MELONI, PROPAGANDA SUL LAVORO: TUTTE LE ILLUSIONI SUI “RECORD” da IL MANIFESTO
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MELONI, PROPAGANDA SUL LAVORO: TUTTE LE ILLUSIONI SUI “RECORD” da IL MANIFESTO

Meloni, propaganda sul lavoro: tutte le illusioni sui «record»

Roberto Ciccarelli  31/01/2026

Stasera pago io Istat: over 50 più occupati, crescono disoccupati giovani e inattivi, salari insufficienti. Dietro il marketing elettorale del governo e della maggioranza si allunga l’ombra del paese reale. E l’inflazione pesa come una patrimoniale occulta

C’è un’euforia metodica nelle dichiarazioni del governo e della sua maggioranza che, puntuali come un orologio, accompagnano ogni rilascio di dati Istat sul mercato del lavoro. Anche ieri, la narrazione ufficiale ha sventolato la bandiera di un’Italia da record, concentrandosi sulla crescita dell’occupazione su base annua per nascondere le crepe di un sistema che, in realtà, sta segnando il passo.

UN’ANALISI CONTESTUALIZZATA dei dati Istat di dicembre 2025 racconta una storia più articolata: il numero di occupati cala di 20mila unità rispetto al mese precedente, trascinando il tasso di occupazione giù al 62,5%. Sebbene le oscillazioni mensili siano spesso soggette a volatilità congiunturale — e in questo caso il calo abbia colpito prevalentemente la componente maschile e i dipendenti a termine — il dato annuale di 62mila occupati in più risulta un timido +0,3%, una variazione così esigua da lasciare il tasso di occupazione perfettamente invariato rispetto a dodici mesi fa.

IL PARADOSSO è stato nuovamente ignorato dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni che, trascurando la frenata del mese, ha parlato di «notizie positive sul fronte lavoro» e ha celebrato il dato sul tasso di disoccupazione al 5,6%, il livello più basso dal 2004. Per Meloni la direzione è quella di «più lavoro, più stabilità, più opportunità», facendo leva sulla crescita dei dipendenti permanenti (+161mila in un anno).

È UN SEGNALE POSITIVO di consolidamento perché offre a una parte dei lavoratori una maggiore stabilità e una continuità di reddito, ma rischia di essere solo una parte della realtà, a partire da quella statistica. Tale aspetto è stato evidenziato da Maria Cecilia Guerra, responsabile lavoro del Pd: festeggiare il calo della disoccupazione senza guardare all’impennata degli inattivi non ha molto senso, se non a fini propagandistici. A dicembre, la diminuzione dell’1% dei disoccupati è stata specularmente assorbita da un aumento del 2% di chi ha smesso di cercare lavoro, portando il tasso di inattività al 33,7%. Meno disoccupati non significa necessariamente un mercato più inclusivo, ma riflette l’aumento delle persone scoraggiate che rinunciano alla ricerca del lavoro (gli «inattivi»).

A COMPLICARE LA STORIA è la variabile demografica sulla quale si è ormai incistato il mercato del lavoro italiano. L’Italia rimpicciolisce e invecchia. La crescita degli occupati è trainata dagli over 50 (+424mila unità in un anno), a fronte di una scomparsa di 362mila occupati nelle altre classi d’età. L’occupazione si regge sull’allungamento della vita lavorativa dei «senior»: una tendenza di lungo periodo che il governo Meloni si trova a gestire e che ha ormai stabilizzato. In Italia c’è una forza lavoro sempre più anziana, mentre i giovani continuano a defluire verso l’inattività e la disoccupazione giovanile torna a sfondare la barriera del 20,5% (con un balzo di 1,4 punti in un solo mese). Tra gli under 50 la schiera degli inattivi cresce di 284mila unità: è a questo che si riferisce probabilmente Mario Turco dei Cinque Stelle quando parla di «mistificazione della realtà».

C’È IL «LAVORO POVERO»: un’attività che non garantisce benessere nonostante la stabilità formale del contratto. E i salari sono erosi dall’inflazione cumulata dai tempi del Covid. Da ultimo lo hanno attestato le stime dell’Istat e della Banca d’Italia secondo le quali la ricchezza reale delle famiglie, valutata a prezzi costanti, è ancora inferiore di oltre il 5% rispetto al 2021. L’inflazione violenta del biennio precedente ha agito come una tassa patrimoniale occulta. Più che i salari, tenuti programmaticamente bassi, è il risparmio accumulato a funzionare da ammortizzatore sociale privato.

IL DISTACCO tra propaganda e realtà è emerso ieri anche dal cortocircuito tra occupazione e crescita. Sempre l’Istat ha rilevato un Pil allo 0,7% nel 2025: un dato che, pur superando le stime, è confinato allo «zero-virgola». La crescita minima appare dipendente dagli investimenti del Pnrr che sostiene la domanda interna. Da giugno, e poi dall’anno prossimo, la musica potrebbe cambiare e riportare l’economia vicina alla stagnazione.

IL PROBLEMA è che aumentano gli occupati senza un significativo aumento dei salari e della produttività. Questo fenomeno, pur essendo una caratteristica del capitalismo contemporaneo, nel nostro paese ha conseguenze più gravi. Storicamente creiamo lavoro che non produce valore proporzionale. Questo è anche il risultato della storica mancanza di una politica industriale nei settori più avanzati.

USARE LA STATISTICA come marketing elettorale, isolando il dato della disoccupazione dai fenomeni dell’inattività e dell’erosione salariale, impedisce di comprendere un problema non riducibile alla statistica e alle sue interpretazioni sbilenche.

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