L’ESTATE STA FINENDO da IL MANIFESTO
L’estate sta finendo
Marco Bersani 03/10/2026
Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari
Quando ero bambino sognavo l’arrivo dell’estate e me la godevo fino in fondo come un tempo finalmente dedicato a quell’insieme di attività libere dalla costrizione e basate solo sui desideri. L’estate di quest’anno ha letteralmente stravolto questi parametri e sappiamo che, secondo gli studiosi del clima, le prossime saranno persino peggio. In un mondo normale, il tema di una radicale transizione ecologica dovrebbe quindi essere l’oggetto primario del confronto politico, sociale e culturale. Non è così e, dopo quattro decenni di politiche liberiste, ancora tocca sentire che i costi di una trasformazione ecologica della società sono troppo onerosi e che il sistema delle imprese non potrebbe farsene carico. Ecco perché, pur essendo una battaglia per la vita (che altro?), occorre scendere sul terreno dell’economia per confutare la narrazione dominante. Proviamo a farlo con quattro riflessioni. La prima riguarda non tanto i futuri costi della transizione ecologica, ma quanto già oggi ci costa non fare nulla. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro, più di metà dei quali solo nell’ultimo decennio, mentre se consideriamo solo l’ultimo triennio il costo diventa di 13 miliardi all’anno. Se ai costi diretti aggiungiamo anche i costi indiretti (perdita di produttività, costi sanitari etc.) la cifra sale in maniera esorbitante: l’anno in corso è già costato all’Europa 180 miliardi di euro (pari all’1% del Pil europeo, esattamente la stima di crescita prefissata, che quindi è già evaporata).
La seconda riflessione non ha bisogno di grandi evidenze: come mai i soldi per la transizione ecologica non ci sono, mentre per il riarmo e la guerra non si bada a spese? Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per la Difesa, la spesa militare aggregata degli Stati membri nel 2025 ha raggiunto i 418 miliardi di euro (45 miliardi per l’Italia), con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente e con una proiezione al 2029 di 547 miliardi. La terza riflessione riguarda le imprese, dalle quali, secondo la narrazione dominante, ogni trasformazione dovrebbe passare e ogni cambiamento dovrebbe essere governato. Come è noto da tempo, l’idea che, finanziando le imprese a pioggia, si produca a cascata benessere sociale, appartiene ormai alle favole. La relazione fra economia e finanza è ormai ribaltata e se una volta si poteva dire che la finanza fosse il mezzo e l’economia il fine, oggi è vero l’opposto. Basti vedere l’aumento del transito di risorse che dalle imprese, invece che in ricerca e innovazione tecnologica, finiscono direttamente in Borsa. Per fare un esempio, negli Usa la pratica del buyback (riacquisto delle proprie azioni per diminuirne il numero e farne salire il valore e i conseguenti utili) è arrivata alla spropositata cifra di 1400 miliardi di dollari (è l’intero Pil dell’Italia).
Da ultimo, ma non per importanza, resta il fardello della trappola del debito, un meccanismo tortuoso a cui nessuno sembra voler mettere mano. Sta di fatto che, nonostante da oltre trenta anni il bilancio del nostro Paese chiuda in avanzo primario (lo Stato spende meno di quanto ricava), la voragine degli interessi da pagare obbliga il nostro Paese a un perenne indebitamento, dentro un circolo vizioso di debito/austerità/interessi senza fine. Solo per dare l’idea, dal 2016 al 2025 abbiamo già pagato 714 miliardi solo per gli interessi sul debito, e si prevede che ne spenderemo altri 94 mld nel 2026, 101 mld nel 2027 e 107 mld nel 2028 (più del 4% del Pil). Come si vede, le risorse ci sono e si tratta solo di volontà politica. Fermare il riarmo, transizione ecologica, fine della trappola del debito per spendere in stato sociale. Serve altro a chi dice di voler cambiare il Paese?
Sulla difesa una discussione trasparente per risposte “strategiche”
Fabrizio Coticchia 03/10/2026
Il dibattito sulla Difesa Ci si prepara alla guerra convenzionale – sostengono in molti – proprio «per evitare di trovarsi in guerra», ci si arma per scoraggiare aggressioni, per non essere impreparati, lanciando un messaggio agli avversari. Ma come può venire letto questo segnale?
I recenti articoli di Strazzari e Vignarca su queste pagine hanno avuto il merito di contribuire a rilanciare il dibattito su difesa e sicurezza in Europa, illustrando come una critica al processo di riarmo non venga certo indebolita dalla consapevolezza di una minaccia, ma ne esca al contrario rafforzata.
Comprendere questa minaccia ed elaborare una risposta – alternativa alla mera (re)militarizzazione – è infatti più utile che rimuovere o minimizzare ciò che avviene alle porte dell’Europa.
