NAKBA, LA CATENA ININTERROTTA VISTA DALLE MACERIE DI GAZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
23874
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-23874,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

NAKBA, LA CATENA ININTERROTTA VISTA DALLE MACERIE DI GAZA da IL MANIFESTO


Nakba, la catena ininterrotta vista dalle macerie di Gaza

Lina Ghassan Abu Zayed  15/05/2026

NUSEIRAT

1948-2026 Il 15 maggio di 78 anni fa 800mila palestinesi cacciati, 530 villaggi distrutti, oltre 13mila morti. Oggi più di due milioni di persone sfollate dal nord al sud: il nuovo lungo viaggio di paura e umiliazione

aggio 2026. Sul cartello con cui questa anziana donna palestinese commemora la Nakba si può leggere: «Le nostre radici sono più profonde delle vostre distruzioni» – foto Majdi Mohammed/Ap

Fin da bambina ricordo mia nonna Intisar e mio nonno Marwan sedersi con noi a raccontarci la storia della Nakba. Ricordo le loro voci calme, appesantite dalla paura e dall’esilio. Da bambina ascoltavo senza capire appieno come una persona possa lasciare improvvisamente la propria casa o come una patria possa trasformarsi in un ricordo che si porta con sé ovunque si vada.

Raccontavano del loro villaggio d’origine, Al-Masmiyya al-Kabira, tra Gaza e Ramla, nella pianura costiera palestinese. Era noto per i suoi vasti terreni agricoli, i campi di grano, gli uliveti e la tranquilla vita rurale. La gente aveva vissuto per generazioni in semplicità e stabilità, prima che il villaggio diventasse un ricordo, portato dai suoi abitanti in esilio e nei campi profughi.

MIO NONNO DICEVA SEMPRE: «Abbiamo lasciato Al-Masmiyya portando con noi le chiavi delle nostre case, senza mai immaginare che il viaggio sarebbe durato tutta una vita».

L’esilio si estese a tutta la famiglia. Mio nonno si recò in Egitto per studiare, poi si spostò tra Libano, Siria e Giordania prima di stabilirsi in Iraq. La sua vita divenne una lunga catena di spostamenti tra diversi paesi, mentre la vera patria era presente solo nella memoria. Spesso diceva: «Ho viaggiato attraverso molti paesi, ma nessun luogo è riuscito a farmi dimenticare la prima casa che ci siamo lasciati alle spalle».

Il 15 maggio 1948 – il giorno della Nakba – circa 800mila palestinesi furono costretti ad abbandonare i propri villaggi e le proprie città. Quasi il 78% della Palestina storica passò sotto il controllo israeliano, oltre 530 villaggi e città palestinesi furono distrutti e si stima che tra i 13mila e i 15mila palestinesi persero la vita. All’epoca, la gente non usava la parola “Nakba” nel modo in cui viene usata oggi, eppure ne viveva appieno il significato: la perdita della casa, strade sconosciute e tende che da rifugi temporanei si trasformarono in una vita intera.

COL TEMPO, Gaza è diventata il più grande luogo di raccolta per i rifugiati palestinesi. Intere generazioni sono nate nei campi profughi ereditando ogni dettaglio dei ricordi dei genitori e dei nonni. Ma la Gaza di oggi non vive solo con il ricordo della Nakba; ne vive una nuova, più ampia e brutale. Dall’inizio della guerra, più di due milioni di persone sono state sfollate dal nord al sud, un lungo viaggio di paura e umiliazione.
Un giovane sfollato dal nord di Gaza a Rafah mi racconta di strade piene di macerie, distruzione e corpi lasciati lì per giorni senza che nessuno potesse raggiungerli. Racconta di famiglie che hanno camminato per lunghe ore sotto il rombo degli aerei e dei droni di sorveglianza, tra strade distrutte, piene di crateri e detriti e fiancheggiate da carri armati su entrambi i lati. Le persone attraversavano posti di blocco con la paura di essere arrestati o uccisi; molti sono stati costretti a lasciare indietro borse ed effetti personali.

