L’ECOSOCIALISMO: UNA PROSPETTIVA PER USCIRE DAL CAPITALISMO da VOLERELALUNA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ECOSOCIALISMO: UNA PROSPETTIVA PER USCIRE DAL CAPITALISMO da VOLERELALUNA

Che fare?

L’ecosocialismo: una prospettiva per uscire dal capitalismo

  Federico Maria Butera  16-01-2026

“Uno spettro s’aggira per il mondo, lo spettro dell’ecosocialismo” verrebbe da dire parafrasando il famoso incipit del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. E si potrebbe continuare a parafrasare dicendo: “Tutte le potenze del vecchio mondo si sono alleate in una battuta di caccia contro questo spettro: multinazionali del fossile, del digitale, della mobilità, dell’agrochimica, della finanza…”. E infatti la caccia è aperta, perché l’ecosocialismo è il nuovo nemico del capitalismo, in particolare della attuale forma neoliberista in cui si è evoluto. Un nemico che si profila più pericoloso del socialismo, perché a contrastare il prosperare del capitalismo non ci sono più solo le ragioni del lavoratore sfruttato, ma si è introdotto un altro sfruttato che si ribella: l’ambiente. Si è passati dalla dialettica capitale-lavoro, ampiamente studiata e discussa nell’ambito delle scienze umane, alle mutue relazioni fra capitale, lavoro e ambiente, il che fa entrare in gioco le scienze fisiche perché l’ambiente è regolato da processi biofisici.

Ed è proprio questa novità che lo rende più pericoloso del socialismo, agli occhi del capitalismo: la discesa in campo delle scienze fisiche che si uniscono a quelle umane a sostegno del socialismo trasformandolo in ecosocialismo. Ciò perché le scienze fisiche hanno mostrato che la causa del degrado ambientale è la crescita senza limiti della estrazione di risorse, inorganiche e organiche, dal sistema Terra e la produzione senza limiti di rifiuti. Ma queste risorse non sono illimitate, e la Terra è capace di assorbire rifiuti in quantità limitata. Una contraddizione insanabile che ha la sua origine nel modello economico su cui si basa il capitalismo, perché prospera attraverso la crescita economica senza limiti e per realizzarla occorre un mercato completamente libero da vincoli nel quale si compete, ci si azzanna, senza esclusione di colpi, sfruttando senza limiti ciò che serve per accumulare ricchezza, il lavoro e l’ambiente. Gli “effetti collaterali” di questo modello, le externalities, come le chiamano gli economisti asserviti, sono la disuguaglianza, la povertà, lavori umilianti e mal pagati, sanità e istruzione riservati a chi se li può permettere, razzismo culturale e sociale, negazione della solidarietà. “Effetti collaterali” contro cui il socialismo si è battuto e a cui ora si aggiunge la crisi ambientale. Ed è questo nuovo “effetto collaterale” che porta le scienze fisiche ad arruolarsi al fianco del socialismo contro il comune avversario.

Non è una scoperta dell’ultim’ora. Nel 1971, un economista, Nicholas Georgescu-Roegen, scrisse un libro fondamentale, The Entropy Law and the Economic Process, nel quale affermava: “Il secondo principio della termodinamica vale anche per l’economia […]. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici”. Nel 1972, veniva pubblicato lo studio, promosso dal Club di Roma, e realizzato da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) dal titolo The Limits of Growth, i limiti della crescita, infelicemente tradotto in italiano da Mondadori col titolo sbagliato I limiti dello sviluppo. Lo studio dimostrava che il proseguimento della crescita esponenziale demografica ed economica, combinata con la natura limitata delle risorse e della capacità della Terra di assimilare l’inquinamento, avrebbe portato alla fine a gravi instabilità nelle condizioni economiche globali di base, a un forte declino della qualità della vita materiale. Nella conclusione si sosteneva che l’unico modo di evitare tutto ciò fosse l’abbandono del modello economico basato sulla estrazione senza limiti delle risorse dall’ambiente, cioè quello su cui si fonda il capitalismo.

