DOPO LA VITTORIA, SERVONO ALTRI NO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
23468
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-23468,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

DOPO LA VITTORIA, SERVONO ALTRI NO da IL FATTO

Dopo la vittoria, servono altri No

Domenico Gallo  29 Marzo 2026

Adesso dobbiamo chiedere che non si dia corso al premierato, neanche con una nuova legge elettorale truffa. Che siano bloccati l’autonomia differenziata, il riarmo e l’appoggio alle guerre

La vittoria del No nel referendum costituzionale rappresenta un punto di svolta: arresta una politica di smantellamento dei caratteri originali e profondi della Costituzione italiana.

Questa volta il tentativo di manomettere la Costituzione era ancora più pericoloso delle controriforme tentate da Berlusconi nel 2005 e da Renzi nel 2016 perché colpiva il sistema delle garanzie, che i Costituenti avevano voluto robusto per scongiurare il pericolo che nel futuro dell’Italia ci potesse essere un ritorno al passato, cioè verso nuove forme di dittatura della maggioranza.

Se nella Costituzione materiale è stato possibile comprimere il principio della centralità del Parlamento attraverso leggi elettorali truffaldine che hanno modificato la qualità della rappresentanza sino al punto di trasformare le maggioranze parlamentari in tifoserie del governo, realizzando almeno in parte gli obiettivi delle riforme istituzionali fallite, lo stesso risultato non è stato possibile conseguirlo nei confronti del potere giudiziario. Anzi dall’avvento del governo Meloni è diventato ancora più stridente lo scontro fra le politiche di governo e il sistema delle garanzie (non solo magistratura ordinaria, ma anche contabile, Corti internazionali). Di qui l’esigenza prioritaria di manomettere la Costituzione per indebolire le garanzie. Questo progetto è stato respinto grazie a una grande mobilitazione di migliaia di persone di opinioni, culture e fedi politiche diverse che si sono ritrovate insieme come per adempiere a una missione. La missione di tenere aperte le vie del futuro di fronte alla prepotenza dei poteri selvaggi che hanno rimesso sul trono la guerra e la violenza al posto delle Costituzioni e dello Stato di diritto. In Italia, forze politiche che hanno vissuto l’avvento della Costituzione come frutto di una loro sconfitta storica, da tempo stanno cercando di prendersi la rivincita e di intestarsi una nuova Costituzione attraverso la riforma dell’indipendenza del giudiziario, il progetto di Premierato e l’Autonomia differenziata. Queste forze, il 23 marzo, hanno subito una chiara battuta d’arresto. Milioni di persone si sono alzate in piedi e hanno detto No. È stata decisiva la partecipazione dei giovani e la rivolta del Sud. La Costituzione è stata salvata dai giovani, sono gli stessi giovani che hanno detto No al genocidio e alla complicità del governo italiano con le politiche di guerra che stanno sconvolgendo la vita della comunità internazionale. Non si è votato sulle questioni tecniche; che in Italia sia stato realizzato compiutamente o meno il processo accusatorio è questione che, escluso un microscopico gruppo sociale, non interessa a nessuno. Per portare alle urne tanta parte del popolo italiano che aveva disertato il voto nelle elezioni politiche, per mobilitare tanta parte del mondo giovanile, rimasto per lungo tempo estraneo alla politica, occorreva una motivazione forte.

Indubbiamente ha giocato un ruolo il timore per la tenuta della Costituzione. Grazie alla mobilitazione di sindacati, associazioni civili, gruppi di volontariato, a cui si sono uniti i partiti politici dell’opposizione, si è fatta strada la consapevolezza che la Costituzione era la vera posta in gioco. La Costituzione non significa solo equilibrio dei poteri, ma anche pluralismo, valore delle differenze nell’eguaglianza, giustizia sociale, ripudio della guerra, promessa di pace per le generazioni future.

C’è un filo rosso che lega la straordinaria mobilitazione delle piazze contro il genocidio a Gaza dello scorso ottobre, la rivolta contro il progetto dell’Autonomia differenziata, la rivendicazione dei diritti sociali con i referendum sul lavoro della scorsa primavera, al voto del 22/23 marzo. Con il voto del Referendum è stato detto No a una politica di accentramento dei poteri a danno dello Stato di diritto, di rilegittimazione della guerra e delle politiche di potenza.

Il No è un voto per la pace contro l’arbitrio dei potenti, per la democrazia contro l’autoritarismo, per i diritti sociali, contro i privilegi di classe, per il welfare contro il warfare.