PRIMA DELLA GUERRA, Gaza cercava di sopravvivere nonostante il blocco: aveva università, scuole, ospedali, mercati e una vita quotidiana frenetica. Oggi siamo tornati indietro di decenni. In un mondo di tecnologia e progresso digitale, le persone sono tornate nelle tende, trasportano l’acqua in spalla, cucinano sul fuoco e cercano ogni giorno pane, cibo e medicine.

Le infrastrutture sono state devastate, le università e le scuole hanno smesso di funzionare e il sistema sanitario è in gran parte crollato. Centinaia di migliaia di persone vivono senza alcuna fonte di reddito, in un contesto di disoccupazione e povertà senza precedenti.

Yusra Ramadan, 92 anni, è testimone vivente di due epoche intrecciate. La Nakba non l’ha mai veramente abbandonata, la rivede ancora in ogni dettaglio della sua vita.

NEL 1948 fuggì dal suo villaggio, Tall al-Safi, che aveva quindici anni, sotto i bombardamenti e la paura, portando con sé e la sua famiglia solo pochi effetti personali e i documenti di proprietà della casa e della terra dentro una piccola scatola. Arrivarono a Gaza, trovarono rifugio in semplici tende prima di essere trasferiti nei campi profughi, l’inizio di un lungo esilio nella loro stessa patria.

Dopo anni di relativa stabilità, Yousra era riuscita a costruirsi una piccola casa: «La casa per cui avevo lottato, quella a cui mi ero affezionata, è scomparsa in pochi secondi… non mi hanno nemmeno lasciato la possibilità di dirle addio».

Racconta come le immagini delle tende, dell’attesa e della ricerca di cibo (anche se allora, dice Yusra, non abbiamo avuto tanta fame) siano tornate a riempire la realtà. Ma ciò che le fa più male, dice, non è solo il ripetersi di quella scena, bensì il senso di sradicamento che non l’abbandona: «Ancora oggi mi sembra di aver appena lasciato il mio villaggio… come se non fossi mai veramente arrivata da nessuna parte».

TRA IL 1948 E L’OGGI, le somiglianze non possono essere ignorate. Le persone sono costrette ad abbandonare le loro case tra i bombardamenti e la paura. Le strade si trasformano in percorsi di lungo esodo e le tende sono l’unico rifugio.

I dettagli del dolore si ripetono: la perdita della casa, la frammentazione delle famiglie e la ricerca di una sicurezza che non sembra mai completa. Le storie dei nostri nonni sono ora reali, su scala più ampia, in uno spazio più ristretto e in condizioni ancora più dure. La Nakba non è un evento concluso nella storia, ma una catena ininterrotta di perdita ed esilio.

Da pochi giorni a 78 anni: Palestina e diaspora

Sara Awad  15/05/2026

Nakba Lo sfollamento di massa del 1948 e il diritto al ritorno: il 60% dei palestinesi vive in esilio

Il 15 maggio rappresenta un ricordo doloroso per i palestinesi, il giorno in cui tutto ebbe inizio e che si protrae ormai da settantotto anni. Nakba in arabo, catastrofe in italiano, è il termine si designa lo sfollamento di massa dei palestinesi avvenuto nel 1948.

Quel giorno, che segnò la fine del Mandato britannico e la fondazione dello Stato di Israele, per noi palestinesi non è solo un momento storico, relegato nel passato: le sue conseguenze continuano a plasmare la nostra vita.

Tra i 700mila e i 900mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case e più di 530 villaggi furono spopolati e distrutti. A molti i soldati israeliani dissero che sarebbero potuti tornare dopo pochi giorni, così le famiglie se ne andarono portando con sé solo ciò che potevano, convinte che il loro esilio sarebbe stato temporaneo. Conservarono le chiavi delle loro case. Ma quei pochi giorni si trasformarono in decenni e ai palestinesi fu negato il diritto di tornare sulla loro terra.