La disciplina delle Relazioni Internazionali è nata proprio per capire la guerra, dopo i massacri del primo conflitto mondiale. Credo sia quindi rilevante fornire a questo dibattito anche una chiave di lettura “strategica”, non grazie a mappe colorate o a carri armati sui plastici (come ahimè avviene nei nostri media) ma valutando, anche all’epoca del riarmo, la coerenza tra mezzi e fini. A tal proposito, tre aspetti centrali meritano di essere messi in discussione.
Il primo è il ritorno al tradizionale paradigma di “difesa territoriale e deterrenza”, condiviso prima dalla Nato, poi da molti stati membri, e infine richiamato anche dalla Commissione europea. Più che una Commissione Geopolitica servirebbe però maggiore trasparenza e una discussione politica aperta, nelle società e nei parlamenti, informando l’opinione pubblica. Lo sappiamo bene in Italia, dove i temi della Difesa sono costantemente rimossi dal dibattito pubblico (Quali armi mandiamo in Ucraina? Non si può sapere. Davvero spendiamo il 2%? Beh, dipende. Quali missioni militari approviamo? Mah, ne parliamo poco e male prima della pausa estiva delle Camere. Per quale “emergenza di sicurezza” i nostri soldati sono impiegati da quasi 20 anni nella inutile operazione Strade Sicure? La “criminalità diffusa”. Quando è stato pubblicato l’ultimo Libro Bianco della Difesa? Nel 2015. Quale è la nostra Strategia di Sicurezza Nazionale? Non l’abbiamo ma ci stiamo lavorando…).
Vogliamo quindi sposare un nuovo paradigma che «ci prepari alla guerra convenzionale in Europa»? Davvero? Il minimo sarebbe parlarne in modo approfondito, almeno nelle sedi istituzionali, a Roma come a Bruxelles.
Il secondo aspetto riguarda proprio la “deterrenza”. Ci si prepara alla guerra convenzionale – sostengono in molti – proprio «per evitare di trovarsi in guerra», ci si arma per scoraggiare aggressioni, per non essere impreparati, lanciando un messaggio agli avversari. Ma come può venire letto questo segnale? Diversi studiosi hanno messo in dubbio la reale efficacia di un approccio fondato esclusivamente sulla deterrenza, evidenziando i rischi costanti di una escalation, ben oltre il recupero di determinate capacità militari. Anche se Mosca continua a rigettare ogni dialogo, bombardando quotidianamente i civili ucraini, non vuole dire che gli sforzi diplomatici siano inutili, che la comunicazione – pur riconoscendo le minacce (più o meno “ibride”) poste dal Cremlino – sia da mettere da parte, scommettendo pericolosamente solo sulla dimensione militare, della vittoria e della sconfitta. Si può rafforzare la difesa in molti modi e la recente Campagna per una Difesa civile non armata e nonviolenta, ne è un esempio.
Il focus sul paradigma di difesa e deterrenza rischia poi di distogliere risorse e competenze da importanti attività di cooperazione e “gestione delle crisi”. Viviamo in anni segnati da una crescita dei conflitti armati e dalla grave crisi delle operazioni di peacekeeping e delle Nazioni Unite. La ricerca ci insegna tuttavia che tali operazioni, in determinate condizioni, sono efficaci per ridurre la violenza. Perché avallare il tentativo di smantellare tutto questo, al netto di difetti e problemi? Dobbiamo accodarci alla distruzione del sistema multilaterale, promossa da una amministrazione americana ostile all’Europa ma desiderosa di mantenerne viva la dipendenza con Washington?
Il terzo aspetto riguarda infine il riarmo. La discussione politica, in Italia e non solo, si concentra sull’aumento delle spese militari. Il concetto di “riarmo”, però, va ben oltre questo elemento. Attiene anche al paradigma di difesa, all’organizzazione delle forze, al rapporto con la società. Emerge allora una forte contraddizione. Se gli investimenti in armamenti sono cresciuti esponenzialmente in Europa, dettati dall’«urgenza della deterrenza», i dilemmi relativi alla struttura delle forze armate non sono stati pienamente affrontati: in molti paesi europei gli europei non si vogliono arruolare e non hanno alcuna intenzione di combattere (come ampiamente confermato, per quanto riguarda l’Italia, da un sondaggio realizzato per conto dell’Università di Genova). La possibilità di evitare il dibattito ed eludere il controllo parlamentare consente ai leader di sottrarsi ai costi di assunzione di responsabilità di fronte agli elettori, magari riluttanti a riarmarsi.
È fondamentale, specialmente da una prospettiva progressista, approfondire la riflessione pubblica ed ampliarla, fornendo una base di legittimità alle scelte. Ricordando che l’impiego (o meno) delle forze armate è uno strumento di politica estera, assieme ad altri. E la politica estera dell’Unione europea (e di molti suoi stati membri) permane inadeguata, proprio come il suo constante doppio standard, dai massacri di Gaza al rapporto speciale con autocrazie varie.
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