IL SESSANTOTTO E NOI da VOLERELALUNA
Il Sessantotto e noi
Domenico Gallo 21-04-2026
Il sessantotto e noi, testimonianze a due voci di Romano Luperini (recentemente scomparso) e Beppe Corlito, (Castelvecchi editore) è un prezioso libretto che raccoglie la testimonianza di due protagonisti che hanno attraversato dal di dentro le vicende del Sessantotto partendo da un punto di osservazione privilegiato, il movimento degli studenti e dei lavoratori sviluppatosi intorno all’università e alla città di Pisa. Il Sessantotto è stato un movimento globale che ha infiammato una generazione di giovani in tutto il mondo; dagli Stati Uniti si è trasferito in Europa, è esploso in Francia e in Italia, ha superato la cortina di ferro e ha acceso le piazze di Praga. Con caratteristiche differenti ha interessato anche la Cina. Luporini e Corlito hanno il merito di ricostruire una memoria storica che altrimenti andrebbe perduta, sepolta sotto una coltre di colpevole oblio. I due autori analizzano le passioni, i movimenti, le scelte organizzative, il confronto politico nelle assemblee, i percorsi seguiti dai protagonisti che hanno cercato di consolidare il sogno di una generazione che voleva cambiare il mondo. Il Sessantotto è apparso come una cometa che ha illuminato il cielo di una generazione di giovani, consentendo di scoprire una bellezza agli altri invisibile e, come una cometa, questo passaggio di luce si è esaurito rapidamente, lasciando solo delle tracce di combustione e il rammarico delle cose perdute che non è più possibile ritrovare.
Il punto di partenza è stata la ribellione contro la guerra e la cappa mostruosa di conformismo e autoritarismo che essa imponeva ai giovani nelle società dell’Occidente. La scintilla è partita dalla contestazione della guerra del Vietnam. Non si trattava soltanto di rifiutare l’arruolamento – come avveniva per i giovani americani – ma di rifiutare il linguaggio della guerra, anche della guerra fredda, l’incubo di una società militarizzata che, con i suoi riti autoritari, spegneva le passioni, la creatività, la gioia di vivere. C’era una grande effervescenza in quel periodo nel mondo della cultura, della scuola, delle organizzazioni sociali, e persino nella Chiesa, reduce da un Concilio che l’aveva riconciliata con il mondo moderno e aveva aperto la strada a una ricerca di autenticità. Di questo fermento culturale è stata certamente espressione l’opera di don Lorenzo Milani, la cui azione educativa, condensata in quei capolavori che sono L’obbedienza non è una virtù e Lettera ad una professoressa è stata, a sua volta, lievito e fermento di dibattiti intensi e di emozioni profonde, oggetto di pubblico scandalo e, persino, di persecuzioni giudiziarie, in quanto don Milani fu processato per apologia di reato, per aver difeso l’obiezione di coscienza, e vilipendio di Capo di Stato estero, per aver chiamato Francisco Franco (grande combattente per la cristianità secondo alcuni) con il suo vero nome.
Erano i tempi in cui un Papa tormentato, Paolo VI, il 26 marzo 1967 lanciò al mondo il suo grido di dolore attraverso l’enciclica Populorum Progressio, che poneva il dito nelle piaghe del mondo contemporaneo, la fame, l’ingiustizia, la violenza, il nazionalismo, il razzismo, la guerra e chiamava all’impegno di tutti gli uomini di buona volontà per la costruzione della pace attraverso la giustizia: «Voi tutti che avete inteso l’appello dei popoli sofferenti, voi tutti che lavorate per rispondervi, voi siete gli apostoli del buono e vero sviluppo, che non è la ricchezza egoista e amata per sé stessa, ma l’economia al servizio dell’uomo, il pane quotidiano distribuito a tutti, quale sorgente della fraternità e segno della Provvidenza».
