“SE PER LORO CONTA SOLO LA STABILITÀ, IL NOME GIUSTO È MUSSOLINUM” da IL FATTO, TELEGRAPH e IL MANIFESTO
“Se per loro conta solo la stabilità, il nome giusto è Mussolinum”
Tommaso Rodano 28 Febbraio 2026
Il costituzionalista: “All’elettore dicono un’altra volta che non vale un piffero. La Consulta può intervenire”
Professor Ainis, se davvero Meloni porterà a casa lo “Stabilicum”, saremo di fronte a un’altra legge elettorale incostituzionale?
In caso – mi perdoni l’ovvietà – lo deciderà la Consulta. Il fatto è che l’orientamento della Corte costituzionale cambia a seconda della sua composizione. Nel 2014 il presidente era Gaetano Silvestri e la sentenza numero 1 – che bocciò il Porcellum – fu molto criticata da chi sostenne che i giudici avessero invaso la discrezionalità del legislatore. Io credo invece che quella sentenza fissò dei principi molto importanti. Se la Corte di oggi dovesse avere la stessa sensibilità, è probabile che quei principi saranno fatti valere anche oggi.
Il punto più delicato è ancora il premio di maggioranza?
Sì. La Corte non ha mai stabilito che il premio sia incostituzionale in sé. Disse però che non può e non deve produrre un effetto distorsivo eccessivo sulla rappresentanza. Nel Porcellum mancava una soglia minima: potevi ottenere quel premio anche con il 21 o il 25 per cento. Era chiaramente sproporzionato.
Nello “Stabilicum” invece c’è una soglia minima del 40%.
Eppure, se ho fatto bene i conti, chi supera il 40 per cento ottiene 70 deputati e 35 senatori in più; il premio incide per oltre il 17 per cento dei seggi, parliamo di un sesto della rappresentanza parlamentare.
E le liste bloccate?
Nel 2014 la Corte costituzionale censurò quelle troppo lunghe. Con questo nuovo sistema saltano i collegi uninominali. Se rimanessero le circoscrizioni attuali, le liste si allungherebbero inevitabilmente.
La Consulta però non ha fissato un numero magico o una tabellina che stabilisca i confini “leciti”, né per il premio di maggioranza, né per la lunghezza delle liste bloccate.
No, però ha stabilito un limite implicito e questa legge sembra voler ignorare ogni principio di ragionevolezza. Il fatto davvero scandaloso è che questi sistemi elettorali – per una sorta di nevrosi che abbiamo noi italiani – vengono disegnati, cuciti e scuciti ad ogni legislatura. In questi anni le pluricandidature e le liste bloccate hanno contribuito non poco all’astensionismo. Il messaggio dei partiti è chiaro: tu, elettore, non conti un piffero.
Lo “Stabilicum” prevede anche l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra coalizioni.
Rispetto al piatto che si sta cucinando, è l’ingrediente meno indigesto, anche se sarebbe una soluzione inedita per le Politiche. Ma è tutto confuso. Si sono inventati un “maggiorzionale”: un proporzionale drogato da un premio di maggioranza abnorme. Una creatura ibrida. Né proporzionale vero, né un maggioritario come quello inglese o americano, dove ci sono i collegi uninominali.
Mi affido alla sua memoria storica: è mai esistita una “etica costituzionale” della legge elettorale? Oppure il cinismo strategico a cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni è un classico della cultura politica italiana?
Nella Prima Repubblica quell’etica c’era. Dal 1948 al 1993 il proporzionale puro era accettato da tutte le forze politiche. Quando la Democrazia cristiana tentò la cosiddetta “legge truffa” ci fu una battaglia furente. E pensi che il premio sarebbe scattato solo superando il 50 per cento dei voti! Invece quell’ipotesi fu cestinata immediatamente. Esisteva un senso di condivisione delle regole.
Ogni nuova legge elettorale porta con sé il giochino del nome. A questa hanno già affibbiato lo “Stabilicum”. Qualcuno ha parlato pure di “Ipocritellum”. Vuole partecipare?
Il vezzo dei latinismi è diventato stucchevole e non fa onore alla memoria di Giovanni Sartori, che lo inventò per primo e poi fu goffamente imitato. La chiamano “Stabilicum” per la stabilità, ma se la stabilità è la suprema virtù, Mussolini era un grande virtuoso. E allora chiamiamolo “Mussolinum”.
