I MURI BIANCHI DELL’OCCIDENTE da SIMPLICISSIMUS
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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I MURI BIANCHI DELL’OCCIDENTE da SIMPLICISSIMUS

I muri bianchi dell’Occidente

 ilsimplicissimus    18 Giugno 2026 

Mentre il G7 ha celebrato la sua vacuità e la sua impotenza a suon di abbracci e baci falsi come Giuda, mentre circolano almeno tre diverse versioni del memorandum d’intesa che dovrebbe essere firmato domani tra Usa e Iran, mostrando come l’Occidente sia una luna park geopolitico, dove tutto è occasionale, effimero, precario,  preferisco una parentesi che illustra la condizione di cultura e di vita da cui tutto questo nasce. La scuola inglese, secondo le nuove direttive, si spoglia di ogni immagine possibile, le pareti bianche dei corridoi e delle aule, sembrano cartongesso messo lì in attesa di una ristrutturazione. Tutto  “per evitare che gli studenti vadano incontro a un sovraccarico cognitivo”. Cosa? Troppo carico cognitivo?

Esiste una scellerata teoria in questo senso che vede la mente umana come una sorta di memoria di lavoro di un computer, volgarmente detta ram, che si surriscalda facilmente e che quindi va usata il meno possibile. Secondo tale teoria se troppe informazioni competono per l’attenzione, l’apprendimento risulterà compromesso o addirittura impossibile. Dunque pareti bianche. Ovviamente dietro questa spiegazione si agitano le preoccupazioni di mostrare agli alunni le simbologie e i segni di altre culture, per cui si sceglie la strada dell’azzeramento. Insomma la multiculturalità che è il totem e tabù dell’universo globalista, è soltanto un flatus voci, una formula, un abracadabra: non si tratta affatto di avvicinare le culture, affinché diventino elemento di riflessione e di arricchimento, ma semplicemente di eliminarle, come se una qualche forma di conoscenza che vada al di là delle vuote prescrizioni del responsorio quotidiano allestito dai media, impedisse la comprensione. Per il potere la tabula rasa è la condizione  ideale.

Tutto questo è palesemente ostile alla ricerca della conoscenza. L’idea che i bambini siano come dischi rigidi vuoti in attesa di un input software è stata sempre in agguato nella cultura anglosassone, a cominciare, quantomeno in maniera esplicita, da John Locke. La teoria della tabula rasa – la lavagna vuota – dell’umanità è stata oggetto di dispute per secoli, e secondo le conoscenze attuali è davvero sciocchezza. Naturalmente gli esseri umani non sono per nulla lavagne vuote: siamo composti dai nostri geni, dalle nostre abitudini evolutive ancestrali, dall’esperienza, dai traumi e dalle idee: il cervello umano è infinitamente più complesso di qualsiasi computer e, in effetti, di qualsiasi modello linguistico di grandi dimensioni (a prescindere da ciò che vi dicono i fautori dell’IA). Detto questo, è mai possibile semplicemente caricare o immettere le conoscenze di oggi, in un’aula dalle pareti vuote, in una mente vuota in attesa di essere formata? Lo studente, per formarsi davvero, deve sperimentare quella meravigliosa emozione intellettuale che deriva dalla comprensione di una nuova idea, dalla consapevolezza della sua importanza e utilità, dal confronto con altri modi di concepire il mondo. Ciò che innesca curiosità e meraviglia è molto più complesso di un semplice “apporto” di informazioni in una mente altrimenti vuota.

La sola idea che l’integrazione globalista passi non grazie al confronto fra le diverse culture e tra le diverse idee, ma attraverso il loro azzeramento mette i brividi. E non pensiate che queste siano pensieri evasivi: è proprio la mancanza di confronto, il credere che il resto del mondo sia una variabile episodica e inessenziale, che ci sta portando a un inarrestabile declino. Quando diventa impossibile uscire da se stessi e dalle proprie pareti bianche, è allora che si commettono gli errori più grandi: si è creduto che la Russia finisse per cedere o che l’uccisione di un capo religioso inducesse una rivoluzione colorata in Iran. Ma questi clamorosi errori non sono altro che il riflesso di una caduta culturale dentro il calderone degli stereotipi. Perché se c’è qualcosa di caratteristico della cultura contemporanea è proprio il tentativo di sostituire gli stereotipi con altri.

