SE L’ECO DELLE LORO VOCI SI AFFIEVOLISCE, PERIAMO” da ANTIDIPLOMATICO
“Se l’eco delle loro voci si affievolisce, periamo”, La memoria dopo Auschwitz e la rovina di Gaza
Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad 27/01/2026
La liberazione di Auschwitz, ottantuno anni fa, segnò non solo la fine di un luogo di sterminio industrializzato, ma anche l’inizio di un impegno giuridico e morale. L’Olocausto fu la distruzione sistematica dell’ebraismo europeo, un tentativo di eliminare un popolo dalla terra. Sei milioni di ebrei furono assassinati perché ebrei, insieme a rom, persone con disabilità, prigionieri politici e altri gruppi presi di mira da uno Stato razziale. Quel crimine trasformò il diritto internazionale. Da esso emersero la Convenzione sul genocidio, il moderno diritto dei conflitti armati e il principio secondo cui la protezione della vita civile non deve dipendere dall’identità o dalla convenienza politica. La memoria assunse forma istituzionale. “Mai più” doveva operare come legge.
Riconoscere Gaza nello stesso quadro morale non sminuisce la sofferenza ebraica, al contrario prende sul serio le lezioni tratte da quella sofferenza. L’ordine giuridico del dopoguerra fu costruito in larga parte da giuristi, studiosi e sopravvissuti che compresero come l’unica risposta duratura al genocidio fosse l’applicazione coerente di regole universali. La promessa non era che il trauma di un popolo garantisse un’esenzione morale a uno Stato che afferma di agire in suo nome, ma che la distruzione di qualsiasi popolo sarebbe stata riconosciuta come un’aggressione contro l’umanità in quanto tale.
Ciò che è accaduto a Gaza, e ciò che continua ad accadere, deve essere giudicato secondo questo standard universale. Vaste aree della vita civile sono state sistematicamente distrutte, quartieri residenziali ridotti in macerie, ospedali e università resi inoperativi, sistemi alimentari smantellati, reti idriche e igienico-sanitarie devastate. Una popolazione già confinata sotto un blocco di lunga durata è stata sottoposta a sfollamenti di massa, bombardamenti ripetuti e condizioni di vita che le agenzie umanitarie descrivono come incompatibili con la sopravvivenza. Non si tratta di eccessi episodici, ma di un modello sostenuto che colpisce le basi stesse dell’esistenza collettiva.
La Convenzione sul genocidio, redatta all’ombra dell’Olocausto, riconosce che un popolo può essere distrutto non solo attraverso l’uccisione immediata, ma anche mediante la creazione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte. Fame, sfollamento forzato, negazione di cure mediche e attacchi contro infrastrutture civili rientrano in questo quadro quando accompagnati dall’intento richiesto. Il divieto è assoluto. Non si dissolve di fronte ad argomentazioni di sicurezza, né viene sospeso perché uno Stato porta la memoria storica della persecuzione.
Qui il peso morale della storia ebraica rende il momento più doloroso, non meno. L’esperienza ebraica di persecuzione e sterminio diede al mondo alcune delle voci più chiare nell’insistere che il diritto deve limitare il potere. Quando il ricordo di quella sofferenza viene invocato per proteggere uno Stato dal controllo giuridico anziché per rafforzare i limiti alla violenza, l’eredità di coloro che perirono entra in tensione con l’ordine legale costruito in loro nome.
Riconoscere il genocidio a Gaza non significa negare la paura israeliana né minimizzare i crimini commessi contro civili israeliani. L’uccisione di civili il 7 ottobre è stata un crimine e un trauma che ha colpito profondamente le comunità ebraiche in Israele e nel mondo. Il diritto internazionale esiste proprio per prevenire tali atrocità. Esiste anche per garantire che la risposta a un’atrocità non diventi essa stessa una campagna di distruzione collettiva. Un crimine non autorizza un altro. La sofferenza storica di un popolo non annulla il diritto di un altro popolo a vivere.
La crisi più profonda risiede nella risposta del sistema internazionale. I tribunali parlano di obblighi di prevenzione, le agenzie umanitarie avvertono del collasso sociale, eppure il sostegno militare, finanziario e diplomatico continua in modi che rendono possibile la condotta che quegli stessi avvertimenti descrivono. Quando il divieto di genocidio diventa negoziabile sul piano politico, l’universalità promessa dopo Auschwitz si frantuma.
La commemorazione senza applicazione non è fedeltà alla memoria, è un arretramento rispetto alle sue implicazioni. Le voci di coloro che furono uccisi nei campi di sterminio europei risuonano nei trattati e nelle norme concepite per prevenire la distruzione dei popoli ovunque. Se quell’eco si affievolisce fino a diventare solo cerimonia, separata dalla responsabilità presente, la memoria perde la sua forza protettiva.
Onorare la sofferenza ebraica sotto il nazismo significa difendere il principio che nessun popolo debba affrontare distruzione, spoliazione o rovina deliberata. Se questo principio non viene difeso per i palestinesi di Gaza, allora l’eredità giuridica e morale del 1945 non viene portata avanti, ma selettivamente accantonata.
“Se l’eco delle loro voci si affievolisce, periamo.”* L’avvertimento riguarda tutti noi, e ogni popolo la cui esistenza dipende dal fatto che il diritto sia più forte della vendetta e la memoria più forte del potere.
*La frase “Se l’eco della loro voce si affievolisce, noi periamo” è ampiamente attribuita a Elie Wiesel, scrittore ebreo nato in Romania, sopravvissuto alla Shoah e premio Nobel per la pace. Essa compare nelle sue riflessioni sull’imperativo morale della memoria, in particolare come espresso in La notte e nei numerosi discorsi e saggi che ha pronunciato e scritto nel corso della sua vita sul tema della memoria, della coscienza e dell’eredità dell’Olocausto.
Gli autori:
Tawfiq Al-Ghussein è saggista e analista legale impegnato su temi di diritto internazionale, responsabilità degli Stati e dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Il suo lavoro unisce analisi giuridica, storia politica e questioni di sovranità, con particolare attenzione alla protezione dei civili nei conflitti contemporanei.
Rania Hammad è scrittrice e attivista palestinese specializzata in relazioni internazionali e diritti umani
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