SUL MELONELLUM GIOCARE DI RIMESSA NON CI SALVERÀ da IL FATTO
Sul melonellum giocare di rimessa non ci salverà
Massimo Villone 3 Ottobre 2026
Èandato in onda il primo tempo dello show parlamentare sulla legge elettorale. Le pregiudiziali sono state respinte senza affanni a voto segreto. Questo conferma la probabilità che il Melonellum veda la luce così com’è, magari con le tre questioni di fiducia già annunciate. Non è una prima assoluta. Anzi.
Corre l’anno 1923, il 20 luglio. Alla Camera è in discussione la proposta che si tradurrà poi nella legge Acerbo. Il resoconto stenografico recita: “Quindi il Governo dichiara che accetta la tesi della maggioranza della Commissione, il 25%, e che mette sulla votazione la questione di fiducia”. La voce è quella di Mussolini. Un precedente illustre, che sarà ripreso nel 1953. De Gasperi pone la questione di fiducia per la “legge truffa”, il 14 gennaio alla Camera e l’8 marzo al Senato. E ancora l’Italicum (legge 52/2015) passa con tre voti di fiducia, e il Rosatellum (legge 165/2017, vigente) con ben otto. Vedremo ora il Melonellum.
Ogni fiducia ha la sua storia. Oggi certo non serve alla maggioranza per vincere, visto il largo margine che ha nei seggi. Meloni teme i franchi tiratori, come il 14 luglio. Perché? Si spiega con le preferenze e la previsione del capolista bloccato, che apre lo scenario di una rischiosa, e costosa, caccia ai voti. Secondo le valutazioni prevalenti, le preferenze riguardano circa il 25% dei parlamentari. Di questi ipotizziamo la metà o poco più per il centrodestra, e la gran parte di FdI, perché i soci prenderebbero solo il capolista, salvo eccezioni. La domanda è: a chi toccherà combattere? Certo non a chi è nel cerchio magico intorno alle oligarchie di partito, o può giungervi in qualche modo. Per capire, Fdi passa da 50 parlamentari nel 2018 a 184 nel 2022. Tra i parlamentari di prima legislatura troviamo in massima parte i peones, gli sconosciuti ai più. Toccherà a loro battersi. Lo stesso vale, in misura minore perché la percentuale di eletti alla prima legislatura è più bassa, per FI e Lega.
È nella pancia dei gruppi parlamentari e in specie in FdI il malumore, cui si aggiunge quello delle donne per il timore aggiuntivo di andare comunque a una riduzione della presenza femminile. A tutti il messaggio di Meloni in sostanza è: può darsi che rimarrete al palo nella prossima corsa, ma se non vi allineate tornate a casa non a fine legislatura, ma subito e senza nemmeno il diritto alla pensione. Intanto, vanno in scena ammiccamenti con i vannacciani, che non per caso hanno votato contro le pregiudiziali, per di più qualificando le opposizioni come una “mandria di scappati di casa”. Chiare affinità elettive.
Meloni ha due obiettivi da raggiungere con la “sua” legge elettorale. Il primo è mantenere il fortino di Palazzo Chigi, superando il 42% dei voti e ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi. Questo già darebbe uno scenario di legislatura, e la possibilità di nuovi assalti alla Costituzione, salvo referendum. Il secondo, con qualche percento in più del 42, è avviare un risiko istituzionale, eleggendo il Capo dello Stato, e a cascata incidendo sulla scelta di giudici costituzionali e di componenti laici del Csm. Che sia questa la partita di Meloni è in realtà chiaro da tempo, e il referendum perduto a marzo non ha cambiato la posta in palio. Che fa il campo progressista per battere il disegno in atto?
Finora, non abbastanza. Nel dibattito sulle pregiudiziali sono stati richiamati i ricorsi in Consulta per la incostituzionalità della legge. Una battaglia da fare, indubbiamente, e si farà. Lo dice l’ottimo e condivisibile articolo di Domenico Gallo su queste pagine. Ma non dimentichiamo che la Corte ha già avallato – giusto o sbagliato che sia – soglie, premi di maggioranza, liste brevi e parzialmente bloccate. Non per caso il centrodestra ha richiamato e richiama a sostegno la Consulta. Se rimanesse nei confini tracciati, risulterebbe spazio per la illegittimità di profili importanti come la raccolta firme, che però non toccano l’impianto. Non è certo che la Corte 2026 sia disposta ad alzare gli argini più che nel 2014 e nel 2017. Né si può escludere che la pronuncia venga dopo il voto, lasciando in carica il parlamento eletto. È già accaduto nella legislatura 2013-2018.
Non si vince una battaglia politica giocando di rimessa e solo contrastando – pur con ottimi argomenti – le mosse dell’avversario. Va costruito per il prossimo confronto elettorale un progetto compiuto e competitivo anche sulle istituzioni. Ancora non si coglie nel campo progressista, né in quel che ci ha consegnato M5S, né nella pur combattiva apertura della Schlein nella direzione Pd. Se siamo, come è giusto ritenere, a un tornante nella storia del Paese, per mantenere la rotta nell’alveo indicato dalla Costituzione non basta la sentenza di un giudice. Nelle urne 2027 parlerà il popolo sovrano.
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