IL SILENZIO SULLA TRAGEDIA DELLA STRISCIA: UNA CREPA MORALE NEL MONDO da IL MANIFESTO
Il silenzio sulla tragedia della Striscia: una crepa morale nel mondo
Roberto Della Seta 06/02/2026
Scaffale Il saggio di Didier Fassin, «Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza», edito da Feltrinelli
Una riflessione ambiziosa, già dal titolo: Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza, saggio appena pubblicato in Italia (Feltrinelli, pp. 128, euro 12, traduzione di Lorenzo Alunni) di Didier Fassin, medico e antropologo francese che ha dedicato studi importanti al tema dei diritti umani negati, insegna all’Università di Princeton e al Collège de France ed è anche impegnato sul campo con associazioni di protezione umanitaria. Il titolo, appunto: richiama letteralmente un celebre libro del 1940 di Marc Bloch, analisi impietosa delle cause e delle responsabilità militari e «premilitari» che portarono in poco più di un mese alla conquista nazista della Francia.
Lo studioso francese si interroga sul sostegno che in molti hanno offerto a Netanyahu, ma anche sull’ipotesi che si possa ritenere o meno il 7 ottobre come l’origine di tutto
LA DISFATTA di cui racconta Fassin non è però militare: è la disfatta morale del «mondo», in realtà dell’Occidente, per avere spalleggiato o quanto meno tollerato in silenzio il genocidio di Israele a Gaza a opera di Netanyahu e della sua «banda». «Il consenso all’annientamento di Gaza – scrive Fassin – ha creato un’enorme frattura nell’ordine morale del mondo». Consenso da intendere nelle sue molteplici declinazioni: dei governi che quell’annientamento hanno appoggiato – quasi tutti quelli occidentali con la sola eccezione rilevante della Spagna -, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che potendo non l’ha fermato per il veto dei membri occidentali, dei poteri che a vari livelli hanno agito per impedire le proteste contro lo sterminio dei gazawi.
L’atto di accusa di Fassin trova un argomento in più nel paradosso insopportabile per cui l’abdicazione morale di chi ha collaborato o ha assistito silenzioso alla distruzione di Gaza (e anche, aggiunge l’autore, alla persecuzione sistematica dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania) è stata presentata all’opinione pubblica come fondata proprio sulla morale: sul dovere storico degli europei, riparativo della Shoah, di sostenere incondizionatamente Israele in quanto Stato ebraico.
Fassin dedica molte pagine ad analizzare la data di nascita della guerra di Gaza: il 7 ottobre 2023. Cosa è stato l’attacco di Hamas del 7 ottobre: un atto di terrorismo o un atto di resistenza? Non dà una risposta esplicita. Presenta con apparente oggettività le argomentazioni a favore dell’una e dell’altra, ma una risposta indiretta la offre: il concetto di terrorismo è quanto mai relativo, più che decidere se sia calzante per definire il 7 ottobre è importante stabilire che quella data non segna l’inizio di nulla, è invece solo una tappa certamente dolorosa in una storia lunga più di cent’anni.
STORIA COMINCIATA nel 1917 con la «Dichiarazione Balfour» con cui la Gran Bretagna colonizzatrice della Palestina si dichiarava favorevole alla nascita su quella terra di un «focolare nazionale ebraico». Storia, per Fassin, ininterrottamente e soltanto, anche da prima dell’occupazione dei territori palestinesi nel ‘67 e da prima della stessa nascita dello Stato ebraico, di sopraffazione degli immigrati/colonizzatori ebrei sulla popolazione araba.
Qui l’analisi di Fassin mostra un eccesso semplificatorio: non perché sottolinei l’indiscutibile impronta anche colonialista dell’emigrazione ebraica verso la Palestina, dato storico incontestabile, ma perché riduce solo a essa le origini del fenomeno sionista. Il sionismo ha avuto tanti volti, da quello filofascista di Jabotinski a quello social-pacifista di Buber, e certamente si è sempre di più manifestato nella storia di Israele in un neonazionalismo aggressivo e suprematista; e però non è utile alla comprensione di questa «guerra dei cento anni» che continua a insanguinare la Palestina liquidarlo nella sua storia come una mera forma di colonialismo razzista, rimuovendo il «dettaglio» che nacque essenzialmente come estrema speranza degli ebrei d’Europa di liberarsi da secoli di persecuzioni e poi ricevette un formidabile impulso dalla Shoah.
Non si tratta di equiparare le colpe, i crimini tra le due parti – nel presente i ruoli di carnefice e vittima sono irrevocabilmente assegnati – semmai di vedere che la convivenza in pace tra ebrei «dal mare al fiume», oggi un’utopia assoluta, può realizzarsi solo a partire dalla capacità di entrambi i popoli di identificarsi nelle sofferenze, nelle paure gli uni degli altri
Non aiuta, questo sguardo che nega ogni complessità al secolo di storia degli ebrei di Palestina, nemmeno nella costruzione di una realistica possibilità di pace. Non si tratta di equiparare le colpe, i crimini tra le due parti – nel presente i ruoli di carnefice e vittima sono irrevocabilmente assegnati – semmai di vedere che la convivenza in pace tra ebrei «dal mare al fiume», oggi un’utopia assoluta, può realizzarsi solo a partire dalla capacità di entrambi i popoli di identificarsi nelle sofferenze, nelle paure gli uni degli altri.
FORSE INTENDEVA QUESTO il grande intellettuale palestinese Edward Said quando 25 anni fa intervistato dal giornale israeliano Haaretz dichiarava di sentirsi «l’ultimo intellettuale ebreo»: come ha scritto recentemente Simon Levis Sullam, «indicava la difficile ma umanissima possibilità di farsi carico almeno in parte della storia e dei ricordi dolorosi anche dell’altro». Fuori da questa possibilità, non ci sarà mai nessun dialogo tra i due mondi che in Palestina si combattono da più di cent’anni.
Questa è Gaza
Redazione 06/06/2025
Palestina A Gaza è in corso la più feroce, organizzata, duratura operazione di sterminio di una popolazione a cui sia mai stato possibile assistere in diretta quotidiana. E un esperimento per l’Occidente che da venti mesi lascia che Israele proceda. Non c’è altro che valga la pena raccontare, se non la voglia di vita e la capacità di resistenza dei palestinesi
La più feroce, organizzata, duratura operazione di sterminio di una popolazione a cui sia mai stato possibile assistere in diretta quotidiana. Per questo è anche un esperimento per tutto l’Occidente che da venti mesi lascia che Israele proceda nella distruzione delle vite umane e insieme di ogni regola del diritto internazionale.
Irrecuperabili le prime, dopo Gaza è inservibile anche il secondo. E le deboli parole di condanna verso il governo Netanyahu, che solo adesso arrivano, troppo spesso sono smentite da un sostegno materiale alla sua guerra che non si interrompe.
Non c’è altro che valga la pena raccontare più della tragedia quotidiana di questa pulizia etnica predatoria che sta rendendo Israele odioso alle opinioni pubbliche del mondo, anche in ragione della connivenza dei suoi alleati, rinfocolando il male dell’antisemitismo.
Niente altro se non la voglia di vita e la capacità di resistenza dei palestinesi, a Gaza come in Cisgiordania, cinicamente messe in gioco da Hamas e scientificamente prese di mira dal governo israeliano.
Una sciagura cominciata assai prima del brutale attacco terroristico del 7 ottobre ma che da quel giorno si è aperta come una voragine nella storia, un abisso della civiltà che non si può smettere di guardare e raccontare.
No Comments