Sono solo un paio di esempi fra i tanti, perché negli anni ’70 del secolo scorso lo stretto legame fra capitalismo e degrado ambientale era sostenuto da una ricca letteratura e da una diffusa coscienza. In quegli anni cominciò pure a prendere corpo il concetto di decrescita. Ma si può andare ancora più indietro. Il rapporto fra capitale, lavoro e ambiente, viene elaborato da Marx negli anni compresi fra la pubblicazione de Il capitale e la sua morte, ci rivela il filosofo marxista giapponese Kohei Saito nel suo L’ecosocialismo di Karl Marx. Infatti, dagli appunti relativi a quel periodo, afferma Saito, emerge che il pensiero di Marx si era evoluto, vedendo “il processo lavorativo come interazione metabolica materiale di tre momenti della produzione che hanno luogo all’interno della natura: materie prime, mezzi di produzione e lavoro umano”. Il capitale, in sostanza, non sfrutta solo il lavoratore ma anche l’ambiente. L’approccio predatorio tanto nei confronti degli esseri umani, i lavoratori, quanto dell’ambiente si traduce, fra l’altro, nella crescente disuguaglianza economica.

Questa situazione si specchia in un’altra, che mette in relazione la ricchezza e le emissioni di gas serra, quelli che causano il cambiamento climatico. Il 10% delle persone più ricche al mondo è responsabile del 77% delle emissioni globali associate alla proprietà di capitali privati (cioè emissioni causate da strutture o beni di proprietà o controllati) e del 47% delle emissioni globali associate al loro consumo, mentre la metà più povera contribuisce solo per il 3% (e per il 10% delle emissioni legate ai consumi). L’aspetto più inaccettabile di questa responsabilità diseguale è che il cambiamento climatico colpisce più duramente i poveri, quelli che non ne sono responsabili: il 50% più povero della popolazione subisce circa il 75% delle perdite di reddito globali causate dal clima, e non ha le risorse per fronteggiarle, e tanti perdono completamente i mezzi di sussistenza, finendo in un campo profughi se in un paese in via di sviluppo, e alla ricerca di un pasto e di una coperta se sono i poveri dei paesi ricchi. Le responsabilità diseguali si manifestano anche in quel 30% del cambiamento climatico derivante dal modo in cui si produce e si distribuisce il cibo. Infatti, denuncia un rapporto pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet, ciò di cui si alimenta il 30% più ricco della popolazione mondiale contribuisce a oltre il 70% delle pressioni ambientali esercitate dai sistemi alimentari. I dati dimostrano chiaramente che la disuguaglianza è al centro delle crisi sociali e ambientali odierne, e che crisi ambientale e crisi sociale sono due facce della stessa medaglia.

Le scienze fisiche (di cui biologia ed ecologia fanno parte) ci hanno rivelato che nella biosfera la materia che si adopera è sempre la stessa, degradata e rigenerata in un ciclo senza fine alimentato dall’energia solare, e che quindi niente cresce indefinitamente, piuttosto si evolve verso forme sempre più complesse ed efficienti. Un equilibrio dinamico che funziona da centinaia di milioni di anni, e che ha governato anche le società umane fino alla Rivoluzione Industriale. Un approccio ben diverso da quello del capitalismo neoliberista, lineare, estrai-produci-usa-getta, incurante della limitatezza delle risorse che estrae e degli effetti dei rifiuti che genera. Uno dei rifiuti generati, derivante dalla estrazione e dall’uso dei combustibili fossili è la CO2, che ha modificato la composizione dell’atmosfera causando l’aumento della temperatura globale col conseguente cambiamento climatico. Inoltre, la scienza smentisce l’idea che gli ecosistemi si evolvano solo attraverso la competizione senza esclusione di colpi, chi è più forte vince la lotta per la vita, come sosteneva Spencer col suo darwinismo sociale che il capitalismo neoliberista ha di fatto pienamente adottato. Al contrario, la ricerca scientifica ha mostrato che la cooperazione e i comportamenti simbiotici sono parte essenziale del funzionamento degli ecosistemi, smontando l’assunto che la competizione sia la sola molla che permette l’evoluzione nei sistemi ecologici e analogamente il progresso nelle società umane.