Quello che ha segnato la differenza del Sessantotto rispetto ad altri periodi storici è stato il passaggio impetuoso da una dimensione meramente politica a una dimensione antropologica. A un certo punto una generazione che si affacciava alle soglie della vita adulta, ha intravisto un orizzonte di libertà ed ha scoperto che poteva liberarsi dei lacci e lacciuoli delle convenzioni e delle gerarchie sociali che, nelle istituzioni (politiche, militari e religiose) e persino nella famiglia, imponevano un conformismo asfissiante che opprimeva la vita. Lo stupore è stata l’emozione dominante che ha attraversato la vita dei giovani del Sessantotto. Lo stupore di scoprire che si poteva dire no alla violenza delle armi (mettete dei fiori nei vostri cannoni) e contestare la macchina militare ed i suoi progetti di morte; lo stupore di scoprire che si potevano contestare le disuguaglianze senza alcun timore reverenziale verso i potenti; lo stupore di scoprire la propria autodeterminazione e libertà sessuale, sbarazzandosi delle costrizioni di un costume patriarcale e sessuofobico.
Questo anelito di libertà è penetrato attraverso i giovani in tutti gli ambienti: le scuole, l’università, le caserme, le parrocchie, il carcere, i partiti. Ha portato conflitti ma è stato anche un grande fattore di crescita e di cambiamenti. In Italia il Sessantotto è stato un fenomeno meno effimero, il suo sogno di libertà e giustizia è penetrato più profondamente nel corpo sociale, ma a un certo punto la sua spinta propulsiva si è esaurita. Hanno contribuito a fermarla proprio quei falsi leader che, nelle assemblee e negli spazi politici, hanno cercato di prendere la guida del movimento per incanalarlo su un binario che portava fuori dalla dimensione di senso che lo aveva generato. In un capitolo (l’ottavo) gli autori affrontano il tema del Sessantotto e la violenza, la questione del terrorismo e l’omicidio Calabresi. Viene fuori l’editoriale del quotidiano Lotta continua, il 18 maggio 1972, scritto da Adriano Sofri, che commentava l’omicidio di Calabresi come l’eliminazione di un nemico di classe di cui non potersi dolere. Corlito, che non crede nella responsabilità di Sofri (nel frattempo trasformatosi in trombettiere della NATO) come mandante del delitto, rimarca il fatto come un “errore politico” e rigetta la tesi che il Sessantotto sarebbe stato l’incubatore del terrorismo. In realtà il rapporto è inverso: non è il Sessantotto che ha generato il terrorismo ma è il terrorismo che ha spento il sogno che aveva animato una generazione e ne ha cancellato il lascito. Gli uomini del “partito armato” sono stati i becchini che hanno infisso i chiodi sulla sua bara.
Oggi che gli orizzonti si sono oscurati e che dai bassifondi della storia stanno emergendo gli scheletri del razzismo, del suprematismo etnico, della guerra, del genocidio, che pensavamo di avere sepolto per sempre nel 1945, quello che abbiamo vissuto nel Sessantotto ci sembra un sogno irreale. Eppure si è verificato. Solo quando ci manca l’aria ci rendiamo conto quanto essa sia indispensabile poter respirare. Siamo arrivati a un tornante della Storia in cui i poteri selvaggi che dominano il mondo stanno togliendo ai giovani l’aria di cui hanno bisogno per respirare e per esistere. Li stanno privando di quello di cui hanno molto più bisogno di noi anziani: la dimensione del futuro. Se il Vietnam è stata la scintilla che ha fatto partire l’incendio del Sessantotto, l’orrore del genocidio a Gaza e dei massacri senza fine in Medio Oriente e sulla frontiera orientale dell’Europa può costituire la spinta propulsiva di una sua nuova edizione. I giovani hanno capito che qualcuno vuole derubarli del futuro e l’hanno dimostrato con le straordinarie manifestazioni per la Palestina che hanno attraversato le piazze italiane nell’autunno dell’anno scorso, i cui echi si sono sentiti anche nel voto al referendum del 22-23 marzo. Ancora una volta il rifiuto della guerra può essere la chiave di volta per la nascita di un movimento animato dal sogno di una vita libera nella gioia e nella fraternità.
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