IN FRANTUMI SOTTO I NOSTRI OCCHI L’ORDINE COLONIALE da IL MANIFESTO
In frantumi sotto i nostri occhi l’ordine coloniale
Ian Chambers 21/04/2026
Opinioni Trump e Netanyahu non sono le cause ma i sintomi di un sistema che si sta consumando. La sfida politica è come liberarci da questa prigione moribonda ed arrogante
Gli ultimi anni hanno collegato i puntini e frantumato gli schermi. Le arroganti ambiguità dell’ordine occidentale sono state smascherate. Viene smontata quotidianamente sul nostro cellulare la difesa delle sue pratiche coloniali.
Quelle pratiche che lo pongono sempre al di sopra della legge, per consentire a Israele di trasformare l’Asia occidentale in un Armageddon. Sotto il sole spietato del potere, possiamo identificare le atrocità, le ipocrisie e l’estinzione morale dell’Occidente, ormai diventato indifendibile.
Non è semplicemente Israele a compiere un suicidio. Ora, comprendendo che un genocidio non giustifica un altro genocidio, si può anche guardare in faccia le origini europee e coloniali del sionismo e, ascoltando Aimé Césaire o Frantz Fanon, registrare la lunga storia dei genocidi occidentali, di solito perpetrati in spazi coloniali e non sul suolo europeo, come costituenti della sua modernità. Alcuni si sentiranno offesi. Ma d’altronde, la storia fa male. Naturalmente, tale storia spietata non è la narrazione auto-giustificatoria dei vincitori. È la storia infinita e aperta dei vinti. È nei corpi frantumati e nelle testimonianze torturate di coloro che sembrano sconfitti che si raccontano le reali condizioni del mondo.
MENTRE l’Occidente si gira su se stesso in uno spiraglio sempre più violento, cercando sempre dei nemici per giustificare la brutalità del suo esercizio di potere – i cosiddetti ‘antisemiti’ che criticano Israele, i palestinesi che, nonostante tutto, resistono, i migranti, l’Islam, i russi, i cinesi… – dobbiamo ricercare una nuova grammatica e declinare i nostri linguaggi in altre possibilità politiche. Donald Trump e Benjamin Netanyahu non sono le cause, sono soltanto sintomi di un ordine politico che si sta consumando.
La possibilità di una posizione più fredda e autonoma di un’Europa indipendente, perfino quella della vecchia scuola liberale, che parla di politica negoziata e di compromessi realizzati tramite una razionalità temperata dal realismo, sembra ormai in rovina. L’Unione europea si sta trasformando in un regime di guerra, cercando in tutti i modi di provocare i russi a reagire alla sua crescente assistenza militare al conflitto nelle steppe orientali d’Europa. Ma anche questa è un’altra storia lunga e oscura. Ci riporta almeno al 1989, quando, con il crollo dell’Unione Sovietica, l’Occidente decise di aver “vinto” e di appropriarsi di tutto il bottino. Da allora, sono entrati in gioco altri attori e fattori. Questo, ovviamente, non fa che aumentare la paranoia dell’egemonia occidentale in declino, che si aggrappa alla sua logora strategia imperiale di schiacciare le cosiddette minacce e considerare solo la propria sicurezza in un mondo che palesemente non risponde più soltanto alla sua volontà. Il capitale viaggia senza passaporto.
LA SFIDA politica è come liberarci da questa prigione moribonda ed arrogante. Sia per evadere, sia per evitare il suicidio e sottrarci all’attuale occupazione del nostro linguaggio. In molti ambienti, tutto ciò che ho appena scritto sarà considerato antioccidentale e anche antisemita.
Si tratta, ovviamente, di una reazione profondamente razzista che presuppone che solo l’Occidente bianco detenga la verità filosofica e politica. Se parliamo di minoranze – invariabilmente non bianche e non normative per quanto riguarda questioni culturali, religiose e di genere – dimentichiamo, come ha sottolineato James Baldwin molti decenni fa, che noi occidentali siamo una minoranza nel mondo.
È una condizione, con tutti gli strumenti storici e il bagaglio culturale che abbiamo a nostra disposizione, da cui dobbiamo imparare.
L’OCCIDENTE non può semplicemente essere cancellato, nonostante i timori per le proposte “sovversive” degli studi postcoloniali e decoloniali che si insinuano nel mondo accademico e nella vita pubblica. Piuttosto, la nostra eredità, accumulata anche attraverso un mondo colonizzato, può essere attraversata, ripiegata e raccontata di nuovo dalle voci di storie, culture e vite non autorizzate, per dire molto di più dell’attuale narrazione limitata della nazione o delle premesse pretestuose di un’Europa monoculturale.
Quell’apertura, che, nonostante il blocco censorio dei poteri istituzionali esistenti, è in definitiva l’unica storia che sta realmente avvenendo. Potrebbe essere una buona idea iniziare a frequentare quella libertà.
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