Le scienze fisiche, infine, sfatano un altro dei falsi presupposti su cui si basa il capitalismo, la alterità e superiorità dell’uomo rispetto alla natura, che giustifica il suo sfruttamento, esattamente come erano altro e inferiori le popolazioni nere africane e quelle indigene americane, ridotte in schiavitù. La realtà è che siamo parte integrante dell’ambiente, e quando lo danneggiamo ne paghiamo le conseguenze, come stiamo verificando col cambiamento climatico. Proteggendo l’ambiente proteggiamo noi stessi. Non c’è articolo che, nell’ambito delle scienze fisiche, affronti la crisi ambientale, le sue cause e le soluzioni per superarla che non concluda che è necessario abbandonare l’attuale modello economico e culturale, cioè il capitalismo neoliberista. E su questo convengono anche le scienze umane, quando esaminano il problema.

L’hanno capito. Le forze che prosperano col capitalismo hanno capito che, per superare la crisi ambientale e sociale, l’ecosocialismo va oltre la sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili, pure necessaria, ma non sufficiente. Infatti, sostiene che bisogna anche sviluppare l’economia circolare, che implica che i prodotti siano progettati e realizzati in modo da causare il minimo di emissioni nel processo di fabbricazione, usare poco materiale, essere il più possibile durevoli, e per questo facilmente riusabili, riparabili, rigenerabili, e infine riciclabili. In questo modo, se i prodotti durano di più se ne producono di meno e si riduce tanto la quantità di risorse estratte, quanto la quantità di rifiuti. Si passa da una economia centrata sulla produzione a una che la riduce combinandola con la manutenzione, e si consuma di meno. Si tratta di una economia che nega il consumismo, pilastro del capitalismo, e rivaluta la sobrietà. L’economia circolare è un presupposto irrinunciabile dell’ecosocialismo. Hanno capito che con l’ecosocialismo le due scienze si sono unite per combattere il capitalismo così come si è evoluto oggi. Ora non più, come il socialismo, solo in nome di giusti valori quale equità, solidarietà, benessere collettivo ma anche di qualcosa ben concreto come la integrità biofisica del pianeta, cioè la sopravvivenza dell’umanità. Hanno capito che le scienze fisiche si sono unite a quelle umane nella difesa dei principi del socialismo e diventate paladine anche loro dell’equità, della solidarietà e della sobrietà, perché necessarie al benessere del pianeta e quindi nostro, che ne siamo parte. Hanno capito che la scesa in campo delle scienze fisiche è particolarmente pericolosa perché la gente ha grande fiducia in loro. Quello che dice la scienza è vero, gliel’hanno insegnato a scuola. L’hanno capito, e hanno reagito, avviando una potente controffensiva che mira a togliere di mezzo sul nascere l’ecosocialismo, e per farlo bisogna smantellare la ricerca scientifica e la fiducia che in essa ha la gente.

Lo fa in modo plateale Trump, iniziando a smontare pezzo a pezzo il sistema scientifico americano, ridimensionando e togliendo fondi alla ricerca più scomoda per il capitalismo, quella sull’ambiente. Licenzia migliaia di scienziati del settore depotenziando o sopprimendo fondamentali centri di ricerca sul clima, riduce o azzera i fondi per la ricerca sull’ambiente e promuove il negazionismo climatico. Fa di più, attraverso i social rinforza la tendenza a confondere evidenze scientifiche con opinioni, e come tali confutabili da chiunque. Per Trump e per chi sposa la sua ideologia, le affermazioni hanno tutte lo stesso valore indipendentemente dal fatto che rispecchino la realtà, che siano vere o false. E questo viene spacciato per libertà di pensiero. Così ottiene il duplice scopo di consolidare il suo potere e togliere di mezzo la forza del metodo scientifico. Riviste scientifiche prestigiose, quali Science e Nature denunciano apertamente l’azione governativa volta a soffocare le scienze, in particolare quelle dell’ambiente.

