BISOGNA PENSARE PIÙ AL CLIMA E MENO A RICOSTRUIRE da IL MANIFESTO e ALTRA VOCE DEL SUD
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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BISOGNA PENSARE PIÙ AL CLIMA E MENO A RICOSTRUIRE da IL MANIFESTO e ALTRA VOCE DEL SUD

Bisogna pensare più al clima e meno a ricostruire

Federico C. Butera  29/01/2026

Di fronte ai disastri Terribile vedere quella lunga e profonda ferita, la terra e le case che sembrano tagliate col coltello, auto quasi in bilico sul precipizio, a Niscemi. Esempio eclatante del dissesto del nostro territorio

area colpita dalla frana a Niscemi – foto Ansa

Terribile vedere quella lunga e profonda ferita, la terra e le case che sembrano tagliate col coltello, auto quasi in bilico sul precipizio, a Niscemi. Esempio eclatante del dissesto del nostro territorio, della poca cura che abbiamo avuto, e ragione di più per indignarci al pensiero che i soldi destinati a curare questo dissesto sono stati dal governo dirottati sul ponte, inutile e faraonico monumento.

Ma c’è una ragione ancora più grave per indignarci. Facciamo un passo indietro di pochi giorni e rivediamo le immagini delle coste siciliane devastate dall’uragano Harry. Fenomeni simili erano rarissimi in passato, e invece negli ultimi anni si sono fatti sempre più frequenti. Il motivo è semplice: il riscaldamento globale ha portato ad un aumento della temperatura del mare Mediterraneo, creando condizioni analoghe a quelle che si verificano da sempre nei Caraibi. E così, come da quelle parti gli uragani sono un fenomeno normale, lo stesso sta avvenendo da noi. E, visto che l’occidente – con Trump portabandiera – ha deciso di continuare a bruciare fonti fossili, contribuendo così ad aumentare la temperatura globale, gli uragani nel Mediterraneo diventeranno sempre più frequenti, intensi e disastrosi. Ma c’è di più. Diventeranno sempre più disastrosi anche per l’innalzamento del livello del mare. Infatti, il riscaldamento globale causato dalle emissioni di anidride carbonica e altri gas serra provoca lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali: si aggiunge acqua all’oceano, come in una vasca da bagno il livello sale. Intanto il riscaldamento globale fa espandere anche il volume dell’oceano.

Il livello medio di tutti i mari è aumentato di 21-24 cm dal 1880, e la velocità con cui va salendo è in continuo aumento, passando da 1,4 mm all’anno per gran parte del XX secolo a 0,47 cm all’anno negli ultimi 10 anni. Se continuiamo a emettere gas serra come abbiamo fatto finora si provocherà un rapido collasso della calotta glaciale, e il livello del mare potrebbe salire di 2 metri nel 2100 rispetto al 2000 e di 3,7 metri nel 2150. Delle coste italiane e delle città costiere rimarrà solo il ricordo. Venezia, prima di tutto, visitabile solo con pinne e maschera. Il Mediterraneo si è innalzato già di 21 cm dal 1900 e si prevede che nel 2050 il livello medio possa aumentare di altri 25 cm, che però vanno aggiunti ai fenomeni di subsidenza, per cui localmente l’altezza relativa sarà maggiore. Sembrano numeri piccoli, ma sono sufficienti a fare sparire tantissime spiagge, e a fare penetrare le mareggiate profondamente all’interno. E infatti, questo è successo con l’uragano Harry: il mare è penetrato molto in profondità, danneggiando più del normale, più delle mareggiate di una volta.

Le cose non potranno che andare sempre peggio, quindi, sia per l’intensificarsi in frequenza e intensità degli uragani sia per l’innalzamento del livello del mare.

Tre lezioni ci vengono da Niscemi, la cui frana è stata innescata dalle intense piogge dovute all’uragano, e dai disastri costieri. La prima è che dobbiamo fare di tutto per fermare il cambiamento climatico, e che i soldi che abbiamo e tutto il nostro impegno devono essere destinati alla riduzione delle emissioni di gas serra, non alle armi. È il cambiamento climatico il solo, vero, comune nemico da combattere. E invece il nostro governo sta facendo di tutto per ostacolare la transizione energetica, combattendo le auto elettriche, investendo, oltre che nelle armi, nel nucleare e nel gas, sottraendo così risorse alle rinnovabili e agli accumuli.

La seconda è che il cambiamento climatico, con le piogge torrenziali, rende più critico il dissesto idrogeologico del nostro paese ed evidenzia l’urgenza di affrontarlo con decisione.

