ATTUALITÀ DEL COLONIALISMO, 73 ANNI DOPO MOSSADEQ da IL MANIFESTO
Attualità del colonialismo, 73 anni dopo Mossadeq
Mario Ricciardi 19/08/2026
Lettere Nell’anniversario del colpo di Stato in Iran con cui Usa e Regno unito rovesciarono il primo ministro eletto a Teheran, a Washington trionfa il suprematismo bianco
L’anniversario del colpo di stato che nel 1953 ha portato alla destituzione di Mohammad Mosaddegh, primo ministro democraticamente eletto dell’Iran, riceve scarsa attenzione da parte dei mezzi di informazione europei e statunitensi.
A occuparsene sono soprattutto le testate che hanno una forte sensibilità per la storia del colonialismo occidentale, in particolare quelle di sinistra, che vedono giustamente in quell’evento un passaggio cruciale nel processo di destabilizzazione del Medio oriente che accompagna la guerra fredda. Riflettere oggi sull’operazione Ajax, gestita congiuntamente dai servizi segreti britannici e statunitensi, e sulle sue conseguenze, non ha un interesse esclusivamente storico. L’attuale regime iraniano è il risultato di una reazione politica a catena innescata dal colpo di stato dell’agosto 1953. Fare i conti con l’eredità tossica del colonialismo è dunque una questione politica cruciale, e sarà sempre più un tema di scontro con la destra.
Leggendo le ricostruzioni storiche dell’operazione Ajax si riconoscono immediatamente modalità di azione che sono state messe a punto all’inizio della guerra fredda, e riemergono ancora ogni volta che gli interessi degli Stati uniti e dei loro alleati entrano in conflitto con le aspirazioni democratiche di popolazioni che vivono in aree che per qualche ragione sono considerate strategiche.
Un modulo simile a quello usato per liberarsi di Mosaddegh viene riproposto l’anno dopo per liquidare Jacobo Arbenz in Guatemala, e poi diverse altre volte nei decenni seguenti. Ricordiamone gli aspetti principali. In primo luogo si prepara il terreno. Le rivendicazioni legittime dei «nativi» – nel caso dell’Iran la nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi – vengono presentate dalla stampa compiacente con i governi occidentali come ingiuste, irragionevoli, inaccettabili. Si invoca il rispetto del diritto e dei contratti, tacendo sul fatto che essi sono stati conclusi normalmente in situazioni nella quali non c’era piena libertà di scelta.
Mentre si mette in discussione la legittimità delle pretese si cerca di screditare chi le ha avanzate. Vari stereotipi vengono mobilitati per erodere la credibilità degli interlocutori locali (esemplare sotto questo profilo il modo in cui viene distorta l’immagine di Mosaddegh, un anziano giurista che era stato tra i protagonisti della «rivoluzione costituzionale» persiana dei primi del secolo, il cui scopo era instaurare una monarchia costituzionale modellata su quella britannica). Mentre si lavora a distruggere la reputazione dei governanti locali, se ne prepara la rimozione dal potere, che avviene con la regia dei servizi segreti, nel 1953 sono Cia e MI6, e la collaborazione di interlocutori locali disposti a fare (almeno in parte) il lavoro sporco. In Iran un contributo, ben retribuito, alla destabilizzazione venne anche da fondamentalisti ostili al processo di modernizzazione democratica immaginato da Mosaddegh. Una strategia replicata altrove, ad esempio in Afghanistan, con risultati disastrosi.
La convergenza di interessi tra gli Stati uniti e il Regno unito, che era stato a lungo la potenza coloniale egemone nell’area del golfo, segna una discontinuità significativa con gli impegni che l’amministrazione statunitense aveva assunto nel corso della seconda guerra mondiale. Dopo la morte di Roosevelt la difesa della libertà si sgancia dal principio di autodeterminazione dei popoli, e diventa sempre più un privilegio occidentale, con una sempre più evidente coloritura razziale. Una distorsione i cui effetti si avvertono ancora oggi nel modo in cui gli Stati uniti e l’Europa affrontano la questione dell’autodeterminazione dei palestinesi. La libertà, per gli abitanti delle ex colonie, non è un diritto, ma una concessione subordinata a requisiti stabiliti dagli ex colonizzatori.
Se dopo la fine del blocco sovietico c’è stata una stagione in cui sembrava che una visione genuinamente paritaria delle relazioni internazionali fosse destinata a prevalere, grazie al consolidamento di un sistema di regole giuridiche applicate in modo imparziale, le prime avvisaglie di crisi del ruolo egemone degli Stati uniti hanno condotto alla riemersione dei vecchi modi di fare e di pensare (mai del tutto superati). Oggi una mentalità neocoloniale viene difesa dalle destre senza alcun tentativo di nobilitarla, come faceva Kipling, evocando un presunto «fardello dell’uomo bianco».
Quello di oggi è un suprematismo bianco senza assunzione di responsabilità, neppure fittizia. Per Trump e i suoi alleati è la nuda forza a fare la differenza: «Ci prendiamo ciò che vogliamo, perché possiamo farlo». A più di settanta anni dalla caduta di Mosaddegh la tensione tra forma democratica e sostanza coloniale rimane cruciale per capire dove vanno gli Stati uniti e l’Europa.
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