Da quel momento iniziò la catastrofe. I palestinesi persero le loro case, i loro villaggi e il loro senso di sicurezza, mentre Israele estendeva il controllo sul territorio. Alla Nakba seguì un crollo catastrofico: centinaia di migliaia di palestinesi trovarono rifugio in luoghi che, col tempo, divennero la loro nuova casa. Giordania, Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania. Altri in seguito si sono recati in America, in Europa e in altri paesi alla ricerca di sicurezza e protezione. Molte famiglie hanno vissuto e vivono tuttora in campi profughi, in condizioni difficili.

È così che si è formata la diaspora palestinese: oltre il 60% del nostro intero popolo vive ancora in esilio. E nonostante siano passati tanti decenni a cercare di adattarsi alla vita da esiliati, molti continuano a rivendicare con fermezza il loro diritto al ritorno e il loro legame con le loro case d’origine. Ogni rifugiato palestinese porta con sé il ricordo di una città natale o di un villaggio perduto nel 1948.

Io mi presento come una persona di Gaza, ma la mia famiglia proviene originariamente dalla città di Al-Majdal. Mio nonno fu costretto a lasciare Al-Majdal durante la Nakba, Gaza divenne il suo primo rifugio. È venuto a mancare durante la guerra nel 2023, ma ricordo ancora con quanta determinazione ci ricordasse che Al-Majdal rimaneva la nostra casa e il nostro diritto al ritorno.

I palestinesi sfollati nel 1948 si sono distribuiti in diverse regioni, in gran parte in base alla geografia e alla vicinanza. Circa 280mila si recarono in Cisgiordania, circa 70mila attraversarono il fiume Giordano per raggiungere la sponda orientale e circa 190mila cercarono rifugio a Gaza. Altri sono fuggiti più lontano: 100mila in Libano, 75mila in Siria, 7mila in Egitto e 4mila in Iraq, con un numero minore che si è disperso in altri paesi arabi.

Lo sfollamento è stato determinato dalla provenienza geografica: i palestinesi provenienti dalle città del nord, come Haifa, sono fuggiti verso il Libano; quelli provenienti da Safad e Baysan, nel nord-est, sono stati sfollati in Siria. I palestinesi delle città del sud, come Al-Majdal e Isdud, sono fuggiti nella Striscia di Gaza, spesso credendo che sarebbe stato un rifugio temporaneo. La stessa Gaza che avrebbe poi vissuto un’altra devastante ondata di violenza e sfollamenti dal 2023, a dimostrazione di come i cicli di perdita si siano protratti attraverso le generazioni.

Lo sfollamento, il trauma, i bombardamenti e la privazione dei diritti fondamentali non sono mai cessati, ma sono rimasti una realtà costante per i palestinesi. A Gaza, dall’ottobre 2023, molte famiglie sono state sfollate più volte, spostandosi da un rifugio temporaneo all’altro, da una tenda all’altra in cerca di sicurezza, mentre in Cisgiordania intere comunità vengono svuotate, spesso invisibili nei titoli di molti media internazionali.

Ogni anno, in occasione dell’anniversario della Nakba, migliaia di comunità palestinesi organizzano proteste e manifestazioni per affermare che non dimenticheranno il loro diritto al ritorno, il vero cuore della questione palestinese. Scendono in piazza, chiedendo alle organizzazioni umanitarie e ai gruppi per i diritti umani di amplificare la loro voce e riconoscere le loro rivendicazioni storiche. In Palestina e nella diaspora, continuiamo a commemorare questa giornata come memoria i decenni di sofferenza. Ma conserviamo ancora le chiavi delle nostre case, chiavi custodite per 78 anni come potente simbolo della speranza di ritorno.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.