La terza è che dobbiamo ricostruire sì, ma in un altro modo e in posizioni diverse ciò che i disastri hanno distrutto. Bisogna da una parte avviare con decisione il piano di adattamento, dormiente nei faldoni ministeriali, per attenuare i futuri inevitabili danni del cambiamento climatico, e dall’altro spostare indietro, sempre più lontano dalla costa, le infrastrutture permanenti, rimodulando i piani regolatori. Certamente non ricostruire dove il costruito è stato distrutto o danneggiato. Altrimenti, com’è successo in Sicilia, la natura farà quello che la politica non sa o non vuole fare: abbattere le costruzioni abusive a meno di 150 metri dalla costa.

LE COMUNITA’ CALABRESI DIFENDONO IL TERRITORIO NELL’EMERGENZA AMBIENTALE

Alberto Ziparo  28/01/2026

In queste ore si denunciano e  lamentano le ricadute della crisi ambientale sul territorio calabro: frane ,dissesti, distruzione di impianti e infrastrutture, sparizioni di interi tratti di costa con relative attrezzature. Ormai  l’emergenza ecoclimatica è conclamata : tali disastri si ripeteranno con sempre maggiore frequenza e intensità. I danni sono ingenti: si chiede la dichiarazione di “emergenza e calamità “ per tempestive e adeguate operazioni di riparazione.

Gli eventi di oggi non costituiscono più accidenti eccezionali, ma  disastri destinati a ripetersi sempre più frequentemente e intensamente nel tempo: precipitazioni sempre più pesanti che significano frane e distruzioni , alternate a ondate di calore , ovvero incendi ,siccità , problemi sanitari.

Ma, niente paura ! Come al solito tra qualche giorno ci si dimenticherà di tutto ciò e torneremo a parlare di grandi opere, vere o fasulle, megaimpianti, , fantastici “parchi” eolici o fotovoltaici, nuovi villaggi turistici , grandi outlet commerciali e altre megastrutture per “lo sviluppo”.

Interessante , però, è che coloro che hanno colto, prima e più di altri , i rischi di questa situazione sono le comunità dei diversi contesti regionali che , con sempre maggiore veemenza , difendono il proprio patrimonio ecopaesaggistico e territoriale. Quasi sempre da progetti che , se realizzati, appesantirebbero condizioni già difficili con ulteriori impatti gravissimi; ma , anche se non realizzati (Ponte docet),  sono destinati a sottrarre risorse ai bisogni veri e fondamentali  -tra cui l’urgentissimo risanamento del territorio.   Dal Pollino allo Stretto, dalla catena Paolana alla Locride, dalla Costa Viola alle Serre, dall’Area Grecanica reggina alla Costa Jonica catanzarese, comunità di abitanti si oppongono legittimamente a progetti evidentemente incompatibili con le caratteristiche dei territori coinvolti e che , se realizzati, ne indebolirebbero ulteriormente le strutture ambientali; invece da tutelare e valorizzare. Non solo per motivi di sicurezza , ma per la loro centralità rispetto alle uniche , possibili , visioni di futuro proponibili per la nostra regione, come per tutto il Mezzogiorno, dopo il clamoroso fallimento delle strategie politiche passate.  Cresce così l’opposizione a progetti inutili e dannosi  : promossi infatti da interessi lontanissimi dai nostri territori. Ma che continuano ad essere proposti , talora imposti, per il permanere delle “miserabili classi dirigenti del Mezzogiorno”-, descritte da Guido Dorso più di un secolo fa- che , in tempi di finanziarizzazione di economia e politica soffrono spesso di “subalternità da capocrazia” , con conseguenti scelte comandate da soggettività estranee alle istanze utili e vantaggiose , e oggi assolutamente necessarie , per i territori coinvolti.  E’ quindi perfettamente logico e comprensibile che gli abitanti calabresi , spesso insieme ad ambientalisti e comitati locali , si oppongano a progetti e programmi che  localmente comportano soprattutto rischi e danni.

Il fallimento delle politiche passate , dal “tutto primario”, all’”urbanizzazione diffusa” ai “poli di sviluppo industriali e infrastrutturali”, oltre a forti negatività socioeconomiche , ha significato sempre maggiore iperconsumo di suolo, degrado e distruzione di ambiente e paesaggio, arricchimento della speculazione , spesso criminale, perdurante crisi sociale . Il territorio che ne risulta è indebolito anche dall’evidente polarizzazione : tendenzialmente desertificato nel suo 80% interno ( nonostante la presenza di tre parchi nazionali ed uno regionale che pure innescano sporadiche tendenze positive); congestionato nel 20% di pianura e cimosa costiera, con ipercementificazione e  consumo di suolo abnorme ed il triste primato europeo nel rapporto “Case vuote/abitanti”, con centinaia di migliaia di vani che restano inutilizzati .

