però un enorme richiesta di fondi su impianti che – nel caso del nucleare – necessitano di un finanziamento misurato in miliardi di euro. Tale domanda di capitali ridurrebbe la disponibilità, e alzerebbe potenzialmente i costi, per la piccola e medie impresa e per le tecnologie alternative di cui l’Italia ha urgentemente bisogno, come rinnovabili, efficienza energetica e mobilità elettrica».

2. È CONTRO LA SCIENZA DEL CLIMA. Una lettera firmata da 226 scienziati di varie discipline, scritta all’indomani della comparsa di gas e nucleare tra gli investimenti sostenibili – non erano inclusi nella prima versione dell’Atto delegato – condannò senza mezzi termini il provvedimento perché contiene «affermazioni infondate che sono contrarie alla scienza del clima. La tassonomia Ue per la finanza sostenibile era stata concepita come un punto di riferimento scientifico per evitare il greenwashing. Con questa proposta diventa essa stessa uno strumento di greenwashing».

3. VIOLA I PRINCIPI DELLA PARTECIPAZIONE dei cittadini. Secondo l’europarlamentare verde Rosa d’Amato (ex-M5S) «la Commissione europea non ha rispettato i principi base della partecipazione dei cittadini perché non ha sottoposto il provvedimento che adotta la tassonomia ad una consultazione pubblica di 4 settimane durante le quali i cittadini avrebbero potuto esprimere il loro parere».

4. È CONTRO LA SOVRANITA’ ENERGETICA dell’Ue. «L’Ue importa il 100% dell’uranio che usa per il nucleare, di cui il 20% dalla Russia, e il 90% del gas, il 40% sempre dalla Russia. Come può questa tassonomia aiutare la sovranità energetica europea?», si chiede l’europarlamentare verde tedesca Jutta Paulus.

5. IL NUCLEARE E’ PERICOLOSO. SIC!

6. È UNA MINACCIA ALLE FUTURE generazioni. Anche i Fridays for Future hanno manifestato a Strasburgo per l’esclusione di gas e nucleare dalla tassonomia: «È un provvedimento inaccettabile, perché minaccia noi giovani, oltre ad essere chiaramente contraddittorio – ha dichiarato Martina Comparelli, portavoce FFF Italia – da una parte l’Europa si propone diminuire il consumo di gas entro il 2030, ma dall’altra lo considera una fonte di transizione».

7. È UN REGALO A PUTIN. CI RICORDA Greenpeace che Gazprom, Rosatom e Lukoil si sono subito dichiarati a favore dell’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia europea, uno strumento che ora rischia di rafforzare la dipendenza dalle forniture fossili da Mosca e in definitiva di rivelarsi un favore a Putin.

8. FA PERDERE TEMPO. «TUTTI SANNO che per costruire un impianto che produce energia nucleare servono 15-20 anni e che il prezzo delle rinnovabili è inferiore a quello del gas. A chi giova?», si chiede l’europarlamentare verde Eleonora Evi.

9. AUMENTA IL COSTO DELLA VITA. «Promuovere le infrastrutture del gas come verdi è come dire che i boiler inefficienti sono una scelta sostenibile – dice l’europarlamentare verde irlandese Ciaran Cuffe – mentre in realtà sappiamo che non fanno che aumentare la povertà energetica delle famiglie. Invece, è il costo dell’energia prodotta con fonti rinnovabili ad essere sempre più basso. Solo investire su queste fonti alternative ci può garantire sicurezza energetica e riduzione dei prezzi dell’energia».

10. LA TASSONOMIA MINACCIA ANCHE le foreste. Il dibattito su gas e nucleare in tassonomia ha oscurato quello sulle foreste. Secondo Filippo Mattioli, avvocato di ClientEarth «incoraggiare investimenti nelle biomasse forestali come ambientalmente sostenibili è come incoraggiare la distruzione delle foreste. Se bruciamo il legno per produrre energia tagliamo alberi e non facciamo che peggiorare la crisi climatica».

La chimica che la Ue non vuole vedere

Bastano tre settimane per mettere sul mercato una sostanza chimica, però ci vogliono più di 10 anni limitarne l’uso se si scopre che è dannosa per la salute o l’ambiente […]

Daniela Passeri  14/07/2022

Bastano tre settimane per mettere sul mercato una sostanza chimica, però ci vogliono più di 10 anni limitarne l’uso se si scopre che è dannosa per la salute o l’ambiente e più di 20 anni per metterla al bando. Lo afferma uno studio pubblicato lunedì scorso dall’organizzazione EEB (European Environmental Bureau), la più vasta rete europea di organizzazioni per la protezione dell’ambiente (180 in 38 paesi, tra cui Legambiente e Cittadini per l’aria) che nel titolo – The Need for Speed – richiama la necessità di accelerare sull’eliminazione dell’inquinamento chimico che ormai ha superato i limiti di sicurezza per la vita sul pianeta, come la comunità scientifica va dicendo da alcuni mesi.

