I CENTO ANNI DEL MIO AMICO FIDEL CASTRO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I CENTO ANNI DEL MIO AMICO FIDEL CASTRO da IL MANIFESTO


I cento anni del mio amico Fidel Castro

Ignacio Ramonet  13/08/2026

Il ricordo Sapeva che ogni rivoluzione produce contraddizioni, errori, rigidità. Ne parlava con una franchezza capace di sorprendere tanto i detrattori quanto gli ammiratori

La prima cosa che colpiva di Fidel Castro non era l’uniforme, né la statura, né l’eloquenza. Era la curiosità. Dopo diverse ore di interviste per il nostro libro Autobiografia a due voci eravamo entrambi esausti, eppure continuava a porre domande.

Continuava a chiedere precisazioni, tornare su un dettaglio storico o scientifico con un’energia intatta. Ho spesso pensato che questo sia stato il segreto della sua longevità politica: prima di essere un uomo di potere, Fidel era un uomo di conoscenza.

DURANTE LA MIA ATTIVITÀ di giornalista ho avuto occasione di incontrare numerosi capi di Stato, politici, intellettuali e leader che hanno segnato la loro epoca. Pochi, tuttavia, mi hanno colpito quanto Fidel Castro. Non mi riferisco qui al mito, abbondantemente sostenuto da ammiratori e avversari. Parlo dell’uomo che ho avuto il privilegio di frequentare per anni, intervistandolo per ore e ore, vedendolo ragionare ad alta voce, ricostruire un episodio storico nei minimi dettagli, collegare un fatto apparentemente insignificante a un’ampia prospettiva geopolitica. La sua memoria era prodigiosa. Ancor più notevole era la sua curiosità intellettuale, intatta fino alla fine. Sembrava che niente di ciò che riguardava il mondo gli fosse estraneo.

Queste conversazioni con lui mi hanno insegnato una lezione essenziale: per capire Fidel Castro, bisognava andare oltre il personaggio. La sua esistenza si è intrecciata con la storia di Cuba per oltre mezzo secolo, ma anche con quella delle grandi convulsioni del XX secolo: decolonizzazione, guerra fredda, movimenti di liberazione nazionale, globalizzazione neoliberista, crisi climatica. E l’emergere di un mondo più diversificato, nel quale le vecchie potenze occidentali non detengono più il monopolio decisionale.

Fidel Castro occupa un posto così singolare nella storia contemporanea che qualsiasi nuovo scritto su di lui può sembrare, a prima vista, superfluo. Cosa si può dire di un uomo al quale sono stati dedicati così tanti libri? La risposta è semplice: ogni epoca pone nuovi interrogativi sul passato. E ogni generazione rilegge le grandi figure storiche alla luce dei propri interrogativi.

IN UN PANORAMA EDITORIALE che sovente riduce Fidel Castro a un’icona o a uno spauracchio, proponiamo di scegliere un approccio più difficile: restituire la complessità di un destino eccezionale senza cedere né all’agiografia né al processo ideologico. Questo metodo è diventato indispensabile.

Per decenni, la figura di Castro è stata intrappolata in una guerra di racconti. Per gli uni è il simbolo della resistenza all’imperialismo; per gli altri incarna tutte le derive del socialismo. Visioni opposte, contrastanti, talvolta legittime nella loro ispirazione, che finiscono spesso per mascherare una realtà storica molto più sfumata.

Ma lo storico non ha il compito di alimentare le passioni. Deve innanzitutto chiarire i fatti. Proprio per questo vorrei ricordare che Cuba non può essere compresa indipendentemente dalla relazione singolare che da quasi due secoli la lega al suo potente vicino, gli Stati uniti. La rivoluzione del 1959 non ha potuto evolvere in un contesto normale. Fin dall’inizio ha dovuto affrontare tentativi di destabilizzazione, un’invasione armata, un embargo economico destinato a durare decenni e uno scontro mediatico permanente. Nessun giudizio serio sulle scelte del governo cubano può prescindere da questa realtà.

CIÒ NON SIGNIFICA che tutto si possa spiegare, e ancor meno giustificare, alla luce delle pressioni esterne. Fidel Castro stesso sapeva che ogni rivoluzione produce contraddizioni, errori, rigidità. Talvolta ne parlava con una franchezza capace di sorprendere tanto i detrattori quanto gli ammiratori. Non ambiva a costruire una società perfetta – sapeva che non esiste – ma a preservare l’indipendenza nazionale, che considerava come la condizione primaria di ogni politica sociale.

Colpiva anche la vastità straordinaria del suo orizzonte. Il suo sguardo andava ben oltre i confini di Cuba. L’Africa occupava un posto particolare nella sua riflessione. L’America latina rappresentava il suo spazio geopolitico naturale. Il suo interesse per l’Asia cresceva man mano che il centro di gravità del mondo si spostava verso Est. Molto prima che il termine diventasse di uso comune, egli aveva già intravisto l’emergere del Sud globale e l’avvento di un ordine internazionale multipolare.

COL SENNO DI POI, la sua intuizione appare oggi particolarmente illuminante. Il mondo che si profila davanti ai nostri occhi non è più quello emerso dopo la fine dell’Unione sovietica. Si stanno affermando nuove potenze, i paesi del Sud rivendicano una maggiore autonomia, le tecnologie legate all’intelligenza artificiale cambiano le carte in tavola e i rapporti di forza internazionali sono in una fase di profonda ridefinizione.

Riparlare di Fidel Castro in questo contesto e nel centenario della sua nascita non è nostalgia; è un modo per comprendere meglio alcune linee di forza del presente. Ecco perché questa riflessione, arriva, credo, al momento giusto.

Non intendo convincere chi legge ad ammirare Fidel Castro. Propongo un esercizio più prezioso: capirlo. Capire come un giovane avvocato di Santiago di Cuba sia diventato una delle figure politiche più influenti del secolo scorso; capire perché una piccola isola dei Caraibi abbia potuto esercitare un’influenza diplomatica e morale molto superiore alla sua dimensione; capire infine perché, a quasi dieci anni dalla scomparsa, Fidel Castro continui a occupare un posto così centrale nell’immaginario politico mondiale.

I GRANDI PERSONAGGI STORICI non smettono mai di essere reinterpretati. Le passioni si placano, gli archivi si aprono, le prospettive cambiano. La storia sostituisce gradualmente la polemica. Quest’evoluzione è necessaria. Permette di avvicinarsi maggiormente alla verità, senza mai pretendere di possederla per intero.

Spero che chi legge affronti queste note con uno spirito di apertura. Con un’attenzione ai fatti e ai contesti. E che pensi soprattutto a un Castro profondamente umano: stratega, visionario, talvolta ostinato, spesso audace se non temerario ma sempre convinto che i popoli possano scrivere da soli la loro storia.

È questa convinzione, più di ogni altra, a spiegare senza dubbio perché il suo nome rimane, ancora oggi, inseparabile dai grandi dibattiti sulla sovranità, sulla giustizia sociale e sull’indipendenza delle nazioni. Ripensando a Fidel Castro oggi, non si penetra solo nella vita di un uomo. Si ripensa a un’epoca i cui echi continuano a plasmare il nostro mondo contemporaneo.

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