“DA GAZA AL LIBANO: ISRAELE CI HA TASCINATO IN UNA SPIRALE DI MORTI”. INTERVISTA A F. ALBANESE da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“DA GAZA AL LIBANO: ISRAELE CI HA TASCINATO IN UNA SPIRALE DI MORTI”. INTERVISTA A F. ALBANESE da IL FATTO e IL MANIFESTO

Intervista a Francesca Albanese: ‘Da Gaza al Libano: Israele ci ha trascinato in una spirale di morte’

Maddalena Oliva   16 Aprile 2026

“Meloni e il Memorandum? Primo passo, in ritardo di 70mila morti. Ora i fatti”

Francesca Albanese, in Libano l’Idf ha colpito civili, giornalisti, ospedali, ong e mezzi Unifil. Ora potrebbe arrivare la tregua di una settimana. Cosa sta accadendo?

Gli attacchi di Israele in Libano colpiscono per brutalità e intensità, ma non sono nuovi. Nel silenzio della comunità internazionale, da anni – e con una frequenza crescente, in parallelo con il genocidio a Gaza – Israele conduce operazioni militari specie nel sud del Libano, per consolidare il controllo territoriale. Oggi lo dice apertamente tanto il governo israeliano quanto il suo sponsor americano: il progetto del grande Israele non è solo legittimo ma realizzabile. Questo disegno è criminale. Il contesto della guerra con l’Iran ha offerto a Tel Aviv l’occasione per perseguirlo con rinnovata ferocia.

È la “gazificazione” del Libano.

Espressione orribile, ma purtroppo veritiera. Israele sta facendo terra bruciata del diritto internazionale così come delle zone che vuole annettere, per portare la comunità internazionale al fatto compiuto del controllo effettivo del Sud del Libano, dopo averlo svuotato. Con Gaza vedo un continuum: lì Israele ha testato con mano come portare avanti i più brutali crimini contro l’umanità e di guerra, perfino un genocidio, senza conseguenze. Anzi, camuffando l’azione militare come ‘difesa’. Perché dovrebbero fermarsi ora di fronte alle vite dei libanesi, se nessuno ha chiesto loro il conto per quelle dei palestinesi? Questa è la spirale mortifera in cui l’inazione dei nostri Paesi ha trascinato l’umanità tutta.

Intanto a Gaza si continua a morire. Lei ha detto che la “pace” trumpiana è la prosecuzione a bassa intensità del genocidio. È sempre convinta?

Assolutamente. Tra il 2 e l’8 aprile, almeno venti palestinesi sono stati uccisi a Gaza, portando a 750 il conto delle vittime dall’inizio del ‘cessate-il-fuoco’ che non è che uno specchietto per le allodole. Nella Striscia la popolazione vive in tende e in ambienti insalubri, senza cure mediche adeguate. E l’accesso agli aiuti umanitari continua a essere compromesso. Non può esserci pace senza giustizia. Il suddetto Board of Peace si prepara a banchettare tra le spoglie del popolo palestinese, mentre quasi nessuno in Europa propone un piano alternativo centrato sull’autodeterminazione dei palestinesi e la fine dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid. Fuori dall’Europa, per fortuna, sì.

Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del Memorandum con Israele. Che segnale è?

L’annuncio è importante, ma arriva più di 70 mila morti in ritardo. Rappresenta la prima vera risposta del governo dopo due anni di genocidio, una decisione che non assolve l’Italia dalle sue responsabilità nei crimini israeliani, ma almeno è un passo. Diversi giuristi e avvocati del gruppo ‘Giuristi e avvocati per la Palestina’ hanno incalzato il governo, messo sotto pressione dalle grandi mobilitazioni della società civile, supportata da Avs, M5S e parte del Pd. Ora le parole di Meloni devono tradursi in fatti: recessione, non solo interruzione, dell’accordo. E vanno bloccati i contratti di Leonardo con le controparti israeliane, senza che questo sani le responsabilità dell’azienda e dell’Italia per quanto fornito finora. Non è un’opzione, è un obbligo internazionale.

