I MAGISTRATI DOPO LA RIFORMA: PIÙ DEBOLI E GERARCHIZZATI da IL MANIFESTO e IL FATTO
I magistrati dopo la riforma: più deboli e gerarchizzati
Francesco Pallante 04/11/2025
Il commento L’obiettivo è ridurre l’indipendenza della magistratura dal potere politico, di modo che ugualmente ridotto sia il rischio di sentenze sgradite alla politica
2025
Le riforme costituzionali – dice Gustavo Zagrebelsky – si fanno per cambiare gli equilibri di potere. Perché qualcuno guadagni e, corrispettivamente, qualcun altro perda potere. Altrimenti, se tutto dovesse rimanere com’è, perché assumersi l’onere, e il rischio, di una riforma?
Se, dunque, ci chiediamo quale sia la ragione della riforma della magistratura, la risposta è: ridefinire gli equilibri costituzionali a scapito della magistratura. Non si tratta – come si dice – di un intervento volto a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri. La separazione esiste già, considerati gli strettissimi vincoli che ostacolano il passaggio da una funzione all’altra. L’obiettivo è ridurre ai minimi termini l’indipendenza della magistratura dal potere politico, di modo che ugualmente ridotto ai minimi termini sia il rischio di sentenze sgradite alla politica.
Con toni di puerile ripicca, la destra ha voluto dedicare il suo – scontato, eppure comunque tracotante – successo parlamentare alla memoria di Silvio Berlusconi. Ma c’è uno scarto significativo rispetto al passato. L’ostilità di Berlusconi nei confronti della magistratura era dettata da ragioni personali, legate alla tumultuosità legale della sua vita imprenditoriale e privata. L’ostilità di Giorgia Meloni è dettata da ragioni politiche. Vuole potersi spingere al di là del costituzionalmente consentito: infrangere le forme e i limiti della Carta fondamentale, senza sottostare ai controlli della magistratura (e, più in generale, dei poteri terzi) che inevitabilmente ne seguono.
In vista di tale risultato la riforma colpisce anzitutto l’indipendenza della magistratura nei confronti del potere politico (la cosiddetta indipendenza esterna). Più in specifico, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) viene suddiviso in due organi di analoga denominazione, uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri. Un terzo organo – denominato Alta Corte disciplinare – riceve il compito, oggi spettante al Csm, di trattare i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. In tal modo, il potere di governare le carriere dei magistrati (concorsi, assegnazioni di sedi e funzioni, trasferimenti, promozioni, sanzioni), che oggi spetta a un solo organo, sarà suddiviso tra tre organi minori: dunque, inevitabilmente più deboli.
Com’è oggi, tali organi continueranno a essere composti da membri scelti in parte dalla politica (i «laici»), in parte dalla magistratura (i «togati»); ma mentre oggi tutti i membri sono elettivi, con la riforma solo i laici continueranno a esserlo, mentre i togati saranno estratti a sorte. La conseguenza è che i primi saranno in condizione di esprimere un’unità d’intenti che i secondi non potranno avere, con il risultato che, all’interno dei tre organi, già di per sé indeboliti, a risultare ulteriormente indebolita sarà la componente togata.
La particolare composizione dell’Alta Corte disciplinare vale, poi, a indebolire l’indipendenza dei magistrati nei confronti dei loro colleghi (la cosiddetta indipendenza interna). Oggi tra i magistrati non esiste gerarchia. I gradi di giudizio non sono l’uno verticalmente superiore all’altro: sono, piuttosto, orizzontalmente successivi. Quello giudiziario è un potere diffuso che ciascun magistrato incarna nella sua pienezza. La riforma altera tale impostazione, perché prevede che la componente togata dell’Alta Corte disciplinare sia composta solamente da magistrati di Cassazione.
In tal modo, questi ultimi eserciteranno il più delicato dei poteri di controllo interni alla magistratura nei confronti degli altri magistrati, ritrovandosi, di fatto, in una posizione gerarchicamente sovraordinata. I giudici di Cassazione avranno, cioè, non solo l’ultima parola sulla causa, ma altresì il potere di sanzionare disciplinarmente i colleghi che su quella causa si sono espressi nei gradi di giudizio precedenti. È chiaro che l’autonomia di giudizio dei giudici di primo e secondo grado ne risentirà gravemente, risultando fortissima la spinta ad adeguarsi agli orientamenti della Cassazione. C’è da scommettere che sarà proprio sugli ermellini che si faranno più pressanti i tentativi di condizionamento politico.
