KOSOVO E CPI, IL DOPPIO STANDARD DEL QUIRINALE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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KOSOVO E CPI, IL DOPPIO STANDARD DEL QUIRINALE da IL FATTO

Kosovo e Cpi, il doppio standard del Quirinale

Domenico Gallo  17 Dicembre 2025

La Corte penale internazionale (Cpi) nasce da una conferenza internazionale che ha approvato a Roma lo Statuto di un Tribunale penale internazionale a cui è stata affidata la missione di intervenire per non lasciare impuniti i delitti più gravi (crimini internazionali) che turbano profondamente la coscienza dell’umanità. Allo Statuto della Corte hanno aderito 125 paesi ma sono rimasti fuori i principali attori della politica internazionale: gli Usa, la Russia, la Cina e gli Stati più implicati in fatti di violenza bellica come la Turchia e Israele. Non appena il Trattato di Roma è entrato in vigore (1° luglio 2002), il Congresso degli Stati Uniti ha adottato un provvedimento legislativo che contiene disposizioni volte a impedire che militari statunitensi possano essere consegnati o giudicati dalla Cpi. Il provvedimento autorizza il presidente degli Stati Uniti a usare “tutti i mezzi necessari e appropriati” per liberare membri dell’esercito Usa (o persone alleate) detenute per conto della Cpi. Per questo motivo è talvolta chiamata “Hague Invasion Act”.

Quando la Corte penale internazionale ha cominciato ad interessarsi dei crimini di guerra commessi dagli Usa in Afganistan, immediata è scattata la rappresaglia americana. Con l’ordine esecutivo 13928, firmato da Donald Trump l’11 giugno 2020, sono state emesse sanzioni contro la procuratrice dell’epoca, Fatou Bensouda, e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, che furono entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated Nationals” del Dipartimento del Tesoro americano. Quando il 21 novembre 2024 la Cpi ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Netanyahu e di Gallant per i crimini commessi a Gaza, non si è fatta attendere la reazione degli Usa pilotati da Israele. Con l’Ordine Esecutivo n. 14203 emesso il 6 febbraio 2025, Donald Trump dolendosi che “qualsiasi tentativo da parte della Cpi di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti e i militari israeliani) costituisce una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”, ha disposto delle sanzioni a carico dei responsabili a partire dal Procuratore Karim Khan. Sulla base di questo ordine il Segretario di Stato Marco Rubio ha esteso le sanzioni ad altri 8 giudici e procuratori della Cpi e alla relatrice speciale dell’Onu per i territori occupati Francesca Albanese (accusata di collaborare con la Cpi).

Il primato degli Stati Uniti nella lotta alle giurisdizioni internazionali è stato insidiato da Putin che ha recuperato d’un colpo il tempo perduto. Nel mese di dicembre è emersa la notizia che un Tribunale di Mosca ha condannato il procuratore Karim Khan e altri 8 giudici, fra cui l’Italiano Rosario Aitala a pene detentive che arrivano a 15 anni di carcere. Appena appresa la notizia è insorta l’Associazione nazionale magistrati. Nel suo comunicato auspica che il governo italiano chieda immediatamente spiegazioni alla Russia e sollecita l’Italia affinché difenda la figura e l’operato del magistrato italiano, ribadendo il ruolo internazionale della Cpi, che rappresenta un baluardo del diritto a livello mondiale. Forse è proprio questo il motivo per cui al governo Meloni l’attività della Cpi risulta particolarmente indigesta, come dimostra il caso Almasri. Fatto sta che al silenzio di tomba, che ha fatto seguito alle sanzioni di Trump, che hanno colpito anche una cittadina italiana, è seguito un pari silenzio per le assurde condanne dei giudici di Mosca, eterodiretti da Putin. Però questa volta il silenzio è stato rotto dal presidente della Repubblica all’annuale conferenza degli ambasciatori.

“Assistiamo oggi alla pretesa di imporre punizioni contro giudici delle Corti internazionali per le loro funzioni di istruire denunce contro crimini di guerra, a difesa dei diritti umani (…) sono pretese di un mondo volto pericolosamente indietro. Un mondo che si presenta rovesciato e contraddittorio con condanne alla carcerazione di componenti le Corti internazionali a opera di un Paese promotore del processo di Norimberga”. Per una strana amnesia selettiva, il presidente ha condannato l’aggressione della Russia alla Cpi, ma non ha emesso neanche un gemito per le “punizioni” inflitte da Trump ai giudici internazionali. Nella stessa circostanza, Mattarella è intervenuto con decisione per rivendicare l’inviolabilità delle frontiere, messa in discussione dal negoziato di pace, ma ha dimenticato di censurare la Nato per aver disgregato con 78 giorni di bombardamento le frontiere della Jugoslavia separando il Kosovo dalla Serbia. Non c’è da scandalizzarsi, il doppio standard fa parte dei valori occidentali di cui il nostro presidente è valoroso difensore.