Ora bisogna mettere a frutto la lezione che viene dal voto. Dobbiamo chiedere che non si dia corso al progetto di premierato, neanche indirettamente attraverso l’introduzione di una nuova legge truffa elettorale; che siano bloccate le pre-intese con le Regioni per introdurre forme di autonomia differenziata; che vengano rimosse le norme che criminalizzano il dissenso, i poveri e gli emarginati; che venga abbandonato il disegno di legge di contrasto all’antisemitismo (cioè al dissenso verso le politiche criminali dello Stato d’Israele); che venga fermata la corsa al riarmo; che l’Italia si ritiri dalle guerre nel Medio Oriente e nel Golfo, cessando ogni collaborazione militare con Israele e con gli Usa. Se vogliono gonfiare le loro vele al vento del referendum, le forze politiche d’opposizione, anziché accapigliarsi sulla leadership, propongano un progetto politico all’altezza di questi problemi globali. Non sarebbe difficile trovare le fonti d’ispirazione: stanno tutte scritte nella Costituzione

Abuso d’ufficio: l’Europa è meglio della Consulta

Filoreto D’Agostino  29 Marzo 2026

Il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sulla lotta alla corruzione che, tra l’altro, impone all’Italia il ripristino del delitto di abuso d’ufficio almeno per le fattispecie elencate nell’articolo 7 di quel testo.

Una prima lettura del precetto sembra legittimare la tesi di una pressoché totale reintegrazione dei contenuti dell’abrogato articolo 323 del Codice penale, demolendo così un altro tassello dell’operato del ministro Nordio, che, dopo il referendum, funge ufficialmente da punching ball offerto dal governo alle pubbliche e private contestazioni. Il che indurrebbe a trattarlo col riguardo riservato alla Croce rossa se non fosse che Nordio, ansioso di superare la Cartabia nella gara a chi è mai stato il peggior ministro della Giustizia in Italia, non avesse vinto l’ideale tenzone con l’abbondanza di iniziative obiettivamente idonee a favorire chi delinque senza riguardo per le vittime (mentre resta alla Cartabia l’assoluto demerito di aver inventato l’ignobile nozione di improcedibilità dell’azione penale per il superamento del biennio nel processo d’appello).

Sul fatto che l’Italia debba adeguarsi non ci sono dubbi, anche se qualche parlamentare europeo di destra, nelle vesti di “giurista della domenica”, si oppone e contesta la relatrice olandese reclamando che la stessa non conoscerebbe il diritto italiano. Sarà, ma quelle teste “per dir così pensanti” non hanno letto il testo d’accompagnamento dell’articolato della direttiva nel quale taluni fondamentali concetti erano esposti fin dal 2023 (anno di presentazione della proposta normativa). Aggiungiamo che allora non solo Nordio e i giuristi della domenica ma anche altri soggetti investiti di alte funzioni non hanno letto quelle pagine, traendone le dovute conseguenze. Si legge a pagina 7 (nella parte dedicata alla proposta) con riferimento agli articoli 83 e 82 del Trattato per il funzionamento Ue che: “La corruzione è in effetti un fenomeno endemico che assume aspetti e forme molteplici nei vari settori della società, ad esempio i reati di corruzione, peculato, traffico d’influenze e di informazioni, abuso d’ufficio e arricchimento senza causa”. Ergo, per il diritto europeo l’abuso d’ufficio è una delle modalità con le quali si manifesta il fenomeno corruttivo e ciò induce a una prima grave considerazione: come è possibile che l’Italia, Stato moderno e democratico, rinunci a perseguire un fenomeno corruttivo, come l’abuso d’ufficio, tale considerato dall’ente sovranazionale europeo?

Ma la costernazione nella lettura aumenta quando alle pagine 15 e 16 della proposta si precisa: “L’Unione è fondata sui valori sanciti dall’articolo 2 del Tue e riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali conformemente all’articolo 6, paragrafo 1 del Tue. La corruzione indebolisce le istituzioni democratiche e i valori dell’Ue, tra cui la tutela dei diritti fondamentali. Combattendo la corruzione la presente proposta reca un contributo positivo alla tutela dei diritti fondamentali…”.

Il legislatore europeo è perciò perfettamente consapevole dell’incidenza che il fenomeno corruttivo ha sulle vittime dell’abuso d’ufficio. Di fronte a queste chiare indicazioni ci si sarebbe aspettati che in Italia la Corte costituzionale avesse vagliato positivamente le questioni sottopostele sull’abrogazione di quel delitto.

La sentenza n. 95/2025 di quella Corte ha deciso diversamente, utilizzando argomenti formalistici, privi di consistenza e apparentemente ignari delle acquisizioni teoretiche sviluppate in sede europea. La Corte costituzionale, con quella pronuncia, ha negato la tutela di diritti fondamentali dei cittadini sottoposti agli abusi degli amministratori pubblici! Ma non sarebbe la tutela di quei diritti il primo e basilare compito della Corte? Risulta altresì inaccettabile che il giudice costituzionale premetta, per negare la lesione di supremi valori, che “il legislatore gode di ampia discrezionalità nella delimitazione delle condotte penali” (così nella sentenza n. 95/2025) perché tale ampia discrezionalità subisce un preciso limite: la tutela dei diritti fondamentali lesi dai barattieri.

Resta l’amaro in bocca perché su questioni come quelle della lotta alla corruzione tutte le istituzioni non dipendenti dalla politica dovrebbero presentarsi unite nella difesa del cittadino.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.