Se, infine, consideriamo che alla magistratura spetta il compito costituzionale di difendere i diritti dei cittadini, anche contro gli eventuali abusi del potere politico, la domanda conclusiva è: chi è che più di tutti rischia di pagare il prezzo dell’indebolimento del potere giudiziario a favore del potere politico?
Marcello Maddalena, ex Pg Torino: “Ai cittadini meno garanzie: il Pm sarà un super poliziotto”
Antonella Mascali 4 Novembre 2025
“Se la gente capirà quello che davvero c’è in gioco, la riforma non passerà”
Marcello Maddalena, già procuratore e procuratore generale di Torino, fa parte del direttivo del Comitato per il No, voluto dall’Anm.
Perché ha accettato?
La ragione essenziale è la convinzione che se i cittadini capiranno quello che è davvero in gioco con questa riforma, che ritengo negativa, allora non passerà. L’esito del referendum si gioca molto sulla reale conoscenza o meno degli elettori del merito della riforma e, dunque, ritengo doveroso che si spieghino le conseguenze: un magistrato (il Pm) non più imparziale, come prima. I cittadini hanno il diritto di avere non solo un giudice ma anche un Pm assolutamente imparziale.
Ma già adesso c’è una separazione delle carriere nei fatti: con la riforma Cartabia si può fare il passaggio di funzioni solo una volta. Solo lo 0,5% all’anno chiede di cambiare…
Una premessa: io se fossi stato il legislatore non avrei fatto neppure la riforma Cartabia, ma l’opposto. Avrei richiesto che il Pm dovesse fare una esperienza da giudice e il giudice da Pm per toccare con mano come si svolgono le indagini e come si arriva a emettere sentenze od ordinanze. Tutte le esperienze giovano ai fini di una decisione giusta. In ogni caso, finora Pm e giudici fanno parte dello stesso ordine giudiziario e c’è un unico Csm. Invece si vuole staccare il Pm dal giudice sostenendo un fatto fuori dalla realtà: che il giudice sia appiattito sulle tesi del Pm.
Nel 48% dei casi il giudice sconfessa la tesi del pubblico ministero.
Appunto. Casomai si può parlare di vicinanza del Pm alla polizia giudiziaria. Se fosse vero che si vuole la separazione delle carriere per avere un giudice terzo, osservo che si tratta di una pessima opinione non tanto dei Pm, quanto dei giudici. In quest’ottica bisognerebbe separare anche i giudici di primo grado da quelli di appello e via di seguito. Siamo di fronte a un giudizio ingeneroso e ingiustificato dai tantissimi casi in cui le richieste dei Pm non vengono accolte.
Dunque lei sostiene che se passa la riforma si avrà un effetto opposto a quello dichiarato dal governo di non avere più un Pm che prevarica?
Esattamente. Si corre il rischio di avere un Pm da un lato più forte, dall’altro più orientato sul versante poliziesco. La Costituzione ha previsto un unico ordinamento per Pm e giudici perché in questo modo entrambi sono tenuti al principio di verità, che esige l’imparzialità sostanziale anche di chi indaga. Il Pm deve non solo trovare le prove a carico dell’indagato, ma anche gli elementi a discolpa. A differenza dell’avvocato difensore, che deve agire esclusivamente nell’interesse del proprio cliente. In poche parole il Pm, nella concezione dei Padri costituenti, è un giudice che fa le indagini. Ma siccome si può innamorare del risultato, della sua tesi, ecco che è previsto un ulteriore giudice che formula il giudizio definitivo. È il massimo principio di imparzialità del magistrato che con questa riforma rischia di cadere.
Magari perché così il Pm sarà controllato dalla politica…
Non mi piace fare il processo alle intenzioni. Prendo atto che nella riforma non è indicata esplicitamente la sottoposizione al potere esecutivo o legislativo. Quindi si può paventare o meno che in realtà si vada in quella direzione. In ogni caso, resto fermamente contrario perché non voglio un Pm super poliziotto, più interessato a vincere a tutti i costi. I cittadini sarebbero meno garantiti.
Contrario solo a due Csm separati o anche al sorteggio puro per l’elezione dei consiglieri togati?
Il sorteggio è una delegittimazione dei magistrati. È come dire che non sono capaci di fare scelte razionali. Allora sorteggiamo anche i giudici di altre magistrature o quelli che devono far parte degli organismi internazionali.
Chi è per il Sì dice che è il modo per togliere le mani delle correnti sulle nomine.
Non si elimina così la degenerazione delle correnti. Non è che un sorteggiato automaticamente non fa parte di alcuna corrente. A mio avviso si dovrebbe cambiare il sistema elettorale attuale, prevedendo piccoli collegi con candidati che siano conosciuti dai magistrati. Sarebbe più difficile per le correnti imporre chi votare.
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