TORINO, PARTECIPAZIONE E VECCHI TEOREMI da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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TORINO, PARTECIPAZIONE E VECCHI TEOREMI da IL MANIFESTO e IL FATTO


Torino, partecipazione e vecchi teoremi

Alessandra Algostino  05/02/2026

Quale violenza Non sono gli scontri che fanno paura al potere, se mai forniscono alimento alla stretta repressiva, con la precisazione che i pacchetti sicurezza si susseguono imperterriti e l’ultimo era già pronto

Non sono gli scontri che fanno paura al potere, se mai forniscono alimento alla stretta repressiva, con la precisazione che i pacchetti sicurezza si susseguono imperterriti e l’ultimo era già pronto. È la partecipazione a far paura.

Cinquantamila persone ad un corteo per difendere gli spazi sociali, lanciato da un centro sociale, Askatasuna, con un progetto politico radicale, fanno paura a chi vuole una massa silente e obbediente. Come hanno fatto paura le enormi mobilitazioni per la Palestina, o le assemblee dense di progettualità del 17 a Torino e del 24-25 a Bologna, che raccontano di alternative, pratiche e teoriche, radicate nei territori.

È la partecipazione, consapevole, determinata, conflittuale e pacifica, trasversale e convergente, che si vuole colpire: è questa che mette in crisi la narrazione univoca e dominante del potere.
Non è solo il “classico” discorso: gli scontri oscurano la manifestazione, è un passo in più. Si è iniziato colpendo le modalità di partecipazione (il reato di blocco stradale, le aggravanti ad hoc per le manifestazioni contro le grandi opere) e ora ad essere attaccato è direttamente il diritto di manifestare.

Senza negarlo apertamente, ma delegittimando chi lo esercita e intimidendolo con la minaccia di sanzioni. È il fascismo che si insinua per vie legali, mantenendo le forme e svuotandole, riformandole e stravolgendole (riforma della giustizia, progetto di premierato).

E torna un vecchio teorema: il concorso morale. E qui siamo a un passo ulteriore, esplicitato dall’«area grigia» evocata dalla procuratrice generale di Torino Musti. Il bersaglio, questa volta, non sono solo i manifestanti in senso ampio (e tantomeno chi ha ingaggiato scontri con la polizia), ma in specie chi prende parola nello spazio pubblico, docenti, sindacalisti, intellettuali, giornalisti, politici. I nuovi nemici dello Stato, uno Stato che si fa regime e non democrazia come partecipazione ed eguaglianza.

È il seguito del processo che vede punire, oltre chi occupa, chi si intromette e coopera, o che criminalizza la solidarietà verso i migranti; oggi ad essere «criminali» sono coloro che difendono la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di riunione, di critica, di protesta, il dissenso, il conflitto, letture alternative, la complessità rispetto alla semplificazione binaria della guerra. Con una lettura schiacciata sulla violenza si vuole delegittimare il conflitto che non è violenza ma momento di riconoscimento dell’altro e di trasformazione, è agire per l’emancipazione contro il dominio.

Non è scontro fisico ma stare da una parte, per opporre al conflitto vinto dall’alto eguaglianza, pace, giustizia sociale e ambientale; certo, prospettive contrastanti con una democrazia che si vuole, ossimoricamente, trasformare in identitaria, razzista, strumento di sorveglianza delle eccedenze. E veniamo alla violenza. I reati compiuti saranno perseguiti dalla magistratura (non spetta alla presidente del Consiglio indicare i capi di imputazione), auspicabilmente secondo il principio della legge uguale per tutti (senza scudi, alias, privilegi penali, per le forze di polizia). È una premessa classica ma è d’uopo aggiungere, stanti i contenuti dei vari decreti sicurezza, in attuazione di leggi rispettose della Costituzione, della garanzia dei diritti e dei principi costituzionali in materia penale.

Ragionando di violenza politica o sociale (in forme incomparabili a quelle degli anni Settanta evocati), manca sempre una parte, la prospettiva della complessità: non si tratta di inserirsi in una zona grigia, ma di riflettere, tentando di comprendere cause, intenti (di entrambe le parti coinvolte), contesti. Nulla di nebuloso, semplicemente l’orizzonte limpido, quello dello Costituzione; a partire dalla tanto decantata sicurezza, la cui primaria declinazione è come sociale, come inclusione politica, non come ordine pubblico.

Quindi, è facile annotare come la riduzione della violenza agli scontri di piazza (ovviamente contemplata solo lato manifestanti) sia un refrain utile per occultare la violenza della diseguaglianza sociale, della necropolitica nei confronti dei migranti, dello svuotamento della democrazia.

Resta, infine, certo, che nei movimenti è necessario confrontarsi sulle modalità di stare in piazza, di agire un «si parte insieme e si torna insieme» che sia rispetto reciproco, che sia coerente con il contesto e gli obiettivi (si vis pacem para pacem). La forza non è nello scontro fisico, ma nella determinazione pacifica di essere in piazza in tante e tanti, una partecipazione da declinare ogni giorno.