Avrà visto lo scontro con Trump.

La servitù al sovrano Usa non paga. La necessità di un nuovo multilateralismo, senza suprematismi e razzismo, che nasce e spiega le vele dai Paesi decolonizzati si sente sempre più anche qui. Questo mi fa sperare. Dobbiamo resistere resistere resistere. L’emancipazione passa dal diritto e dai diritti.

Molti analisti hanno letto il risultato della grande partecipazione al voto referendario dei giovani come un effetto-Gaza, un’onda lunga delle mobilitazioni dei mesi scorsi.

Lo chiamo ‘effetto Palestina’. La Palestina – e l’insensata sofferenza inferta al suo popolo – hanno fatto scoppiare le contraddizioni interne alle nostre società. Ha bucato il velo di Maya del neoliberalismo, di quell’europeismo ipocrita che parla di diritti umani, ma che non ha mosso un dito di fronte a un genocidio. Ha portato le persone a voler agire da protagonisti di fronte a una classe politica incapace e inadempiente.

È in partenza una nuova Flotilla.

La Flotilla è un simbolo, non deve diventare un fine in sé: spero possa continuare a far parte di quel movimento di società civile che si è risvegliato, spingendo ad alzare il tiro sugli scenari nazionali affinché la macchina della guerra si fermi. Certo, c’è la preoccupazione per lo scenario bellico attuale…

La Procura di Roma, dopo gli esposti di 36 attivisti italiani, ha contestato il reato di tortura.

Mi auguro per le vittime che sia fatta giustizia. Nel mio ultimo rapporto Onu ho menzionato diversi casi. Seppur marginali rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, sono il segnale di quanto sia forte il senso d’impunità dell’Idf.

Nell’ultimo rapporto ha raccolto anche centinaia di casi di stupro nelle carceri israeliane rese da Ben-Gvir luoghi di tortura, con oltre quattromila persone scomparse…

C’è un uso sistematico e sistemico della tortura, sia nelle carceri, con livelli senza precedenti negli ultimi due anni, sia fuori.

Ora Israele ha deciso di introdurre la pena di morte per i terroristi.

Purtroppo non mi sorprende. Questo è l’ultimo orribile tassello della politica carceraria israeliana, che da tempo mira all’annientamento dei prigionieri palestinesi. L’assassinio ora viene legalizzato.

Ha appena rilanciato sui social un appello per Ahmed Shihab-Eldin.

Ahmed è un reporter palestinese, di nazionalità kuwaitiana e statunitense, detenuto da più di un mese in Kuwait – e non è il solo – per aver raccontato sul campo gli attacchi iraniani. Mi auguro una mobilitazione internazionale per il suo rilascio. E faccio un appello al governo italiano, perché Ahmed si era trasferito da poco a Bari per insegnare all’università. La libertà di espressione va difesa: il giornalismo non è un crimine.

Sarà all’Uno Maggio di Taranto. E sono già partite le polemiche…

Davvero? Non lo sapevo e non me ne curo, onestamente. Mi amareggia pensare che difendere i diritti di un popolo vittima di un genocidio generi ‘polemiche’: non siamo in grado di essere d’accordo nemmeno sui principi più basilari di umanità. Ma spero tutto si traduca in più partecipazione all’evento… ci vediamo l’Uno Maggio!

La missione più grande è salpata: direzione Gaza

Luca Tancredi Barone  16/04/2026

BARCELLONA

Flotta continua Partita ieri da Barcellona la Global Sumud Flotilla, il 24 si uniscono le barche dall’Italia

È partita. Per la seconda volta, è proprio da Barcellona che comincia il lungo viaggio di una nuova Flotilla che vuole provare di nuovo ad arrivare a Gaza per rompere l’assedio dello stato genocida di Israele.

IERI MATTINA, con tre giorni di ritardo dovuti al maltempo, è salpata dal porto di Barcellona la nuova flotta che vuole raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo per far sapere ai palestinesi e al mondo che sono in molte le persone che non li hanno dimenticati e che continuano a denunciare i crimini del governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Dal porto della capitale catalana sono partite 39 imbarcazioni, destinate ad infoltirsi lungo le tappe nei porti siciliani e forse in Grecia e Turchia per arrivare fino a 70, con un migliaio di partecipanti di una settantina di paesi. Da Siracusa è previsto che il viaggio continuerà il giorno 24.

