BIENNALE: UNA LETTERA CONTRO L’ALTRO OSPITE SGRADITO: ISRAELE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BIENNALE: UNA LETTERA CONTRO L’ALTRO OSPITE SGRADITO: ISRAELE da IL MANIFESTO


Biennale, una lettera contro l’altro ospite sgradito: Israele

Arianna Di Genova  17/03/2026

L’appello Art not Genocide ne chiede l’esclusione, firmano moltissimi artisti e curatori di padiglioni

 facciata del padiglione centrale della Biennale ai Giardini nell’edizione del 2024 – foto Ansa

Sulla contesa «Russia sì, Russia no», in Biennale, il fine settimana non ha offerto sollievo. Il pressing del Ministero della cultura con la richiesta del carteggio fra la Fondazione veneziana e la Federazione russa è rimasto, al momento, un braccio di ferro senza vincitori, anche se Giuli – qualora trovasse incongruenze in quei documenti – potrebbe optare per un invio di ispettori in Laguna, commissariando di fatto la governance della Biennale con l’accusa di contrastare gli «interessi nazionali». Per adesso, può ancora decidere in autonomia, come da suo statuto. Ma la querelle ha avuto un effetto-eco: l’invito a Svetlana Zakharova, étoile del Bolshoi di Mosca, per un gala internazionale di danza, in programma il 20 e 21 marzo all’Auditorium di Roma, è stato ritirato. E ha stimolato anche l’Ucraina a rendere noto il suo progetto per la Biennale, Security Guarantees di Zhanna Kadyrova: è Origami Deer, la scultura di un cervo, che aveva come piedistallo un velivolo militare sovietico smantellato e che è stata evacuata dal fronte del Donetsk nel 2024. Prima di arrivare a Venezia, toccherà nel suo viaggio diverse città europee per ricordare la guerra.

Non si sono spenti i riflettori su quel casus belli che la 61/a Esposizione d’arte si trova a fare i conti con un’altra grana (enorme) di etica e geopolitica, confermando che la cultura non è mai un campo neutro e ribatte punto per punto al mondo che si trova a vivere e decifrare. Al centro, c’è stavolta il ritorno di Israele. Non nel suo padiglione storico, ufficialmente in ristrutturazione (quello presente ai Giardini dal 1952), ma ospitato all’Arsenale.

LE POLEMICHE, mai sopite, vanno avanti da qualche mese, il collettivo globale Art Not Genocide Alliance (Anga) ha fatto girare fra gli operatori e partecipanti alla edizione 2026 una lettera. L’appello, scrivono, «risponde alla richiesta della società civile palestinese di contrastare la normalizzazione dell’apartheid e dell’occupazione israeliana all’interno delle piattaforme culturali internazionali» e chiede il boicottaggio e l’esclusione del Paese (nel 2024, invece, Israele aveva chiuso il proprio padiglione, appendendo un cartello che chiedeva il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, ndr). «Il genocidio – si legge – non può essere tollerato da un’istituzione che si propone di indagare e celebrare i valori umani incarnati dall’arte».

La lettera, consegnata alla Presidente e al Consiglio direttivo della Biennale di Venezia, vede la firma di 178 fra artisti, curatori e operatori coinvolti nella manifestazione di quest’anno. 82 firmatari provengono dai padiglioni nazionali, mentre 55 sono operatori del settore e 41 sono gli artisti invitati alla rassegna principale In Minor Keys, curata da Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio scorso.

L’ADESIONE è molto ampia, rappresenta una forma di attivismo inedito e una coalizione trasversale che difficilmente si incontra nello scacchiere delle varie nazionalità, mettendo in gioco la costruzione della Biennale stessa. Attraverso i propri curatori e ospiti artistici, si uniscono alla richiesta la gran parte dei partecipanti storici e diverse new entry, come ad esempio il Qatar: fra i tanti, ci sono i padiglioni del Belgio, Bulgaria, Brasile, della Spagna, Olanda, Egitto, Estonia, Ecuador, Francia, Finlandia, Irlanda, Scozia, Korea, Lettonia, Lituania, Malta, Lussemburgo, Svizzera, Paesi nordici, Polonia, Perù, Turchia, Emirati. Fra Arsenale e Giardini, poi, ci sono diversi responsabili dei padiglioni che hanno firmato in anonimato, «per timore di possibili danni fisici, politici o legali».

Il tema di «Gaza» è così bruciante da aver costretto anche il Sudafrica al suo ritiro: il progetto Elegy di Gabrielle Goliath – che dai femminicidi nel proprio territorio allargava il discorso alle morti palestinesi – non era piaciuto al ministro della Cultura Gayton McKenzie. Troppo divisivo. Lo spazio all’Arsenale resterà simbolicamente vuoto. Proprio quello del paese che si era rivolto, fin dal 2023, alla Corte penale internazionale per incriminare Benjamin Netanyahu.

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