TROVARE LA PUNIZIONE NON RIDUCE LA VIOLENZA NÉ IL RISCHIO DI RECIDIVE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TROVARE LA PUNIZIONE NON RIDUCE LA VIOLENZA NÉ IL RISCHIO DI RECIDIVE da IL MANIFESTO

Trovare la punizione non riduce la violenza né il rischio di recidive

Cristiano Curto  29/0702026

Psicologo e psicoterapeuta, presidente della cooperativa sociale Rifornimento in Volo

Guerra ai giovani Sulla imputabilità dei minori, un intervento a partire dalla esperienza di «Rifornimento in Volo» a Roma

Esiste un tema adolescenza che il mondo degli adulti sta trascurando. Ed è vero che sono in aumento gli adolescenti disregolati e i comportamenti violenti, anche di gruppo. Il rapporto Espad Italia (2024) ha riportato dati inquietanti: quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori ha dichiarato di aver partecipato a zuffe o risse; il 12% del campione ha preso parte a episodi di violenza di gruppo; cresce la violenza tra le ragazze. Condotte spesso associate ad altri fattori di rischio, come il ricorso a sostanze psicoattive e l’uso eccessivo di internet. Un malessere che risulta correlato a relazioni conflittuali con i genitori e a una scarsa soddisfazione nei rapporti.

Anche i dati epidemiologici ci segnalano, già prima del Covid, un aumento significativo della sofferenza degli adolescenti, che si esprime, non solo in un incremento drastico degli accessi ai PS e dei ricoveri ma anche attraverso quadri sintomatici sempre più complessi e ad esordio precoce. Una vera e propria «pandemia psichiatrica» rispetto alla quale alcuni studi hanno riscontrato una correlazione temporale con l’uscita dei primi smartphone e l’uso/abuso di social media.

A PARTIRE DA CIÒ, Agippsa (associazione di 15 gruppi italiani che si occupano di adolescenza) ha recentemente redatto un «Manifesto psicoanalitico dell’adolescenza. Il diritto di crescere» con l’obiettivo di informare e promuovere una revisione sul piano sociale e culturale delle nostre idee e del nostro sistema di valori. Evidentemente però è necessario ribadire che non abbiamo bisogno di una cultura repressiva, che non ha mai prodotto risultati. Non servono nuove carceri, espressione propagandistica di chi non riesce a guardare all’origine dei problemi e a farsene carico. Il richiamo non vuole essere puramente astratto o ideologico quanto, piuttosto, fare riferimento ad una dinamica specifica che caratterizza la mente adolescente. La possibilità di investire sull’oggetto culturale favorisce processi sublimatori di cui l’adolescente ha estremo bisogno per gestire l’energia in eccesso, spesso all’origine di un atto violento.

DOVREMMO CHIEDERCI come aiutare gli adolescenti di oggi ad abbandonare la ricerca di soddisfazione immediata dei propri impulsi, portata all’eccesso dalla pubertà e incoraggiata dalla cultura dominante. Come allenare i nostri figli a tollerare le frustrazioni, necessarie per l’instaurarsi di un adeguato rapporto con la realtà? Servono altri modi di pensare e modelli culturali integrativi capaci di sostituire all’edonismo e al primato dell’individualità, alla spinta al successo e al modello prestazionale, la possibilità di recuperare il valore dell’unicità e il confronto con le differenze, di sostenere l’incontro con le proprie fragilità.

Considerare l’adolescente come un individuo maturo è un ossimoro. L’adolescente (dal latino adolescens, colui che sta crescendo) per definizione sta attraversando una fase di vita complessa, legata alla metamorfosi pubertaria, che lo impegna ad affrontare compiti evolutivi e i conflitti connessi, a superare l’onnipotenza infantile, accettando la finitudine e il senso del limite, e ad appropriarsi degli aspetti legati alla sessualizzazione.

TUTTO CONCORRE a renderlo estremamente vulnerabile, altalenante sul piano dell’umore e a ricercare soluzioni identitarie che necessitano di tempo. Da anni le neuroscienze hanno dimostrato una lunga fase di ristrutturazione cerebrale a cui va incontro il cervello adolescente, attraverso processi di sinaptogenesi e di pruning sinaptico, e come sulla qualità di tale sviluppo siano determinanti gli stimoli dell’ambiente. Il disallineamento nello sviluppo cerebrale tra la regione limbica (che guida le emozioni, la cui attività si intensifica proprio a partire dal periodo prepubere) e il lobo frontale (che gestisce gli impulsi e che completa la sua maturazione intorno ai 25 anni) testimonia la propensione degli adolescenti al rischio ma anche maggiori capacità adattive.