Lo studio, che ha preso in esame 1.109 dossier di sostanze chimiche, è la prima puntuale verifica della durata dei controlli da parte della Commissione europea, dall’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) e degli stati membri dall’entrata in vigore nel 2007 del regolamento Reach (registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche) e del suo strumento complementare Clp (classificazione, etichettatura e imballaggio).

Se grazie al Reach abbiamo una maggiore consapevolezza di quali prodotti contengono sostanze chimiche nocive e con il Clp i consumatori sono informati dei pericoli associati ad una sostanza o miscela, tuttavia, secondo lo studio di EEB «questi passi avanti svaniscono di fronte alla lentezza dei provvedimenti normativi… Le autorità sono tenute a concedere alle aziende l’autorizzazione per utilizzare una sostanza chimica in 3 settimane, senza la possibilità di studiare prima i rischi. Però, per valutare i rischi, per verificare se le sostanze sono usate in modo pericoloso e per mettere in atto meccanismi di controllo o istruire le procedure di messa al bando, normalmente ci vogliono 13 anni e 8 mesi».

Solo per uniformare la classificazione e l’etichettatura servono in media cinque anni e mezzo. L’unico meccanismo veloce ed efficiente è quello che permette l’identificazione e l’inserimento nell’Elenco delle sostanze estremamente preoccupanti candidate all’autorizzazione, che dura in media sei mesi. In queste lungaggini le imprese possono continuare legalmente ad impiegare le sostanze tossiche.

«Operare controlli sulle sostanze chimiche pericolose è un processo estremamente lento nell’Unione Europea – dichiara Tatiana Santos, esperta di sostanze chimiche per EEB – La colpa è soprattutto dell’industria che nasconde i reali pericoli dei prodotti ingannando il più a lungo possibile il sistema. Però anche i funzionari sono responsabili del blocco delle tutele, senza giustificazioni o spiegazioni, o a causa di infinite discussioni oppure della cosiddetta paralisi da analisi. Il risultato è che oggi ritroviamo milioni di tonnellate di sostanze chimiche nei prodotti di largo consumo che i funzionari sanno essere pericolose per la salute e per l’ambiente. C’è bisogno di maggiore velocità in queste procedure. Ci auguriamo che l’imminente riforma di cui si discute a Bruxelles possa cambiare questa situazione».

Leggendo lo studio si scopre che uno degli ostacoli maggiori ad un’effettiva protezione dal rischio chimico è costituito proprio dalla Commissione Europea. Secondo i dati di ECHA analizzati dagli esperti di EEB, dopo il complesso e farraginoso processo di formulazione dei pareri scientifici, la Commissione ci impiega ancora di più a tradurli in atti normativi, tanto che il 45% delle decisioni rimangono in sospeso. Di questo passo, secondo EEB, considerando che sono circa 2 mila le sostanze che devono essere regolate o valutate, ci vorranno centinaia di anni per farlo. La conclusione dello studio è che le sostanze chimiche non vengono opportunamente controllate in Europa.

Emblematico il caso del Bisfenolo A, sostanza molto utilizzato nelle plastiche in policarbonato ad uso alimentare: la sua tossicità era già nota negli anni Trenta, ma è entrato nelle liste delle sostanze chimiche pericolose nel 2003 ed è stato inserito nella lista delle sostanze estremamente preoccupanti nel 2017, ma oggi la Commissione impedisce i controlli, rendendone ancora possibile l’uso nei contenitori di cibo e bevande. Lo studio Preveni, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) ha dimostrato l’esposizione diffusa al Bisfenolo A nella popolazione italiana. Altri esempi riguardano i PFOA (impermeabilizzati per vari usi), per la cui restrizione all’uso ci sono voluti 11 anni e i DEHP (ftalati plastificanti), che rimangono in uso perché la Commissione ha bloccato i controlli per 7 anni.

Un nuovo studio di prossima pubblicazione commissionato dalla Commissione Europea e già visionato da EEB, rivela che 1300 sostanze chimiche utilizzate in Europa, per un totale di 23 milioni di tonnellate l’anno, sono legate a cancro, perdita di fertilità, problemi di sviluppo nei bambini e ad altri impatti sulla salute e che tali sostanze verranno messe al bando nei prossimi anni.

In aprile, la Commissione ha annunciato, tra i capisaldi del suo Green Deal, una massiva messa al bando di prodotti chimici, la cosiddetta Restriction Roadmap che, secondo Santos, «sarebbe davvero efficace nel ridurre l’inquinamento chimico, soprattutto perché ha come priorità la regolazione di interi gruppi di sostanze, invece di regolarli uno per uno come avviene ora. Siamo contenti di questo annuncio da parte della Commissione: il problema, come abbiamo dimostrato con questo studio, è che se le procedure di verifica e regolazione rimangono queste, ci vorrà un tempo infinito».

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