IL DESTINO MANIFESTO da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL DESTINO MANIFESTO da LA FIONDA

Il Destino manifesto

Ginevra Bompiani    13 Gen  2026

Sto leggendo contemporaneamente il libro di Dee Brown, “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e il libro di Suad Amiry, “Sharon e mia suocera”. Il titolo del primo è emotivo e accorato, quello del secondo è ironico. Ma la materia è simile, sebbene l’una sia il racconto corale della persecuzione e dello sterminio degli Indiani d’America da parte degli Americani, scritto da una terza persona, e il secondo, il diario personale di una scrittrice palestinese della persecuzione dei Palestinesi della Cisgiordania da parte degli Israeliani.

Ma la somiglianza è così stringente che posso passare dall’uno all’altro (come faccio per scostarmi un poco da una materia che mi brucia gli occhi), senza provare alcun sollievo, o il senso di aver cambiato emozione.

Mentre avanzo nelle agili, nervose pagine di Amiry e nei lunghi capitoli di Brown, trovo le stesse parole: ‘coloni’, a cui vengono regalate terre di proprietà dei nativi; ‘soldati’, strumenti di assassinii, villaggi incendiati, popoli affamati… e via dicendo.

Ogni pagina dell’uno e dell’altro rende evidente la solidarietà americana a Israele. Di che cosa dovrebbero scandalizzarsi, loro che hanno fatto coincidere la scoperta dell’America (sebbene non fosse una terra promessa, ma piuttosto equivocata) con il genocidio dei popoli residenti, e, poiché non potevano usare gli Indiani come servitori, li hanno poi sostituiti con schiavi africani? O morto o schiavo – chi impedisce agli Americani di raggiungere e conservare la ricchezza nella loro bella Democrazia?

Proprio quello che succede ora, grazie ai servizi dell’ICE: gli stranieri cacciati o uccisi, gli altri impoveriti o repressi, il popolo americano ruba nuovamente quello che ha già rubato, stermina nuovamente quelli che ha già sterminato, incalzato da un pugno e una mimica hitleriana.

E questo ci fa capire che più che un nuovo fascismo (un passato goffamente reiterato da bracci stesi e ‘presente’ gridato), è un nuovo, mai sopito nazismo che governa il mondo occidentale. E ci fa capire che il nazismo non è specialmente antisemita, ma è antidebole, antipovero, antidissimile, anti chiunque non faccia parte della razza forte, dominante e obbediente, bionda o bruna che sia.

Strano che nessuno abbia, finora, notato la somiglianza strepitosa di Trump con Hitler. Forse perché Trump somiglia più a Mussolini nel carattere e nella mimica: arrogante, presuntuoso, debole d’intelletto, avido e intimamente voltabandiera. Ma la volontà di Trump è quella di Hitler: schiacciare, calpestare, spremere, distruggere. Con un tratto da Ubu re, lo smargiasso tiranno dell’opera teatrale di Alfred Jarry, parodia del Macbeth, e le sue immancabili parole: “datemi tutta finanza”. 

Distruggere e cumulare sembrano due verbi opposti, ma il nostro tempo li ha congiunti: distruggere e razziare il mondo per fuggire su un altro pianeta; fare terra bruciata delle proprie conquiste, come facevano un tempo i nomadi invasori e come fa Trump.

Ieri Moni Ovadia, a proposito della violazione del Venezuela, parlava di Trump citando Arturo Ui, l’ingorda creatura del dramma comico di Bertolt Brecht, il gangster che raffigura Hitler e la sua ‘resistibile ascesa’. E proprio questa figura mi mancava: insieme a Ubu re, che assalta il potere per rapinare il denaro dei sudditi, Arturo Ui, il gangster che si mette a capo del mercato ortofrutticolo per depredare, incendiare, uccidere – la distruzione avida è propria del gangster – sono le due figure che rappresentano insieme la politica occidentale, una nel 1896, l’altra nel 1941. Chi scriverà la terza parte?

Chi lo farà, dovrebbe aggiungere almeno due cose, strettamente collegate alla parabola americana.

La prima è il concetto di Manifest Destiny, Destino Manifesto: il popolo americano (bianco, maschio e cristiano) è destinato da Dio a espandersi dall’uno all’altro oceano, e questa espansione è giustificata e inevitabile. Il giornalista e ambasciatore John O’Sullivan rese popolare questa espressione nel 1845, per giustificare la conquista del Texas. Che Trump vi ricorra o meno, è chiaro che questa convinzione è radicata in lui e in chiunque lo appoggi e lo segua. Rendere di nuovo grande l’America vuol dire semplicemente riprendere il proprio diritto al dominio dell’Occidente.

E questa è l’altra idea da prendere in considerazione: il destino manifesto del popolo americano di dominare l’Occidente.

Quali terre Trump sta minacciando? Venezuela, Colombia, e in generale il Sud America; Cuba e la Groenlandia (e occasionalmente il Canada), cioè l’asse occidentale, o meglio tutte quelle terre che costituiscono l’Occidente dell’Europa, vista ora come punto di riferimento centrale, la cui importanza è ormai solo quella di essere l’asse meridiano fra le potenze del mondo. Se a Oriente dell’Europa si stanno riunendo nei Brics la Cina, l’India, la Russia, è necessario che tutte le terre a occidente si riuniscano in una sorta di federazione sotto il manifesto dominio degli Stati Uniti d’America.

Questo, mi sembra, è il piano di Trump e dei suoi seguaci e suggeritori.

E questo piano verrà posto a esecuzione a tutti i costi. Il primo costo, o se vogliamo il primo obolo, è l’Europa. La quale si sarà, anzi si è già messa contro la Russia, che considera Oriente, nella perenne illusione di poter contare su un Occidente di cui non fa più parte.

L’Europa, che ha perso miseramente il suo Destino manifesto, e insegue ora una manifesta Catastrofe.

Io credo che i tanto vantati “valori dell’Occidente” siano questi: la giustificata e inevitabile capacità di invadere, dominare e distruggere. Naturalmente, giustificata dai valori cristiani e la fiorente civiltà che hanno creato. Purtroppo la nostra civiltà non è più fiorente. Forse, semplicemente, non è più.

L’Europa è sola, armata fino ai denti, e non oltre.

Nel meraviglioso romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, quando Gatsby annaspa in cerca di una parola per descrivere l’amata: “la voce di Daisy è così piena di.. piena di..”.
“La voce di Daisy è piena di soldi”, risponde Nick.

È questa la voce americana, che abbiamo tanto cercato di imitare: una voce piena di soldi. Una voce careless, dice Fitzgerald, una voce incurante di tutto il resto.

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