Trasformazioni che determinano una predominanza del vissuto sul pensato e che possono spingere l‘adolescente verso la ricerca di sensazioni forti e, in alcuni casi, anche all’agìto aggressivo (auto o eterodiretto) nel tentativo di lenire la sua sofferenza e di comunicare all’ambiente ciò che non riesce ad esprimere con le parole. Per Novelletto, pioniere della psicoanalisi dell’adolescenza in Italia, l’azione violenta in adolescenza è sostenuta da una fantasia di recupero maturativo che illude l’adolescente di superare attraverso un’azione simbolica il suo blocco evolutivo. Non si tratta di giustificare o di infantilizzare l’adolescente quanto di sostenere l’assunzione di responsabilità per le proprie azioni e la possibilità di riparare al danno, come già accade nella «messa alla prova».

L’attuale norma sul diritto penale minorile è una delle più avanzate al mondo che riflette una conoscenza profonda della mente adolescente e del suo rapporto con l’ambiente di vita. Il motto “chi sbaglia paga anche se minorenne” elude la complessità delle componenti in gioco nell’agire impulsivo dell’adolescente, che è sempre l’ultimo atto di una catena di fallimenti ambientali. Trovare la punizione per la colpa attraverso misure restrittive non ridurrà il disagio, la violenza e il rischio di recidive. È necessario ascoltare e sostenere l’adolescente attraverso misure terapeutiche, azioni educative e culturali per evitare di cadere, anche noi, nella trappola della coazione a ripetere o della semplificazione. Nell’esperienza di Rifornimento in Volo presso l’Ipm di Casal del Marmo (mentre il Beccaria bruciava) abbiamo osservato il rischio di cadere nel «sorvegliare e punire» alla Foucault, per le scarse risorse e per la complessità dei profili dei giovani detenuti, caratterizzati da vulnerabilità sociali, percorsi migratori traumatici, assenza di reti familiari, disagio psicologico. È necessario investire su progetti integrati per trasformare la permanenza in un Ipm da esperienza detentiva in una concreta opportunità di cambiamento.

SI TRATTA di una regressione sociale che rispecchia la frattura fra le generazioni e che nell’azione violenta esprime una disperata richiesta di aiuto. Non basterà invertire l’ordine dei termini per garantire una società migliore per i nostri ragazzi, una società che appare sempre più violenta nei toni, nel linguaggio e nel pensiero, anche a partire dalle istituzioni che la governano e che testimoniano il fallimento dell’ambiente nell’offrire quella funzione adulta di cui l’adolescente necessita per crescere. In questo caso chi sbaglia paga?

La violenza si presenta sempre in assenza di linguaggio

Francesca Fimiani  29/0702026

Guerra ai ragazzini /1 Ddl anti maranza, l’editor di Giralangolo, casa editrice che ha un occhio privilegiato sul mondo dei giovani adulti, interviene sul tema

Dal 23 luglio – dall’approvazione del disegno di legge che modifica il criterio di accertamento dell’imputabilità dei minori tra 14 e 18 anni – si può presumere che un individuo in questa fascia di età sia in grado di comprendere le implicazioni, la gravità e le conseguenze delle proprie azioni.

CONCENTRANDO tutta l’attenzione su questo punto, forse speriamo di vedere esaurirsi il disagio giovanile nella colpa di una singola persona, in un gesto violento e nella sua eventuale punizione. Quello, però, è solo l’ultimo capitolo della storia. Per comprenderla davvero e provare a cambiarla, bisogna fare lo sforzo di tornare indietro e sfogliare quel libro dall’inizio.

Da più di un decennio Giralangolo si impegna a indagare il mondo dei giovani adulti: un mondo sfaccettato e complesso, in continuo cambiamento, esposto alle intemperie della vita e primo specchio dei problemi della società.

Ci siamo confrontati spesso con la rabbia delle nuove generazioni. Di persona, grazie all’incontro con lettrici e lettori da un capo all’altro del Paese. E attraverso i testi che pubblichiamo: romanzi che raccontano una realtà dura, non edulcorata, che si esprime talvolta anche in maniera violenta. Ed è emerso questo: nei romanzi che raccontano adolescenti violenti quasi mai il protagonista pensa al codice penale. Pensa a non fare la figura del codardo davanti agli amici. Pensa a vendicarsi. Pensa a essere finalmente visto. Oppure non pensa affatto. La sua consapevolezza giuridica non è mai davvero il nocciolo della questione.

