IL PREZZO SALATO DELL’ATTACCO ALL’IRAN da IL MANIFESTO e IL FATTO
Il prezzo salato dell’attacco all’Iran
Francesca Luci 07/04/2026
Guerra Potenziali attacchi Usa alle centrali elettriche iraniane rappresentano una pessima prospettiva anche per i paesi del Golfo con gravi conseguenze per i civili
«Se non riapriranno lo Stretto di Hormuz, non avranno più centrali elettriche e non avranno più ponti in piedi», ha minacciato Trump.
L’Iran dispone di circa 130 centrali termoelettriche per una capacità totale di 78.000 Mw. La più grande, la centrale di Damavand (Pakdasht), produce il 3,7% della capacità nazionale. La rete elettrica è vasta e frammentata: oltre 1,3 milioni di km di linee, 857.000 trasformatori e 5.000 sottostazioni.
Distruggere completamente questa infrastruttura con attacchi aerei appare difficile, ma se Washington dovesse dare seguito alla minaccia, provocherebbe blackout diffusi, paralizzando sanità, acqua e trasporti, con gravi effetti economici e industriali e una crisi umanitaria di vasta portata.
L’Iran ha avvertito: qualsiasi aggressione alle centrali elettriche otterrà una risposta contro infrastrutture regionali e società con investitori americani. Se Teheran, per ritorsione, colpirà impianti elettrici o di dissalazione dei paesi del Golfo Persico, le conseguenze saranno altrettanto devastanti.
I paesi del Golfo Persico, i cosiddetti Petrostati, si sono trasformati in veri e propri Regni dell’Acqua Salata. La loro stabilità sociale e politica dipende da oltre 400 impianti di dissalazione, che rendono abitabile un deserto altrimenti invivibile. La dissalazione è il fondamento della sovranità nazionale in una regione che ospita solo il 2% delle risorse idriche rinnovabili mondiali.
La dipendenza è quasi totale per Qatar (99%), Bahrein (90%) e Kuwait (90%), mentre l’Arabia Saudita, pur disponendo di acque sotterranee, ricorre al mare per il 70% del proprio fabbisogno, inclusa la capitale Riad.
L’Iran è nel quinto anno consecutivo di siccità, condizione che rende le infrastrutture di dissalazione essenziali. Qualsiasi attacco a questi impianti provocherebbe quello che gli esperti definiscono un «dolore di vasta portata».
Nonostante la loro importanza vitale, i dissalatori sono considerati soft targets: vasti, non corazzati, situati lungo le coste e facilmente raggiungibili da droni o missili. Circa il 75% produce contemporaneamente acqua ed elettricità; un attacco alla rete elettrica o al gas può paralizzare istantaneamente la produzione idrica, innescando blackout a cascata.
Il 7 marzo 2026, l’impianto di dissalazione dell’isola iraniana di Qeshm è stato reso inutilizzabile da un attacco aereo israeliano, interrompendo l’erogazione di acqua a 30 villaggi. Successivamente, anche gli impianti di Muharraq (Bahrein), Doha West (Kuwait) e Ras Laffan (Qatar) sono stati colpiti parzialmente. Le riserve idriche variano dai 3 ai 5 giorni, e una distruzione massiccia porterebbe a una crisi idrica e umanitaria in meno di una settimana, con blackout, blocchi produttivi e milioni di persone senza servizi essenziali. La disidratazione e i colpi di calore sarebbero letali in un clima oltre i 45°C, mentre la mancanza di igiene favorirebbe malattie come il colera.
L’Iran considera questi Stati del Golfo Persico un’estensione operativa della presenza economica e militare americana e quindi bersagli legittimi. Essi hanno favorito l’ingresso di investimenti statunitensi non solo per ragioni economiche ma anche strategiche: più Washington ha interessi concreti nella regione, maggiore è l’incentivo a garantirne la sicurezza.
Dalla liberazione del Kuwait nel 1991 alla presenza di basi e accordi di difesa, il legame economico-militare è stato un pilastro della sicurezza. Così gli investimenti si sono trasformati in strumenti di deterrenza, facendo della finanza una leva di protezione e di influenza politica. Oggi gli Stati Uniti mantengono otto basi militari distribuite in cinque paesi del Golfo, consolidando la loro presenza strategica nella regione.
Potenziali attacchi americani alle centrali elettriche iraniane rappresentano una pessima prospettiva anche per i paesi del Golfo, con il rischio di trovarsi nel mezzo del conflitto, con gravi conseguenze per i civili.
