“SULLA LINEA DEL FRONTE” DI SILVIO VILLA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“SULLA LINEA DEL FRONTE” DI SILVIO VILLA da IL MANIFESTO

«Sulla linea del fronte» di Silvio Villa

Divano La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  16/05/2025

Il ripudio della guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» dovrebbe costituire un convincimento radicato nei cittadini italiani, un presupposto che dovrebbe essere condiviso dalle generazioni (ben cinque?) educate dalla scuola e dalle istituzioni della Repubblica quale risultato d’una crescita civile maturata nel corso degli ultimi ottanta anni. Gli italiani dovrebbero sentire il ripudio della guerra come un moto spontaneo della loro civica identità: non solo rifiutare ogni guerra in ogni caso, ma agire attivamente di conseguenza, darsi governi che fattivamente contrastino le soluzioni armate ovunque vengano perseguite.

Viviamo da anni in un diffondersi, dal Baltico al Mar Rosso, di guerre che massacrano gli inermi e radono al suolo città, ma i cittadini italiani non denunciano in nome dell’undicesimo dei «principi fondamentali» della Costituzione il loro governo, impegnato a inviare armi, dunque a prender parte attiva nell’alimentare gli eccidi. Un governo che quelle guerre sostiene, approvandole quali mezzi adeguati alla «risoluzione delle controversie internazionali» in atto.

Pure, nel 1948, le parole della Carta contro la guerra furono dettate nella loro sobria nettezza per affermare un impegno inderogabile, dopo cent’anni di guerre sofferte dagli italiani, da una generazione all’altra, milioni di morti, dal Risorgimento al secondo conflitto mondiale siglato nel 1945 dall’arma atomica.

È doveroso constatare che negli anni della Repubblica, il ricorso alle testimonianze, le documentazioni tratte dagli archivi, le opere letterarie e di poesia, le figure di quanti quel susseguirsi di guerre del Regno d’Italia, in Africa e in Europa, contrastarono e nelle quali troppi persero la vita, letterati ed analfabeti e, insomma, le ricerche storiche (non senza obiezioni) hanno della guerra mostrato gli orrori e denunciato le retoriche che li nascondono.

Dicevo che viviamo giorni, settimane, e mesi e anni di guerre ormai, ma poche e quasi relegate dai grandi circuiti della stampa e della comunicazione, in un ‘a parte’, come si dice a teatro, sono le voci dei cittadini italiani che si levano nel nome dell’articolo 11. È necessario constatare che, nella loro stragrande maggioranza, gli italiani non ritengono di dover far sentire chiara e forte la loro «repulsa della guerra».

Nemmeno gli appelli dell’autorità cattolica romana paiono animarli ad una protesta. Nemmeno il timore indotto dalla stretta contiguità, geografica e strategica, delle devastanti operazioni belliche, così vicine ai confini del nostro paese. Nemmeno il fatto che il nostro territorio nazionale ospita una rete di basi militari che costituiscono un inevitabile bersaglio da colpire a seconda di come volgano i casi delle ostilità e il loro intensificarsi.

Mi chiedo se a curare (non oso dire a guarire) tanta irresponsabile indifferenza dei governanti e dei governati italiani non gioverebbe la lettura di quelle testimonianze letterarie e storiche che qui sopra richiamavo. Una poco nota e perfetta è giunta in libreria in questi giorni. Si tratta di pagine pubblicate nel 1922 negli Stati Uniti dall’editore Macmillan con il titolo The Unbidden Guest (L’ospite non invitato) dovute a Silvio Villa (1882-1934), ingegnere torinese trasferitosi a New York, che nel 1916, entrata l’Italia in guerra, torna in patria per partire volontario verso il fronte. Avvalendosi della meticolosa e impeccabile cura di Franco Corleone (e dei contributi di Manuele Gianfrancesco, Andrea Zannini e Guido Crainz) le Edizioni Menabò di Ortona, con il titolo Sulla linea del fronte. Episodi della Grande Guerra, pubblicano cinque brevi scritti di Villa di straordinaria energia evocativa e di altissima tempra morale.

Il primo, Claudio Graziani. Un episodio di guerra, si imprime come un apologo che, avvinto il lettore, lo costringe a meditare sulla sconvolgente disumanità che la guerra, in ogni suo atto, senza remissione perpetra. Un racconto esemplare d’un episodio del 1918, della ‘grande guerra’, che induce a convenire, ci dice Crainz con le parole di Sigmund Freud, come «mai un evento storico abbia distrutto in tale misura il così prezioso patrimonio dell’umanità».