Rispetto a questo non si capisce perché si propongono ancora villaggi turistici e centri commerciali . O ulteriori “parchi  “ eolici e fotovoltaici , in una regione che già esporta energia ed elettricità ; e oltretutto ha già installato diverse centinaia , forse migliaia , di tali impianti , che entreranno in funzione tra anni , forse lustri , in qualche caso tra decenni . Rendendo inutilmente esorbitante in generale – e certamente dannosa per i luoghi toccati- l’energia esportata. Solo alla luce di queste considerazioni , l’ufficio energia della Regione dovrebbe sancire la moratoria rispetto a nuovi progetti di prossime e ulteriori installazioni. Magari inserendo l’avviso nei videospot che magnificano habitat e paesaggi regionali per favorire lo sviluppo turistico.

Non basta l’approccio di protezione civile ex post , al di là delle riparazioni di danni : sono fondamentali strategie di prevenzione. Va perseguito subito il risanamento , con il consolidamento di versanti ed aree in dissesto e frana . Partendo immediatamente da ciò che è più facile e rapidamente fattibile : la pulitura delle fiumare e la liberazione delle “vie di fuga” dell’acqua ovunque.

Importante è cogliere l’obsolescenza programmatica e tecnologica delle strutture con cui sui pretende di difendere costa e infrastrutture di litorale. Abbiamo assistito alla distruzione di lungomari realizzati o riqualificati anche di recente: non si è ancora capito che barriere e muraglie di cemento , rispetto ai caratteri  con cui si manifestano sempre più le turbolenze meteoclimatiche(onde altissime  favorite dal crescere generalizzato di livello del mare , con potenza inusitata) costituiscono elemento di indebolimento, non di consolidamento . Bisogna ricorrere invece a misure radicalmente diverse che si stanno realizzando altrove: il rafforzamento degli ecosistemi costieri soprattutto nei loro elementi naturali , per rigenerare ambienti “resilienti” di litorale , che convivono con il disastro nell’emergenza ; per poi recuperare la normale configurazione a fine fase critica: “parchi a mare” , anziché muraglioni (uno dei pochissimi esempi italiani si sta realizzando a Condofuri , nella jonica reggina. Su questo ci sarà un prossimo articolo).

Ancora andrebbe attuata una seria politica abitativa per recuperare il patrimonio vuoto , davvero ingente , spesso lasciato al degrado, con lesioni  e crolli di edifici  abbandonati. Servono  invece  politiche di riuso per azzerare la domanda interna di abitazioni (non dovrebbe esistere in Calabria) e destinarle alla fruizione di chi viene a lavorare , compresa accoglienza  e inserimento dell’emigrazione; nonchè di chi  viene a fruire del patrimonio ecologico da visitatore consapevole.

Tutto ciò deve essere accompagnato dalla revisione degli strumenti di pianificazione, ristabilendo in primis regole e norme, complete delle Linee Guida per il risanamento idrogeologico e antisismico, nella versione integrale, contenuta nel piano territoriale paesaggistico regionale , approvato nel 2010; e poi per la gran parte cancellate. Ciò che da anni richiedono ambientalisti e comitati di tutela. Aggiornando di conseguenza anche gli strumenti urbanistici a livello locale. Taluni richiedono all’opposto, “ulteriori semplificazioni normative e programmatiche “ , abolendo alcune parti della Legge urbanistica regionale e quindi, a cascata, della pianificazione ai vari livelli. Ciò in realtà costituirebbe complicazione- altro che semplificare!- : accentuerebbe infatti divergenze e contrasti con la normativa comunitaria e nazionale, con perdite di tempo e risorse per stop e bocciature degli organi di controllo  e della magistratura ai diversi livelli. Oltre che costruire gravissimo , ulteriore, indebolimento della tutela rispetto alle emergenze ecoclimatiche.

La politica istituzionale si è dimostrata spesso incapace di tener conto realmente dei problemi della fase in cui siamo entrati ( a parte i citati annunci e urla di buoni propositi  negli immediati post-catastrofi , sempre di brevissima durata). Non  si capisce che la normativa, da rispettare rigorosamente e, se necessario, migliorare , costituisce l’esito di analisi e riflessioni tese a consolidare la difesa di ambiente e territorio, a fronte del rapido e continuo aggravarsi dell’emergenza ecoclimatica e delle sue ricadute.  Appare allora assai utile che le comunità locali pressino sui decisori ai vari livelli. Favorendo processi di crescita culturale , scientifica e politica, quanto mai necessari.  

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