Giù le mani dall’azione penale: Torino e dintorni

Henry John Woodcock  5 Febbraio 2026

Gentile Direttore, devo dire che, a proposito di riforma del rapporto tra Ufficio del pubblico ministero e polizia giudiziaria, i fatti avvenuti a Torino sabato scorso mi hanno molto colpito, prima di tutto per gli episodi di intollerabile e inaccettabile violenza, e poi, per la verità, anche per le dichiarazioni, o meglio per le affermazioni attribuite (da tutti i giornali) alla presidente del Consiglio e ad alcuni rappresentanti dell’attuale governo.

La violenza è sempre e comunque manifestazione di istinti aberranti, da qualunque parte venga, e, purtroppo, la storia, anche recente, offre e ha offerto ampie dimostrazioni di come la violenza non sia venuta sempre e solo da una parte o dall’altra.

Per quanto mi riguarda, ho sempre avvertito un sincero senso di solidarietà, prima ancora che istituzionale, umana nei confronti delle forze di polizia; chi fa il mio lavoro, e io ormai lo faccio da quasi trent’anni, vive in simbiosi gli agenti, giovani (e meno giovani) che dedicano la loro vita all’amministrazione della giustizia per poco più di mille euro al mese. Guadagnano il 30%, 40% in meno rispetto ai rappresentanti delle forze di polizia di altri Paesi come la Germania, la Francia, per non parlare dell’Inghilterra e del Paesi del Nord Europa; eppure in Italia sono chiamati a un impegno imparagonabile: e forse di questo bisognerebbe, prima di tutto, occuparsi.

Non sarei altrettanto sincero, però, se non dicessi che mi hanno particolarmente colpito anche le affermazioni fatte dalla presidente del Consiglio e da alcuni rappresentanti del governo in relazione alla pure gravissima vicenda di cui parliamo, e in particolare non tanto (o meglio non solo) quelle riguardanti il perentorio monito diretto ai magistrati con l’altrettanto perentorio invito a fare il loro dovere anche quando vittime di violenze sono rappresentanti delle forze dell’ordine, che – devo dire – era abbastanza prevedibile in un momento in cui occorreva da una parte, e più che mai, una sponda per l’approvazione del così detto “decreto sicurezza” che si era un po’ arenato, e dall’altra un po’ di propaganda contro i magistrati a fronte dell’incalzante progredire del No nei sondaggi delle ultime settimane. Le affermazioni che mi hanno più colpito, e che secondo me devono indurre ancora una volta a una ancor più attenta riflessione in vista del prossimo referendum sulla giustizia, sono quelle nelle quali i rappresentanti del governo estendono il loro monito ai magistrati addirittura indicando, seccamente e senza esitazione, la qualificazione giuridica del fatto, con affermazioni del tipo: “Si chiama tentato omicidio”, “conto che gli venga contestato quantomeno il tentato omicidio, non le lesioni”. Insomma, quasi “un’azione surrogatoria” tendenzialmente sovrapposta “all’azione penale obbligatoria” del pubblico ministero.

Premesso che l’episodio in questione è – come si è detto – di inaudita gravità, e ciò a prescindere dalla qualificazione tecnico giuridica dello stesso, mi chiedo e vi chiedo di provare a immaginare anche solo per un istante come si potrebbe sentire e quale pressione potrebbe avvertire – appunto se dovesse passare la annunciata riforma della giustizia con tutte le successive modifiche – un giovane pm di fronte a un incipit così perentorio, e così autorevole, come quello proveniente dall’autorità governativa e dalla presidente del Consiglio in persona.

Forse è questo il momento di recuperare, da una parte e dall’altra, pacatezza e continenza, evitando, da una parte e dall’altra, qualsiasi forma di strumentalizzazione. Il confronto e anche l’accesa contrapposizione delle idee è sempre e comunque una cosa costruttiva e anche stimolante, e lo è a maggior ragione in vista del prossimo referendum; tuttavia è bene tener presente che, comunque andrà, ci sarà “un dopo”. Se vincerà il Sì bisognerà mettere mano alle leggi ordinarie attuative, e non sarà una “passeggiata di salute” dal momento che, senza modifiche sostanziali al Codice di procedura penale, la riforma andrà poco lontano. Se, invece, vincerà il No bisognerà mettere mano a riforme realmente utili a migliorare il servizio giustizia, evitando che l’Italia debba restituire i soldi del Pnrr, che la durata del processo penale abbia tempi assolutamente inconciliabili con il principio del giusto processo e, perché no, facendo in modo che il personale amministrativo del comparto non sia costretto a lavorare in condizioni più che disagevoli e per uno stipendio da fame e che, ancora, i detenuti non siano costretti a sopravvivere all’interno di strutture in condizioni disumane. Tutti problemi che la tanto reclamizzata riforma della giustizia oggetto del prossimo quesito referendario non solo non risolve, ma neppure lontanamente affronta.

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