CARTOLINE DALL’INFERNO. LA GRANDE DEPORTAZIONE USA E UE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CARTOLINE DALL’INFERNO. LA GRANDE DEPORTAZIONE USA E UE da IL MANIFESTO

Cartoline dall’inferno. La grande deportazione Usa

Luca Celada  11/02/2026

Stati uniti Le aspirazioni del regime nazional populista di Washington non si fermano ai confini. La stessa dinamica è attivamente promossa anche in Europa

Se Bad Bunny al Superbowl aveva messo in scena la forza di una cultura fisiologicamente eterogenea, a Washington è giunta la risposta del direttore di Ice, Todd Lyons: «Se credono di intimidirci si sbagliano» ha detto rivendicando i 379mila arresti della sua agenzia.

Nell’udienza della commissione parlamentare per la sicurezza, i dirigenti dell’apparato di deportazione si sono trincerati attorno alla narrazione del paese invaso da orde criminali e degli eroici agenti in prima linea malgrado il sabotaggio dei nemici interni. L’evidenza degli omicidi e degli altri soprusi è stata negata o archiviata con colpevoli «no comment».

Il secondo mandato Trump, come ha scritto Ta-Nehisi Coates, è quello in cui la guerra culturale con la sua retorica sovranista è stata commutata in guerra reale. Né le aspirazioni del regime nazional populista di Washington si fermano ai propri confini. La stessa dinamica è, non solo auspicata, ma attivamente promossa anche in Europa. Gli antenati vecchi e flaccidi hanno pur sempre valore nell’ordine simbolico eccezionalista come precursori del manifest destiny, la predestinazione occidentale.

È quella perorata da JD Vance nelle geremiadi sulla «capitolazione culturale» degli europei, nonché praticamente tema unico ormai su X, la piattaforma convertita da Elon Musk a strumento di apologia identitaria. Il canale social del miliardario sudafricano è un megafono full-time di incitamento all’odio razziale e di sostegno alle destre sovraniste.

Lo show del Superbowl ha dato la misura di una resistenza culturale laddove resta in gran parte annichilita la risposta politica. Lo show di Bad Bunny ha incarnato l’altra narrazione americana e la forza che il «crogiolo» deriva da una immigrazione storica e generazionale.

L’anno elettorale del 2026 è destinato a cristallizzare su questo terreno lo scontro nelle elezioni parlamentari di novembre, nelle quali non è in dubbio tanto il risultato sfavorevole a Maga, quanto l’esito del piano per sovvertirle, apertamente insinuato dal presidente. Sulla remigrazione si combatte già di fatto una guerra civile strisciante e trasversale che per Trump assolve tre funzioni: assecondare la corrente eugenetica, allargare la criminalizzazione dagli immigrati ai dissidenti e aggregare il sostegno politico della base.

Gli Usa sono dunque principale laboratorio occidentale di pulizia etnica adottata a programma di governo. I confini sono praticamente sigillati, il diritto di asilo di fatto abrogato (con l’eccezione dei sudafricani bianchi). Gli ispanici criminalizzati.

Un rapporto compilato questa settimana dalla contea d Los Angeles quantifica il danno economico provocato da sei mesi di «grande deportazione», analizzando i rastrellamenti come si farebbe una calamità naturale. Dei 10 milioni di abitanti della provincia, un milione circa sono irregolari, storico bacino di lavoratori ricattabili, fisiologico al «miracolo americano». Una forza lavoro che contribuisce 240 miliardi di dollari all’economia (soprattutto in servizi domestici, ospitalità, ristorazione, agricoltura ed edilizia). Paura e semiclandestinità delle comunità ispaniche (maggioritarie in città) si misurano in assenteismo, perdita di clienti, chiusura di esercizi, persone che non escono di casa.

Gli indicatori economici sono solo un indice parziale del trauma. La guerra agli immigrati è destinata a segnare profondamente la democrazia Usa per come ha sdoganato pratiche extra costituzionali. Fra queste c’è l’ipertrofica infrastruttura di repressione e controllo, a cominciare dalle milizie paramilitari destinate a rimanere un elemento di instabilità. Poi la rete delle prigioni dove si entra in un buco nero senza garanzie o giusto processo, 80mila persone in detenzione a tempo indeterminato o in attesa di una deportazione, anche in contravvenzione di ordini giudiziari, eventualmente verso paesi terzi sconosciuti.

Gestiti da aziende private dalle strette frequentazioni con esponenti del governo, i Cpr punitivi adottano di proposito condizioni di crudeltà per indurre «l’autodeportazione».

I nomi sono già famigerati: Alligator Alcatraz, California City, il Whipple di Minneapolis, Camp Montana a El Paso e, sempre in Texas, il Dilley. In quest’ultimo campo di prigionia «famigliare» sono detenute oltre 750 famiglie e 370 donne.

