UN PROGRAMMA POLITICO GIÀ SCRITTO: È LA COSTITUZIONE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UN PROGRAMMA POLITICO GIÀ SCRITTO: È LA COSTITUZIONE da IL FATTO

Un programma politico già scritto: è la Costituzione

Silvia Truzzi  25 Marzo 2026

Di questa campagna elettorale, condotta come di consueto con forze impari e toni da saloon, resterà una lezione. Per l’attuale maggioranza (e per tutte quelle che verranno) il messaggio uscito dalle urne è chiarissimo: il tentativo di forzare l’equilibrio tra i poteri disegnati dalla Costituzione del ’48 non passa, puntualmente si trova davanti un muro che non ha colore politico. È la lettura di ben tre referendum costituzionali – 2006, 2016, 2026 – che hanno in comune proprio il tentativo di alterare gli equilibri democratici in favore del governo. Siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, ancora ieri il ministro Nordio andava blaterando nefaste profezie (“L’Anm, la vera vincitrice, diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi. Ci dovrà fare i conti anche la sinistra, perché prima o poi anche loro andranno al governo”). Come dire non aver capito nulla del messaggio consegnato da quasi 15 milioni di italiani e nemmeno di quanto è stato detto in campagna elettorale dall’Anm, a dispetto delle balle sul giusto processo, il giudice terzo e le toghe rosse. Del resto questa riforma l’hanno imposta – con un testo blindato e un iter parlamentare legittimo solo nella forma, dal momento che la Costituzione prevede tempi lunghi per promuovere una discussione aperta e plurale che è stata impedita – perché volevano più strumenti di pressione sulla magistratura. Per andare, nelle parole della presidente del Consiglio, “tutti nella stessa direzione”. Se Giorgia Meloni ha un po’ di senno lascerà nel cassetto la madre di tutte le riforme che stravolge la forma di governo, il premierato alla Casellati, sebbene sia l’unica intestata al suo partito.

La lezione più importante però è per le forze di opposizione, semplicissima e di facile attuazione: ripartire dalla Carta, che mai come oggi è “ancora un programma, un impegno, un lavoro da compiere”, per usare le parole di Piero Calamandrei agli studenti milanesi nel ’55. È quello che chiedono i ragazzi del 2026, che in massa sono andati a votare e a votare No ed è un terreno comune su cui si può costruire un’alternativa: ottant’anni fa si sono messi insieme tutti – i liberali e i comunisti, i democristiani e gli azionisti – oggi si può fare la stessa cosa per non disperdere il consenso uscito dalle urne. Basta cercare scorciatoie per avere e restare al potere, si dica che è l’ora di applicare, per gli italiani, una Costituzione che finora si è potuto solo difendere. E difendere, attenzione, dagli attacchi e dai tentavi di manomissione, non nei suoi princìpi che continuano a essere bellamente elusi se non addirittura negati da governi e parlamenti. Domenica e lunedì si sono presentati al seggio tanti che non ci andavano da tempo; è questo messaggio che va ascoltato, interpretato e raccolto. Chi ha fatto la campagna elettorale, nelle città e nei piccoli centri, ha visto le loro facce. Non è vero che la maggioranza è apatica, disinteressata, ignorante. Quando si tratta della Costituzione anche gli astenuti cronici si fanno vedere e sentire. E allora si riparta dalla rivoluzione costituzionale: dai diritti svuotati – lavoro, salute, istruzioni – dalle libertà negate – dissenso, manifestazione del pensiero, libertà sindacali – e dai principi ignorati – giustizia sociale, solidarietà, responsabilità sociale dell’impresa, rifiuto della guerra. È una piattaforma già pronta, in cui moltissimi italiani si riconoscono. Non vorremmo ritrovarci tra qualche anno alle prese con l’ennesima riforma che non serve ai cittadini: la Costituzione è stata anche troppo a lungo il capro espiatorio dell’inettitudine della classe dirigente. Come dimostra la longevità dell’attuale esecutivo, non è questione di architettura istituzionale. È la politica a mancare.

