CHI SEMINA IL BELLICISMO RACCOGLIE LA VIOLENZA da IL FATTO
Chi semina il bellicismo raccoglie la violenza
Pino Corrias 31 Luglio 2026
Tutto il fondale e il primo piano del nostro vivere sociale lo abbiamo riempite di guerre, vendette, violenza. Ma ogni volta che vola un sampietrino in piazza o che un ragazzo accoltella un altro ragazzo, il nostro mondo adulto spalanca gli occhi. Evoca i nuovi terroristi, inventa i maranza, chiede pace, pretende sicurezza. Talk show, editoriali, politici: tutti a chiedersi da dove arriva questa violenza? Chi gliel’ha insegnata?
La domanda è ipocrita. Il mistero è banale. Perché i ragazzi non crescono nel vuoto. Crescono dentro il nostro mondo, a nostra immagine. Respirano la nostra aria. Guardano la tv e i social che guardiamo noi. Ascoltano le parole che pronunciamo. Assorbono l’alfabeto morale che abbiamo costruito nel sangue e che insegna che se due Stati litigano, si bombardano. Se una frontiera è un ostacolo, si invade. Se una minoranza ingombra, la si deporta. Se un popolo resiste prima lo si assedia, poi lo si stermina. Per la guerra servono Patriot, navi e droni. Serve coniugare al presente e al futuro il verbo più amato: riarmare, riarmarsi contro la minaccia dei nemici armati. I bilanci militari crescono ovunque. Le industrie delle armi festeggiano. I governi applaudono. I parlamenti votano. I generali spiegano. Gli opinionisti incoraggiano. La tv martella. La pace si conquista con la deterrenza, dicono gli adulti nei parlamenti del potere. E se papa Leone XIV si affaccia per dire il contrario – “la pace si costruisce con la pace” – l’idiota collettivo risponde: “Il papa fa il papa!”, non conta.
Poi accade che un sedicenne tiri fuori un coltello. E si spalanca il baratro della indignazione. Fingiamo di non riconoscere la scena. La consideriamo imparagonabile alla guerra in grande stile, quella dei missili e dei jet. Siamo pronti a tollerare il genocidio, ma non la rissa. Possiamo discutere all’infinito dell’invasione che brucia nel fosforo i civili in Donbass, in Iran o a Gaza, ma ci sorprende una baby gang a caccia di un proprio territorio. E ci spaventano i guerrieri della protesta radicale che incendiano i cantieri in Val di Susa, feriscono cento poliziotti, distruggono i furgoni, senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, che le loro ragioni bruciano in quello stesso incendio.
Eppure la grammatica dei comportamenti è sorprendentemente la stessa. La rissa è una guerra in piccolo, gli scontri di piazza una rissa in grande. Il conflitto non si risolve parlando: si elimina l’avversario. La forza sostituisce la ragione, la vittoria conta più della convivenza. L’umiliazione dell’altro diventa la propaganda del proprio successo, compresi gli antagonisti convinti che per costruire, serva prima distruggere. È questo che i ragazzi vedono e imparano ogni giorno. Nulla di molto complicato. Un enorme manuale pratico. Lo vedono nei telegiornali. Lo leggono nei social. Lo ascoltano nella chiacchiera politica. Perfino le parole servono a rendere la violenza degli adulti e dei governi più asettica, più accettabile. Non si bombarda. Si neutralizza. Non si massacra. Si conduce un’operazione. Non si rade al suolo una città. Si colpiscono obiettivi strategici, peccato per i danni collaterali. La lingua adulta dissimula il sangue. Quella dei ragazzi molto meno. Le loro lame continuano a chiamarsi coltelli. Per questo scandalizzano più delle mine che mutilano ogni anno migliaia di uomini, donne e bambini nei mondi che per noi non contano.
Provate a ricordare quante inquadrature esaltano il momento in cui l’eroe carica il fucile, arma la pistola, sceglie il coltello. Il cinema le replica all’infinito, con musica adeguata. La vendetta è il motore dell’azione, il suo sentimento. Cento milioni di videogiochi fanno lo stesso, esercitano il giocatore allo sterminio automatico dei nemici e tante volte l’indifferenza alla violenza vera, quella che macchia di sangue una serata in discoteca o in piazza, viene proprio da quell’addestramento che gli psicologi ci hanno insegnato a chiamare “deficit emotivo” capace di annullare ogni forma di empatia per la vittima, ogni riflessione sulle conseguenze. Un deficit talmente identitario che solo ministri un tanto al chilo credono di contrastare con la minaccia crescente di punizioni, nuovi reati, galera. La destra trasforma la paura in linfa per il consenso. Ha bisogno di nemici: li addita, li enfatizza, li usa. La sinistra che pure condanna gli incendi sociali tanto quanto la destra, offre ragionamenti, ma troppe volte finisce per rimanerne spaesata. A entrambe fa comodo fingere che quella violenza nasca da un indistinto disagio. Sia frutto di una mutazione improvvisa, come se gli adolescenti fossero una specie diversa e non il nostro riflesso.