La misura di come il sopruso passi, ancora una volta, dai corpi dei bambini è contenuta in un’indagine di Pro Publica che questa settimana ha pubblicato una collezione di lettere scritte dai piccoli internati, tolti dalle scuole che frequentavano e rinchiusi in un lager dove le luci nelle celle sono accese in permanenza. Fra queste quella di Susej F, di 9 anni che scrive: «Sono in questo posto da 50 giorni. Vedere come vengono trattati qui gli immigrati come me ha cambiato la mia idea di Stati uniti».


Il modello Meloni sfonda l’argine Ue

Andrea Colombo  11/02/2026

Da Strasburgo a Roma Il pacchetto italiano permetterà di interdire l’ingresso nelle acque territoriali

Il ddl Migrazione sarà approvato dal cdm oggi. La nuova lista dei Paesi sicuri è stata approvata dall’Europarlamento ieri. Sincronismo mirabile. I Fratelli brindano e festeggiano. Il resto della maggioranza partecipa alla gioia ma con appena qualche discrezione in più.

Tripudio giustificato: il voto del Parlamento europeo che rende chilometrica la lista dei Paesi sicuri e spalanca le porte per la deportazione nei «Paesi terzi sicuri», sancisce il trionfo della linea durissima sul fronte dell’immigrazione. Quella sponsorizzata dalla premier italiana più che da chiunque altro. Regala anche la base giuridica necessaria per varare il ddl sull’Immigrazione.

SARÀ BENE CHE TUTTI, ma il centrosinistra più di ogni altro, inizino a rivedere approcci e strategie che hanno fatto il tempo loro, dopo aver tenuto banco per un paio di decenni. L’Europa non è più la barricata che frenava le politiche più feroci e imponeva almeno un minimo di decenza formale. Quell’Europa è passata dal capolinea al deposito dei mezzi di trasporto smessi. La barricata è stata travolta da un’egemonia della destra più radicale che si è già imposta, in attesa che la politica e i governi nazionali seguano. Come del resto si avviano a fare col passo dell’oca.

Al contrario che in un tempo non lontano, l’Europa è la via traversa che permette di travolgere le residue resistenze nei singoli Paesi. Il caso in questione è esemplare. Il Parlamento di Strasburgo convalida le norme del Migration and Asylum Act sui Paesi sicuri. Rientrano nel pacchetto anche i Paesi da cui provenivano i migranti sbattuti in Albania e rientrati di corsa su disposizione della magistratura proprio perché i Paesi di provenienza di sicuro avevano ben poco: Egitto e Bangladesh. È ancora il meno. D’ora in poi basteranno accordi bilaterali o multilaterali e figurarsi poi se siglati dall’intera Unione per impacchettare i richiedenti asilo, bollarli come inammissibili sul sacro suolo europeo e spedirli nel «paese terzo sicuro» di turno. L’ Albania, il Ruanda…

IL PACCHETTO ITALIANO è armonioso e conseguente. Permetterà di interdire l’ingresso nelle acque territoriali nei casi di «eccezionale pressione migratoria». Va da sé che quando la pressione sia da considerarsi eccezionale lo deciderà il governo. Una volta intercettati nelle acque interdette, grazie a una seconda norma ad hoc, i migranti saranno impacchettati e deportati nei Paesi terzi di cui sopra, dove resteranno rinchiusi in attesa che la loro richiesta sia esaminata. Se respinta torneranno a casa e buona fortuna. Se accettata, cioè se riusciranno a dimostrare che pur provenendo da un Paese promosso a «sicuro» dove si può quel che si vuole il loro caso sfugge a tanta sicurezza, nulla osta a reindirizzarli verso uno dei Paesi terzi col quale sono in vigore accordi: quelli pagati per tenerseli. L’importante è che in Europa non mettano piede. Anzi non vedano neppure le coste.

Certo ci vorranno ancora un po’ di mesi. L’Asylum non entrerà in vigore prima del 12 giugno (nonostante la velocizzazione suggerita dal Parlamento europeo) ed è l’unico motivo per cui il governo, su spinta del Colle, ha deciso di procedere con un ddl invece che col solito decreto. Per una volta c’è tempo e in fondo non si dovrà aspettare troppo. Il muro sarà pronto per l’estate, stagione di «pressioni migratorie eccezionali».

È LA STRATEGIA dell’«esternalizzazione» sulla quale puntava Meloni con l’esperimento albanese, troppo in fretta deriso da un’opposizione italiana abituata appunto a contare sull’Europa se non per ottenere il meglio almeno per evitare il peggio. La leader della destra italiana ha avuto più naso. Ha fiutato in anticipo una corrente gelida che spazza l’Europa e che, se da un lato gonfia le vele dei partiti cugini dei suoi Fratelli, dall’altro colonizza anche le altre forze politiche. Le migliori e più zelanti alleate della «conservatrice» Meloni, in Europa, sono state la presidente della Commissione von der Leyen, popolare, e la premier danese Mette Frederiksen, socialista. È quel che si intende quando si parla di egemonia e per contrastarla non basta appellarsi a questa o quella alta istituzione, la Corte di turno, il Parlamento europeo, i guardiani della Costituzione. Bisogna riuscire a combatterla e a sconfiggerla.

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