COME ENTRARE IN SINTONIA CON IL PAESE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COME ENTRARE IN SINTONIA CON IL PAESE da IL MANIFESTO


Come entrare in sintonia con il paese

Gianpietro Mazzoleni  01/11/2025

Lettere Le campagne elettorali sono sempre un grande spettacolo, dove agli elementi dello show – speso a metà tra il pop e il trash – si aggiunge la promessa di una sorpresa

Le campagne elettorali sono sempre un grande spettacolo, dove agli elementi dello show – speso a metà tra il pop e il trash – si aggiunge la promessa di una sorpresa. Che dovrebbe accendere la curiosità per come finirà la partita.

E spingere i tifosi a partecipare in massa a sostegno dei propri giocatori. A guardare agli esiti delle ultime votazioni regionali però di sorprendente c’è stato ben poco. I sondaggi avevano già previsto tutto. Non ci sono stati né scontri memorabili match tra candidati, né folle alle urne: No leader no show! E purtroppo ciò ha riguardato in primis il “campo largo”.

Sullo sfondo c’è l’eterno dilemma della sinistra se sia necessario avere un leader, possibilmente visibile, di grande richiamo, per vincere le competizioni elettorali, oppure se basti una qualsiasi personalità politica, onesta, seria, dotata di grandi competenze e impegnata sui problemi.

Giustamente alla sinistra proporzionalista non sono mai piaciute le derive verticistiche né i leader, tantomeno quelli con grande appeal personale, magari decisionisti, figuriamoci poi se mediagenici. Quei pochi che dalla fine dei partiti di massa sono apparsi sulla scena sono stati spesso soffocati nella culla o impallinati da congiure interne. Quindi in teoria sarebbe ozioso chiederci se dobbiamo per forza contare su un leader “forte” per vincere le elezioni. Ma, sfortunatamente, i climi politici cambiano, le riforme (elettorale e premierato) che il governo ha in programma riflettono il trend presidenzialistico e personalistico riscontrabile in molte latitudini istituzionali.

È l’onda lunga della mediatizzazione della politica, iniziata negli anni ’80, che oggi impone la semplificazione, la personalizzazione e la spettacolarizzazione dell’agire politico. E gli elettori si sono da tempo adattati a questo trend, e nelle urne preferiscono puntare su leader più o meno carismatici piuttosto che su alchimie elettorali e programmi fumosi.

Possiamo allora continuare ad autoconvincerci che i partiti sono necessità primarie e i leader al più degli “accessori”? Siamo soddisfatti di essere condannati a rimanere in opposizione permanente effettiva?
La tentazione è comprensibile, ma di fronte alle sfide interne ed internazionali, dove in gioco non ci sono i tradizionali equilibri di potere, bensì la difesa delle istituzioni democratiche dall’assedio delle destre populistiche ed estreme, è doveroso puntare su un ribaltamento dell’attuale maggioranza anche accettando l’idea di costruire e sostenere una leadership “forte.”

Siamo di fronte ad un astensionismo di proporzioni drammatiche, dove anche i leader che hanno successo sono leader dimezzati, e la domanda cruciale è cosa davvero serve per riconquistare l’elettore disaffezionato e disimpegnato (e anche arrabbiato). Ciò che necessita oggi la sinistra per poter essere vincente è la presa in carico dei bisogni di ampie fasce dell’elettorato, dello scontento dei troppi lavoratori sottopagati, dell’angoscia dei 5,7 milioni di italiani sotto il livello di povertà, della voglia diffusa di protestare contro le ingiustizie e le guerre, insomma dei molti problemi che il governo Meloni trascura o di cui nega l’esistenza.

Ma, questa necessaria “sintonia” con il paese reale, deve avere qualcuno che la impersoni, che abbia dalla sua anche la sintonia con le forze che lo sostengono, che abbia un appeal personale forte e – valore aggiunto nient’affatto trascurabile – di grande effetto mediatico.

La destra ha a disposizione leader bravi magari a incantare le masse con le sirene del sovranismo e del populismo, ma che alla fine mietono consensi e la fanno vincere. La sinistra può, anzi deve, trovare e stringersi intorno a leader altrettanto competitivi e capaci di conquistare il cuore e la pancia dei cittadini senza doverli ingannare.

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