Paradossalmente, sembra che Washington non dia particolare importanza agli interessi dei suoi alleati strategici: Arabia Saudita, Emirati e Qatar hanno lamentato decisioni militari e politiche prese senza alcuna consultazione.
Il Medio Oriente si trova sull’orlo di un precipizio che nessuno sembra voler guardare fino in fondo. Mentre i diplomatici discutono e i generali pianificano la guerra, milioni di persone rischiano di trovarsi dimenticate in un’ennesima crisi umanitaria.
In Iran Trump è all’ultimo stadio della disperazione. E Meloni pure
Alessandro Orsini 7 Aprile 2026
Privare l’Iran della corrente elettrica comporta neonati morti nelle incubatrici, sangue marcito per le trasfusioni e molto altro. Le minacce di Trump di riportare l’Iran all’età della pietra sono una sorta di ultimo stadio della disperazione. L’indice di gradimento del presidente americano è sprofondato: è addirittura più basso di quello di Biden dopo avere perso il duello in televisione con Trump mostrando evidenti cedimenti cerebrali. Trump è disperato perché sta passando da un’escalation all’altra. Più Trump aumenta il livello dello scontro, più allontana i suoi obiettivi strategici. La disperazione di Trump non è tanto nel non poter tornare indietro, ma nell’essere costretto ad andare avanti.
Proverò a elencare i principali errori di Trump nella guerra con l’Iran: 1) Trump e Netanyahu hanno ucciso i principali leader iraniani nel primo giorno di guerra. Trump non voleva che Alì Khamenei fosse sostituito da Mojtaba Khamenei, più radicale del padre. Tuttavia, Trump ha spianato la strada a Mojtaba uccidendo i suoi rivali. Quando i giornalisti hanno chiesto a Trump chi volesse al posto di Alì, Trump ha risposto di non poter rispondere perché “abbiamo ucciso tutto il gruppo dirigente”. Trump ha dichiarato di avere ucciso tutti i capi iraniani che gradiva di più. E ha pure aggiunto di non avere la più pallida idea degli iraniani con cui trattare perché non conosceva i sostituti; 2) il 26 febbraio , due giorni prima che Trump avviasse la guerra, il ministro degli Esteri dell’Iran aveva offerto al vicepresidente americano Vance di diluire l’uranio arricchito sotto lo sguardo delle agenzie internazionali. Trump ha rifiutato, preferendo bombardare. E adesso? Nella migliore delle ipotesi, quell’uranio arricchito si trova sotto le rovine della centrale nucleare di Esfahan. Nella peggiore delle ipotesi, si trova in un luogo segreto, facile da trovare come un ago nel pagliaio; 3) Alì Khamenei aveva emanato due pronunciamenti religiosi contro la costruzione della bomba atomica. Il figlio Mojtaba nemmeno una fatwa; 4) prima della guerra, lo Stretto di Hormuz era aperto, ora è chiuso; 5) Trump ha bombardato l’Iran per provocare una rivolta popolare, ma il popolo si è compattato intorno al regime; 6) Hamas e Hezbollah sono vivi e vegeti; 7) Zelensky si indebolisce perché gli Stati Uniti devono spostare le armi in Medio Oriente; 8) Putin guadagna miliardi con il rialzo del prezzo del petrolio e diventa centrale nella diplomazia internazionale per mediare con l’Iran; 9) L’Europa boccheggia senza gas e petrolio; 10) Trump crolla nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato; 11) i Paesi del Golfo Persico sono massacrati tutti i giorni dai missili dell’Iran: le loro economie rischiano di essere cancellate; 12) Crosetto e Meloni non possono più manipolare gli italiani dicendo che il governo Meloni arma gli aggrediti contro gli invasori per ragioni morali.
In conclusione, Meloni aveva spiegato agli italiani che, essendo Trump il capo della sua famiglia politica, i successi di Trump erano anche suoi. Quando Trump annunciò la finta pace di Gaza, Meloni disse che il merito (di quella finzione) era anche suo. Per ribadire la sottomissione di Fratelli d’Italia a Trump, Sangiuliano si era candidato a Napoli indossando il cappellino di Trump Make Naples Great Again. Poi Meloni è entrata nel Board of Peace di Trump con il cappellino Maga tra le mani di Tajani. Adesso Meloni dovrà spiegare agli italiani, con il cappello in mano, che il suo capo politico, Trump, causerà la fame di milioni di italiani e la devastazione di buona parte della loro economia.
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