Vince il No. La casalinga di Voghera batte Giorgia che resta a “zeru tituli”

Alessandro Robecchi  25 Marzo 2026

Del sonoro No di primavera si parlerà a lungo, ma vorrei lasciare ai più esperti analisi e riflessioni sul doloroso frontale del governo contro il popolo italiano e sul fatto che in quattro anni nemmeno una riforma è stata portata a casa dalle sgangherate Sturmtruppen della destra: Giorgia zeru tituli, insomma. Mi concentrerei invece su una cosetta laterale ma per niente secondaria, la rivelazione gloriosa del fatto che la gente non è così scema come la si dipinge, una faccenda che travalica il referendum sulla giustizia e apre nuove inedite prospettive. Per mesi e mesi il refrain è stato questo, con alcune gustose varianti: il quesito è difficile, è roba tecnica, da giuristi, cosa vuoi che ne capisca la sciura Maria, o i ragazzini che finiscono il liceo, bisogna intortarli con un getto costante di schiuma fuffogena. E quindi vai di Garlasco, Tortora, bambini nel bosco, intimidazioni, insulti, magistrati cattivi. Tutte cose dritte e semplici, che il popolo capisce, non gli articoli della Costituzione, che sono roba da avvocati.

Non è un pensiero nuovo, anzi è l’ovvia conseguenza di anni e anni di impoverimento e grottesca semplificazione del discorso pubblico. È il vecchio ritornello che si sente a ogni piè sospinto in tivù: “La gente a casa non capisce”. Ed è su questa granitica certezza – la gente che non capisce – che si è trasformato qualunque discorso in meme e slogan, ogni posizione in caricatura, ogni ragionamento in macchietta e battutina. Se voti Sì tornano a casa i ragazzi che lavorano all’estero. Se voti Sì non ci saranno più aggressioni e clandestini. Se voti Sì niente più terremoti e incidenti stradali. Salvo poi trasecolare se “la gente a casa”, invece, capisce eccome e si comporta di conseguenza, probabilmente con un surplus di astio generato dalla domanda: “Ma ci prendono per scemi?”.

Eh, sì, la gente, alla fine, capisce. E non solo gli articoli della riforma, ma anche il clima che sta alla loro base, il tentativo di sbilanciare i poteri in favore dell’esecutivo, il combinato disposto di chiagni e fotti, per cui si fa la faccia truce per i reati da sfigati (il regno di Giorgia cominciò con una straordinaria stretta sui rave party, per arrivare ai decreti Sicurezza) e la serena tolleranza per i reati della classe dirigente (l’abuso d’ufficio, la corruzione, il traffico d’influenze). Invocare più galera e pene esemplari per Tizio e Caio, specie se si oppongono in piazza, e contemporaneamente teorizzare clemenza per il potente Sempronio, non è una bella cosa. Puoi tirare in ballo i bambini nel bosco, la cronaca nera, il via vai grottesco dai centri di detenzione albanesi, la magistratura politicizzata, scegliere dall’infinito campionario delle semplificazioni, ma alla fine il disegno grande la gente lo vede. In questo scenario, la figura della “casalinga di Voghera” (intesa negli anni Sessanta come cittadino-massa inconsapevole e ignorante) l’hanno fatta i propagandisti del Sì, mentre a casa, la vera casalinga di Voghera, che in confronto a loro è laureata in Semiotica, meditava su come respingere l’assalto della banalizzazione, e votava di conseguenza.

Accanto alla buona notizia del No nelle urne, dunque, ce n’è un’altra: più della metà della popolazione resiste al bombardamento mediatico, sopravvive all’occupazione governativa dei media, sguscia dalle maglie del consenso obbligatorio che tutto semplifica e banalizza. Bene. Sulla scheda c’era scritto “No”, ma si leggeva anche “Non ci caschiamo” e “Il Tg1 è bello, ma non ci vivrei”.

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