“Meloni accusata di truccare le prossime elezioni”: il blitz della destra sulla legge elettorale finisce sul Telegraph
Redazione Politica 27 Febbraio 2026
La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”: il referendum, si legge, “potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità”
Giorgia Meloni “è stata accusata di aver tentato di truccare le prossime elezioni italiane dopo che la coalizione di governo ha approvato una controversa riforma elettorale“. Inizia così l’articolo del Telegraph che parla dell’accordo raggiunto dal centrodestra sulla nuova legge elettorale. Il blitz notturno della maggioranza che punta a un nuovo sistema proporzionale con un corposo premio di maggioranza finisce così anche sulle pagine del noto quotidiano del Regno Unito.
Il Telegraph riporta anche le critiche dei partiti di opposizione che definiscono “autoritaria” questo testo, deciso a porte chiuse e senza confronto con le altre forze politiche. La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”. Il riferimento è alla riforma costituzionale della Giustizia firmata dal ministro Carlo Nordio. Il referendum del 22 e 23 marzo viene così definito dal Telegraph come “una prova fondamentale per Meloni prima delle elezioni politiche del prossimo anno”. “Una sconfitta – si legge – potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità, sebbene abbia insistito sul fatto che non si dimetterà“.
Rimuove i fiori in ricordo del Duce, va a processo
Francesco Braga 27/02/2026
MILANO
L’accusa è di aver danneggiato «beni esposti per necessità alla pubblica fede». Questi beni sono la teca e la targa (due fotografie, una di Benito Mussolini e una di Claretta Petacci, con indicata la data di morte, 28 aprile 1945, messe sotto vetro) piazzate davanti a Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, nel luogo esatto dove furono giustiziati eseguendo la sentenza emessa in nome del popolo italiano dal Clnai (il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia) il 28 aprile del 1945 da Walter Audisio, il colonnello Valerio. In Germania, tanto per dire, nel luogo del bunker dove Adolf Hitler si suicidò il 30 aprile del 1945 c’è un parcheggio residenziale, con un piccolissimo pannello informativo (messo solo una ventina di anni fa) per evitare che diventi meta di pellegrinaggio di fanatici.
In Italia invece si definiscono «beni esposti per necessità alla pubblica fede» cose di questo tipo, che andrebbero tutt’al più considerati apologia del Ventennio. Il mondo al contrario verrebbe da dire, citando l’ex generale Roberto Vannacci, uno che di “decime” se ne intende. Per questo presunto danneggiamento del “bene” stamattina a Como Francesco Cecco Bellosi finirà a processo. Davanti al tribunale comasco, in contemporanea con la seduta, Anpi e Arci hanno indetto un presidio di solidarietà perché «l’antifascismo non si processa». I fatti risalgono al 28 aprile del 2023. Bellosi, racconta, quel giorno non ha danneggiato nulla, ha semplicemente tolto («come gesto di antifascismo militante», rivendica) i fiori che qualche nostalgico aveva messo davanti alla teca. A sporgere denuncia è stata l’associazione culturale Mario Nicollini, guidata da Primo Turchetti.
Per capirci, Nicollini, ex combattente della Repubblica sociale italiana, dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stato per anni presidente della locale associazione reduci e combattenti della Rsi e poi presidente onorario fino alla sua morte, avvenuta nel luglio del 2014 a quasi 102 anni. Uno che ha sempre presenziato a eventi pubblici in camicia nera e ha chiesto ripetutamente riconoscimenti e commemorazioni per il Duce.
Primo Turchetti ha preso il testimone di Nicollini, si vede ogni anno ricordare l’uccisione di Mussolini sul lago di Como a Dongo in mezzo a neofascisti e braccia tese. «Quella sera ho visto in giro alcune squadre di fascisti in divisa d’ordinanza. A quel punto ho pensato che potevano essere stati a deporre fiori sulla teca di Mussolini. Per cui, d’istinto, sono salito verso Giulino, girando la macchina al tornante dopo villa Belmonte. Pioveva, mi sono fermato, sono sceso a viso aperto e ho tolto i fiori. Con le mani. Tutto qui», racconta Cecco. Del resto, non è nuovo ad andare a processo: 78 anni, un passato da esponente di Potere operaio, Cecco (“CeccoBill”, come lo soprannominò in onore al personaggio di Jacovitti Giangiacomo Feltrinelli) si è fatto 12 anni di carcere per aver aderito alle Brigate Rosse con l’accusa di banda armata. Scontata la pena, da anni lavora al recupero di tossicodipendenti con l’associazione Il Gabbiano. Si autodefinisce «antifascista e comunista dall’età di 15 anni». E, aggiungiamo noi, allergico a soprusi e fascismi.
NTA SOLO LA MO
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