Il mondo immobile di Valditara

Marco Rovelli  19/06/2026

La malaeducatión Proposto un brano del sovranista Frank Furedi per il quale gli «adultescenti» sono coloro che rifiutano di impegnarsi e vorrebbero continuare a fare festa

Doveva essere un esame in grado di valutare la maturità degli adolescenti, così aveva detto il ministro Valditara. E allora sono le tracce dei temi a indicare in quale modo bisognerebbe essere maturi. Due, in particolare, ci mostrano quale idea di mondo propone il nostro Valditara agli adolescenti.

LA PRIMA è quella di Frank Furedi, sociologo che per brevità possiamo definire sovranista: l’estratto del suo libro riguarda il tema del titolo – confini e frontiere – non in relazione all’identitarismo nazionalista o alla questione dell’immigrazione, ma in relazione ai confini generazionali che sono sfumati: «Quando si è veramente adulti?». Da una parte Furedi mette gli «adultescenti», coloro che rifiutano di impegnarsi e vorrebbero «continuare a fare festa anche durante la mezza età»; dall’altra, «maturità, responsabilità e impegno». Il tema è quello della fuga dell’età adulta, che viene riassunta in tre frasi: «Essere adulti non è sempre desiderabile»; «l’indipendenza può diventare solitudine»; «la responsabilità può trasformarsi in stress». Perciò la cultura contemporanea, che Furedi condanna, idealizza la puerilità. Che è vero: ma da dove nascono questa idealizzazione della puerilità e il totem dell’eterna giovinezza? Su questo, il silenzio.

Eppure, le risposte sono già in quelle frasi. Essere adulti nel mondo dell’ipermodernità neoliberale significa rottura di legame e di relazione, divenire individui a pieno titolo, ciò su cui questo mondo si fonda; in un mondo di individui votati alla competizione tra individui, lo «stress» (parola ombrello che sussume e nasconde un universo di sofferenze psichiche, che sono principalmente «patologie della relazione») diventa la norma. L’adultescenza è legata a doppio filo all’età della performance e del narcisismo individualista, dove si vive in case di vetro col terrore dello sguardo e del giudizio, in una perenne rincorsa a standard di valutazione e di confini che si spostano sempre: ciò che è ovviamente l’aspetto psichico della struttura fluida di questa ipermodernità fondata sul precariato lavorativo ed esistenziale. Senza considerare questa struttura psicosociale, non si può capire nulla della tendenza all’eterna giovinezza che percorre questa società. Tanto più quando a condannarla è il ministero «dell’educazione e del merito», dove il merito è proprio l’ideologia della società dell’individualismo trionfante.

TUTTO QUESTO va letto insieme al senso dell’altra traccia proposta, quella estratta dal libro di Mario Calabresi, che elogia la «fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia«. Quella fatica che fa eco all’impegno che gli adultescenti – e la cultura contemporanea – eviterebbero. Perché nella cultura contemporanea è passata l’idea illusoria che sia possibile raggiungere risultati senza fare fatica. Sarà mica colpa di quel lungo Sessantotto che è dichiaratamente obiettivo polemico di questo ministero?

Ma il capolavoro, sta nel contrapporre a questi sfaticati (o sdraiati, o bamboccioni…) tutta quella «gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta».

Tra la fatica e il prendersi cura, però, c’è un abisso. Prendersi cura del mondo significherebbe proprio far sì che non ci fosse più chi fa fatica quotidiana alzandosi all’alba, per alimentare una società in cui la diseguaglianza è sempre più grande. Invece qui si propone un mondo immobile, in cui la fatica è una condizione inevitabile e in cui diventare adulti significa adattarsi a questa fatica in cui non si hanno orari, in cui tempo di lavoro e tempo di vita si confondono, e non hanno più confini.

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