La dottrina Mattarella si sostituisce al governo

Salvatore Cannavò  16 Dicembre 2025

Ascoltando il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenire all’annuale conferenza degli ambasciatori e delle ambasciatrici alla Farnesina, ci si accorge che sul piano istituzionale l’Italia ha due politiche estere. Non sul piano politico, ovviamente, il capo dello Stato non svolge questa funzione e la linea politica è quella definita dalla maggioranza parlamentare. Ma un intervento, peraltro di visione, lucido e di alto profilo, davanti alle 130 feluche che reggono l’attività diplomatica italiana, costituisce un interventismo significativo e nelle sue pieghe, ben modellate dal presidente della Repubblica, sono ben evidenziate le differenze con quanto espresso invece dal capo della diplomazia.

Tajani ieri ha svolto un intervento sostanzialmente amministrativo, il cui punto di forza non è stata la formuletta sulle sponde dell’Atlantico da tenere unite – che significa ‘guai a rompere con Trump’ – ma l’obiettivo di far arrivare l’export italiano a “700 miliardi nel 2027”. La vecchia idea berlusconiana degli Esteri come agenti di commercio al servizio delle imprese, ribadita con l’imminente riforma della Farnesina che si doterà di una vicesegretaria generale economica. Mattarella, invece, presenta una “dottrina”. Ed è una dottrina tutto sommato classica, basata sulla legalità internazionale, sulla cooperazione multilaterale e in cui l’Unione europea rimane l’alfa e l’omega, difesa strenuamente dalla “disordinata aggressione” che le viene mossa proprio da Donald Trump. Mentre dalla Russia giungono operazioni antioccidentali e una azione aberrante che mira a “ridefinire con la forza gli equilibri e i confini dell’Europa”. Si cita Aldo Moro, si guarda la Costituzione, formale e materiale, si costruisce un quadro rigido, organico, coeso, che rende la dottrina Mattarella una politica estera compiuta, mentre quella del governo è altalenante, confusa, difende l’Ucraina, ma ora deve accettare l’accelerazione trumpiana. “Ci stiamo mettendo fuori dal gruppo europeo dei paesi di testa: Francia, Germania, Gran Bretagna” si sente dire nei conciliaboli tra ambasciatori. Ma la dottrina Mattarella non è esente da contraddizioni e pone diversi problemi allo stesso presidente. Il primo riguarda proprio il rapporto con il governo: il Quirinale rappresenta il Paese, ma indicare linee guida diverse rappresenta ovviamente un approccio sostituzionista che difficilmente può essere rivendicato. Giorgia Meloni evita accuratamente le critiche o le polemiche, ma l’imbarazzo su questo piano si misura sul campo.

La seconda contraddizione è più rilevante. Mattarella propone un sano multilateralismo recuperando la migliore tradizione diplomatica del dopoguerra e la necessità di far valere il diritto internazionale e gli organismi internazionali deputati a garantire “pace con sicurezza”. Rilevante a questo fine il richiamo alla Conferenza di Helsinki che, con l’obiettivo di pacificare e distendere l’Europa dopo la guerra fredda, si tenne proprio 50 anni fa. Ma il multilateralismo deve essere applicato ed esteso su scala globale, non possono esserci interlocutori vietati. Per quanto la Russia abbia compiuto, con l’aggressione all’Ucraina, un atto di illegalità internazionale, l’approccio multilaterale va rivolto anche a Mosca, per non parlare della Cina o di altri Stati. Tanto che proprio nel tentativo di far rivivere lo spirito di Helsinki, prestigiosi giuristi e costituzionalisti italiani promuovono un’iniziativa diplomatica nuova. E, invece, Mattarella tira una linea invalicabile sul fronte orientale, rendendo impossibile il dialogo con Mosca. Si noti un chiaro doppio peso internazionale: Benjamin Netanyahu viola il diritto e i diritti umani in forme inaccettabili, come conferma anche la Corte penale internazionale, ma nessuno pensa che con Israele non si possa discutere. E gli esempi potrebbero continuare. Sul tema ucraino, la doppia contraddizione di un multilateralismo monco e di una sostituzione alla linea governativa potrebbe addirittura portare all’esito di una Italia che non sa cosa dire e dove sedersi nelle trattative internazionali. E resta, in campo democratico, la contraddizione di un multilateralismo fondato sulla Ue che però sembra oggi la punta di lancio dell’interventismo militare e della prosecuzione della guerra senza esitazioni.

Infine, quando si insiste sulla cooperazione e sul dialogo internazionale, sul rispetto del diritto, sulla centralità delle Nazioni Unite e sul “non forzare i confini dell’Europa” bisognerebbe ogni tanto fare qualche rilievo critico. Si pensi alla guerra contro la Serbia mossa dalla Nato nel 1999 con cui si interveniva su parti dei confini europei in modo molto più diretto di quanto accaduto finora in Ucraina. E si violò il diritto internazionale. Vicepremier, allora, era proprio Mattarella.

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