Dal punto di vista numerico, le barche saranno quasi il doppio che l’ultima volta. Alla Global Sumud Flotilla si è aggiunta anche l’organizzazione umanitaria catalana Open Arms che fornirà «supporto tecnico, logistico e medico» e – dato che l’ultima volta molte imbarcazioni dovettero abbandonare la missione per problemi tecnici – si occuperà «di valutare i rischi e interventi di emergenza in mare, oltre a contribuire alla presenza civile internazionale per l’osservazione, la protezione e la documentazione», spiegano in un comunicato.

IL SUO FONDATORE Òscar Camps, che ha criticato la «semantica come ancora di salvezza morale», a suo avviso usata dalle istituzioni europee e una parte della popolazione per «proteggere la propria coscienza mentre i bambini palestinesi muoiono», accompagnerà la prima parte della navigazione. Anche l’Arctic Sunrise di Greenpeace seguirà la flotta, benché l’organizzazione ecologista abbia specificato che si fermeranno a duecento miglia nautiche da Gaza.

MA, RISPETTO a otto mesi fa, quando in ottobre era partita l’altra spedizione, sono cambiate molte cose. Il Medio Oriente è ora immerso ancora di più in uno scenario di guerra. L’inferno che prima era limitato solo alla Palestina ora è stato esteso da Israele e Stati uniti anche a Iran e Libano. Lo stesso Mediterraneo è considerato zona di guerra, arrivano missili dall’Iran e a poter fermare la flotta non saranno solo le navi israeliane, ma anche qualsiasi nave della Nato.

È stato anche uno dei motivi per cui all’interno dell’organizzazione della Sumud c’è stato un vivace dibattito. Una parte dell’organizzazione, fra cui l’attivista svedese Greta Thumberg, che aveva partecipato all’ultima missione, ha chiesto in un lungo documento di nove pagine di «rinviare la partenza della flottiglia» e «valutare un cambio di strategia per la missione». Secondo i firmatari del documento, sarebbe mancato il tempo per preparare adeguatamente «una missione di tale portata»; «l’escalation e l’imprevedibilità della situazione geopolitica, il rischio sempre più elevato per i partecipanti e il potenziale danno per il movimento nel suo complesso e per la causa antimperialista» avrebbero dovuto, secondo loro, spingere verso «azioni di massa locali con un maggiore impatto strategico» e «iniziative che supportino direttamente le persone sul campo e siano in linea con le richieste e i bisogni espressi dagli stessi palestinesi».

È PER QUESTO che il comitato direttivo, che ha nell’attivista brasiliano Thiago Ávila uno dei volti più conosciuti, ha deciso di centrare gli sforzi di questa missione nelle azioni di mobilitazione lungo il cammino, coscienti che è proprio la mobilitazione quella che avrà un impatto più a lungo termine.

C’è poi un altro fattore: questa missione implica l’impegno di molte persone per molte settimane. Le persone che lavorano sul mare in estate spesso hanno altri lavori: rimandare la partenza avrebbe significato certamente che in molti avrebbero dovuto rinunciare al viaggio.

Si tratta comunque della più grande missione umanitaria che abbia mai tentato di rompere l’assedio di Gaza finora. E del gruppo di volontari formano parte anche molti medici e infermieri che hanno l’obiettivo di sostenere il traballante sistema sanitario dell’enclave palestinese. L’ultima volta i volontari, fra cui anche il giornalista del manifesto Lorenzo D’Agostino, sono stati arrestati dai militari israeliani in alto mare in maniera illegale e hanno passato diversi giorni in carcere per essere poi espulsi. A marzo, il parlamento israeliano ha approvato una norma specifica che prevede l’espulsione accelerata degli attivisti stranieri che tentano di raggiungere la Striscia di Gaza.

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