La violenza la pratichiamo, la insegniamo, la esaltiamo, come nelle oscene parate, allestite per celebrare la Repubblica, con le armi della guerra spianate come un serramanico e il festoso tricolore delle Frecce a nascondere la nostra cattiva coscienza.
Pene ai minori, l’ultimo tassello della inutile guerra ai giovani
diSottosopra* 31 Luglio 2026
Prima gli hanno tolto la musica, poi i sit-in, poi molti dei residui spazi di aggregazione non a pagamento. Hanno ricostruito le zone rosse, hanno mandato gli ispettori nelle scuole in cui ancora si parlava di Gaza, li hanno chiamati “estremisti” e bloccati preventivamente, quasi a divinarne le intenzioni, perché non arrivassero alle manifestazioni. Finché, sempre in nome della sicurezza, dopo aver varato sei pacchetti di misure, evidentemente inefficaci ma sempre più draconiane, il governo di Giorgia Meloni ha deciso di ribaltare un principio giuridico stabilito nientemeno che da Alfredo Rocco, autore del codice penale fascista ma palesemente meno incline alla barbarie normativa di epigoni contemporanei: i minorenni, se l’idea passasse, sarebbero considerati imputabili, salvo dimostrare che non possono esserlo.
Rispetto all’ordinamento attuale si invertirebbe cioè l’onere della prova. È l’ultimo tassello di una guerra alla gioventù tanto assurda quanto spiegabile: sai mai che la spinta vitale di una generazione schiacciata e compressa, che sempre più sceglie di votare coi piedi, cioè di andarsene dal Paese – 630 mila gli under 34 emigrati dal 2011 al 2024 –, possa crepare la retorica securitaria, retriva e scollegata dalla realtà dell’esecutivo. È bene allora chiarire: il cambio di paradigma è contenuto in un disegno di legge che con molte difficoltà troverà concretizzazione, e non solo per l’incostituzionalità prontamente denunciata trasversalmente dagli addetti ai lavori. L’idea è infatti pura propaganda: intanto perché già oggi si valuta sempre l’imputabilità di chi ha meno di 18 anni e soprattutto poiché i numeri dimostrano che il tasso di reati gravi compiuti da minorenni è stabile (26 gli omicidi nel 2024, dati Antigone), con un tasso di denunce per centomila abitanti, 363, che è quasi la metà della media europea. Il Paese, insomma, non è messo a ferro e fuoco dagli adolescenti; le difficoltà esistenti non disegnano un’emergenza, a dispetto dell’insopportabile racconto del governo che, non avendo fatto nessuna delle grandi riforme promesse e non avendo migliorato in alcuna maniera la vita della popolazione, oggi satura l’etere procurando allarmi con cui distrarre l’opinione pubblica.
Le campagne sulla legittima difesa (si fa per dire), quelle che celebrano le forze dell’ordine contro i manifestanti, che propugnano grazie improbabili e candidature impossibili per gioiellieri omicidi a questo servono: a stordire le menti e a riempire le pance già sconquassate dalla calura estiva e dal portafoglio vuoto, due cose invece assai concrete su cui Meloni e i suoi non hanno nulla da offrire.
Di qui alle elezioni la strategia di strombazzare crisi inesistenti da affrontare con proposte vuote che, se trovassero concretezza, servirebbero più ad alimentare problemi che a risolverli, sarà esasperante: prepariamoci. Ma, soprattutto, non dimentichiamo che alcune soluzioni esistono eccome, anche per la questione minorile. Da tempo, per esempio, in molte aree del Paese si sperimentano i patti educativi di comunità – una delle nove proposte che il ForumDD e 23 associazioni giovanili hanno presentato nella piattaforma “Ci Siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni” – per mettere ragazze e ragazzi al centro, facendo contare la loro voce e incaricando il territorio in tutte le sue emanazioni, dalla scuola alle parrocchie alle società sportive, di contribuire a proteggerli. Al posto di proporre improbabili strette al grido “Chi sbaglia paga, anche se ha 15 anni”, il governo potrebbe scoprire come dare ascolto, dignità e valore a quei 15 anni. A patto, naturalmente, di volerlo davvero.
Forum Disuguaglianze e Diversità
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