«Put Your Soul on Your Hand and Walk», un gesto contro il silenzio

Cannes 78 Fatma Hassouna, uccisa a Gaza un mese fa, al centro del film presentato nella selezione di Acid

Cristina Piccino  16/05/2025

CANNES

Le fotografie di Fatma Hassounaesposte in diversi luoghi di Cannes – fra cui il Padiglione della Palestina – ci raccontano Gaza le sue macerie, il suo dolore, quel genocidio quotidiano rispetto al quale finalmente, e anche grazie a lei, sembra che stia nascendo una diversa consapevolezza, o almeno ci sia una presa di parola. La narrazione cambia? Speriamo. Sulla Croisette il film di cui la giovane fotografa e giornalista palestinese uccisa a Gaza insieme a tutta la sua famiglia dalle bombe israeliane è protagonista è stato il punto di partenza per una reazione. Non sul Red carpet militarizzato ma nelle parole della serata di apertura dette dalla presidente di giuria Juliette Binoche, con la tribuna firmata da tantissime artiste e artisti e pubblicata il giorno di apertura del Festival perché il genocidio si fermi, nella decisione di altri festival che si sono impegnati a far circolare questo film (Venezia, Locarno, Nyon) per rompere il silenzio, nell’emozione del pubblico che ha affollato le proiezioni (molto controllate dal punto di vista della sicurezza) sempre sold out.
Put Your Soul on Your Hand and Walk – nella selezione di Acid – inizia dalla necessità dell’autrice, la regista iraniana ma esiliata a Parigi Sepideh Farsi di documentare la guerra a Gaza, un gesto contro il silenzio e contro quella disumanizzazione dei palestinesi nel racconto di vittime senza nomi e senza storie. Il 16 aprile, quando Fatem come la chiamavano gli amici è morta – ce lo ricordano i due cartelli all’inizio – è divenuto un’altra cosa, un archivio della sua resistenza che si amplifica e fa risuonare ancora più forte la sua battaglia, quell’essere lì e continuare a testimoniare la brutalità dell’esercito israeliano – che infatti uccide i giornalisti perché il mondo non veda.

L’assedio nelle videochiamate tra la regista Sepideh Farsi e la fotogiornalista palestinese, una coalizione per il film

NELLE CONVERSAZIONI a distanza su zoom fra lei e Sepideh Farsi si afferma dunque una parola che è anch’essa negata, e l’immagine nel film di Fatem viva, persistente, ci parla di ciò che i nostri governi continuano a ignorare e che oggi non può più esserlo perché questa complicità sbriciola ogni senso della democrazia. Fatem è lì nella sua urgenza, e con lei ci sono gli abitanti di Gaza anche se fuori dallo schermo, la loro esperienza quotidiana di fatica, paura, tristezza, fame, rabbia, dolore. Sepideh Farsi aveva avuto il contatto di Fatma Hassouna quando era al Cairo, da dove aveva provato inutilmente a entrare a Rafah. Le due donne portano avanti questa conversazione per mesi, la ragazza appena iniziata l’aggressione israeliana, dopo i massacri del 7 ottobre, inizia a raccogliere immagini, documenta, cerca di mantenere una memoria dei luoghi, dei suoi abitanti, di quel quartiere dove vive e degli altri che giorno dopo giorno vengono distrutti, delle persone sono costrette a fuggire, che muoiono inghiottite dalla polvere come già diversi fra i suoi famigliari: adulti, bambini, anziani, una popolazione.

Io ancora non ci credo che lei sia morta. Quando sono arrivata in Europa si diceva «mai più». Ora invece si va avanti con i doppi standard (Sepideh Farsi)

SULLO SCHERMO ai loro volti si sovrappongono alcune immagini di Fatem, ma sono soprattutto le sue parole, poesie, racconti precisi, stati d’animo che danno il senso dei sentimenti e della realtà. Fatma che vorrebbe viaggiare ma come dice non lascerà mai la Palestina e tantomeno ora, con un genocidio in atto, il suo compito è rimanere in quella terra, resistere, come hanno fatto da sempre, da quando un altro paese si è arrogato il diritto di distruggerli. I giorni passano, le immagini si sovrappongono, gli schermi si moltiplicano; la linea a volte cade, le connessioni sono difficili, Israele cerca con ogni mezzo di isolare Gaza dal mondo.

L’ASSEDIO è sempre più duro, le parole di Fatma ne sfidano la ferocia con la loro gioia, altre volte invece appare distratta, la fame aumenta, gli aiuti sono bloccati. Il telefono riprende a volte la regista rifilma con una piccola camera. Fatma si alza e apre al suo gatto, ascolta qualcuno nella stanza accanto: cosa dire? Come continuare? La stanchezza si fa più forte, come la violenza, la morte. Eppure lei continua a tenere aperta questa finestra – attraverso la quale far uscire l’orrore che accade, è una crepa, e un documento che ci parla e ci interroga, a volte nello sconforto, più spesso col sorriso. «É difficile, molto» ripete allargando l’immagine in quella stanza, da cui sul suo volto appare l’esterno i gesti, il tono della voce anche quando cerca di mascherare rivelano ciò che è fuoricampo, che le sue fotografie hanno fermato oltre il tempo. . Lo portano dentro con forza, lo fanno tangibile. Lei ora non c’è più ma c’è la sua immagine, la stessa di migliaia e migliaia di palestinesi uccisi, questa è anche la loro storia, e ci dice che tacere non è più permesso.

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