Con l’amministrazione americana il capitalismo ha gettato la maschera, opera a viso aperto. L’ecosocialismo sostiene che bisogna abbandonare il fossile e sostituirlo con le rinnovabili? Allora gli USA escono dall’Accordo di Parigi che mira alla scomparsa delle fonti fossili e rimuovono l’espressione cambiamento climatico da tutti i siti governativi; promuovono di nuovo il carbone, sovvenzionano l’estrazione di gas e petrolio e allo stesso tempo aboliscono i sussidi all’eolico e al solare introdotti da Biden, bloccano tutti i progetti di parchi eolici in corso di realizzazione, ne proibiscono di nuovi e impongono che gli impianti fotovoltaici non abbiano componenti cinesi, per renderli meno competitivi col fossile. L’ecosocialismo sostiene che i beni comuni sono inviolabili? E allora se qualcuno vuole trivellare alla ricerca di idrocarburi e devastare ecosistemi in Alaska, o vuole distruggere rari ecosistemi marini alla ricerca di materiali rari faccia pure, perché i beni comuni non esistono. Tutto è di proprietà di qualcuno. Uno dei tratti dell’ecosocialismo, la solidarietà, per riparare al danno fatto dai paesi ricchi a quelli poveri, è pericolosissima per il capitalismo, e quindi si smantella l’USAID, l’agenzia governativa che investiva miliardi di dollari all’anno nella cooperazione allo sviluppo e nella assistenza alle popolazioni più bisognose. In Europa l’azione è meno plateale, più subdola, e si attua nello smantellamento o forte ridimensionamento del Green Deal, fiore all’occhiello della UE prima dell’avvio della controffensiva del capitale. I nuovi venti di destra hanno portato a ritirare decisioni fondamentali, come la fine della produzione delle auto a combustione interna entro il 2035, l’introduzione delle misure tese a ridurre l’uso dei pesticidi in agricoltura, il ridimensionamento del regolamento sul riuso, parte importante dell’economia circolare, giusto per citarne solo alcune. In cambio, ci si arma. L’Europa, poi, specie in Gran Bretagna, Germania e Italia, sta usando il pugno di ferro contro gli attivisti per il clima (e quelli pro-pal, non a caso). Vengono approvate nuove leggi che restringono la possibilità di manifestare liberamente a favore dell’ambiente, perché chi governa sa che dietro la difesa dell’ambiente c’è l’ecosocialismo.

Finora l’ecosocialismo è stato marginale nella lotta per la difesa dell’ambiente, oggetto di riflessione solo di pochi, e spesso in modo indiretto, come nell’ambito del dibattito sulla decrescita, un tema, questo, trattato dai media e da intellettuali poco attenti con una leggerezza e ignoranza che lascia sgomenti. L’ecosocialismo va portato in primo piano nella cultura progressista, bisogna riprendere lo spirito degli anni ’70, ristudiare le elaborazioni culturali di quegli anni, aggiornarle, adattarle alla nuova struttura sociale e di potere. Occorre che le forze politiche di sinistra escano dalla logica del frazionamento, perché, come dice Mamdani, il nuovo sindaco socialista di New York, facciamo il gioco dei capitalisti, che “vogliono che ci combattiamo fra noi”. Bisogna essere uniti. Essere pienamente d’accordo su tutto non si può, certo, ma sui fondamentali non è difficile. Prima di tutto, però, la sinistra deve riconoscere, come scrive Piero Bevilacqua (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/11/04/le-condizioni-per-tornare-a-parlare-di-socialismo/), di essere stata sedotta dalla falsa tesi del capitalismo, secondo cui bisogna sopprimere tutte le limitazioni che impediscono alla “macchina economica di produrre più liberamente e più ampiamente ricchezza. Quella ricchezza che poi, secondo l’ingannevole teoria dello sgocciolamento, si poteva utilmente distribuire anche ai ceti operai e popolari”. Deve riconoscerlo e predisporre un programma di governo che finalmente si discosti profondamente da quello delle destre moderate, prendendo atto che c’è una nuova visione del mondo che va perseguita ed è quella prefigurata dall’ecosocialismo. Al momento non ci sono altre alternative al capitalismo e ai danni, sociali e ambientali, che provoca. È utopia? Forse, ma senza utopie non si va molto avanti.

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