La violenza si presenta in assenza di linguaggio. Chi la esercita può possedere gli elementi per leggere la realtà – riconosce l’ingiustizia, l’umiliazione, la mancanza di prospettive – ma non ha ancora le parole e gli strumenti per trasformare quella consapevolezza in una richiesta di ascolto. La violenza offre invece una traduzione immediata: individua un nemico, assegna un obiettivo, produce appartenenza e restituisce l’illusione di aver ripreso il controllo. È un’identità distruttiva, che nasce per sottrazione: non dice chi si è, ma soltanto chi non si vuole essere.

LA GIUSTIZIA può concentrarsi sull’atto, ma la cultura, la scuola, la società hanno il compito di provare a cambiare la storia che lo precede. La letteratura per ragazzi viene in aiuto proprio in questo senso. Quanta povertà emotiva, quanta solitudine, quanta desensibilizzazione sono state necessarie per arrivare a quell’atto estremo?

Connor O’Neill, il protagonista del romanzo Rime contro di Brian Conaghan, vive in una periferia industriale dilaniata dalla lotta tra gang. Cresce in una comunità senza lavoro, con una scuola percepita come aliena, spazi di aggregazione inesistenti e nessuna fiducia nelle istituzioni. È la descrizione di una realtà che vorremmo non fosse così familiare. E intervenendo soltanto quando il disagio è diventato reato, aumentando la punibilità, la radice del problema rischia di restare inalterata. La storia di Connor ci allena a fare una cosa importante: guardare un ragazzo violento senza assolverlo, e allo stesso tempo senza ridurlo alla sua violenza.

NON SI TRATTA di opporre responsabilità ed educazione, ma di costruire una responsabilità capace di produrre consapevolezza, riparazione e cambiamento, andando oltre la colpa e la pena.

Un sistema di rieducazione minorile dovrebbe essere giudicato non soltanto dalla capacità di punire, ma da quella di impedire che un irrimediabile errore diventi il destino di una persona.

*Editor di Giralangolo, marchio per infanzia e young readers di Edt

Il recupero è molto più faticoso che chiuderli tutti dentro

Della Passarelli  29/0702026

Fondatrice e direttrice di Sinnos edizioni, presidente Adei

Guerra ai ragazzini/2 Ddl anti-maranza: la fondatrice e direttrice di Sinnos edizioni, e presidente Adei, interviene sulle norme contro i minorenni

Gli adulti e le adulte al governo stanno dando un pessimo esempio alle nuove generazioni. Invece di impegnarsi ad attuare politiche che costruiscano un paese più sicuro, perché più ricco di conoscenza, di possibilità di dialogo, di concreta possibilità di lavoro e di studio, continuano a inasprire le pene. Per arrivare alla follia di questo decreto «anti maranza».

LA SOLUZIONE è sempre quella, la più facile. Inaspriamo le pene, e il carcere (e che carcere!) diventa il modo per risolvere tutti i problemi. Servono scuole belle fisicamente e con programmi altrettanto belli ed efficaci; servono luoghi di aggregazione (biblioteche, centri sportivi, teatri, cinema…) spazi aperti e chiusi dove incontrarsi e tenere luci accese costantemente, che questa è la vera sicurezza.

Servono pensieri lungimiranti e immaginazione, serve fatica e studio. Pensate a un ragazzino, una ragazzina tenuto dentro un Istituto di pena, anche per pochi mesi.

Limitato di libertà essenziali per lo sviluppo della sua persona, a partire da quella affettiva e relazionale. Che poi, quando esce, ormai decisamente incattivito e disilluso, torna all’esterno e lì gli/le saranno precluse tutte le possibilità di reinserimento. Che volete che faccia?

MADRI E PADRI COSTITUENTI sapevano bene di un carcere repressivo e dannoso. Per questo nella costituzione sottolineano il valore rieducativo della pena.

Dobbiamo fare in modo di recuperare cittadini e cittadine. Renderli capaci di partecipare alla vita della nostra Repubblica. Certo, è molto più faticoso che chiuderli tutti dentro. Soprattutto se si manca di capacità di progettazione, studio e impegno serio per generare possibilità.

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