PIANO CASA, UNA COLATA DI CEMENTO A USO PRIVATO da IL FATTO
Piano Casa, una colata di cemento a uso privato
Paola Bonora 19 Giugno 2026
Il 7 maggio il governo ha promulgato un decreto legge con disposizioni urgenti per il Piano Casa che entro il 6 luglio dovrà essere convertito in legge. Si tratta di un dispositivo complesso e astuto che si appropria della questione drammatica dell’abitare e la piega alla finanziarizzazione.
In tema di edilizia popolare, che dovrebbe essere preminente nel disastroso quadro attuale, il decreto si basa su previsioni di spesa insufficienti e ingarbugliate. Da cui emerge il disinteresse nei confronti dell’Edilizia popolare (Erp) e delle sue tante abitazioni inagibili per la cui ristrutturazione vengono stanziate briciole o spostati con il gioco delle tre carte finanziamenti già assegnati ad altri programmi. Grimaldello dell’intera impalcatura sono i “programmi infrastrutturali di edilizia integrata”, realizzati con attrazione di investimenti privati. I requisiti richiesti sono che il 70% delle abitazioni venga costruito per l’housing sociale e venduto o affittato a un prezzo del 33% inferiore a quelli correnti. Rivolte alla fascia “grigia” di popolazione a reddito mediano, che non può accedere all’edilizia popolare ma neppure affrontare il mercato. A cui possono aspirare, dettaglia il testo, anche studenti universitari fuori sede lavoratori – anche stagionali! – la cui abitazione sia a carico del datore di lavoro, ai separati, agli anziani desiderosi di convivialità, eccetera.
Il restante 30% dell’investimento resta libero e qui cominciano i trucchi, nascosti come sempre nei dettagli. Un breve inciso aggiunge che i programmi possono svolgersi “anche in aree urbane diverse”. Sicché c’è da aspettarsi tetragoni scatoloni convenzionati nelle periferie e luccicanti 30% elitari nelle zone a maggior valorizzazione. Frazionando e gerarchizzando il territorio. Un Piano che trasforma il problema della casa in meccanismo di investimento in cui l’housing sociale diventa asset di redditività immobiliare. Le premialità previste rappresentano la quota pubblica del patto finanziario, in cui lo Stato mercifica autorizzazione edificatoria, accelerazione procedurale, riduzione del rischio e dei costi amministrativi e fiscali, mentre il privato mette le risorse.
Ma non basta. Sono privilegiati gli investimenti esteri di almeno 1 miliardo di euro, in base al quale il progetto diventa di “preminente interesse strategico nazionale”. Affidato a un commissario plenipotenziario che “in deroga a ogni disposizione di legge”, in modalità sovraordinata sui previgenti regolamenti, potrà decidere anche su “densità edilizia, altezza, distanza tra fabbricati”. Una liberalizzazione estrema che nelle audizioni costruttori ed esponenti di maggioranza chiedono di allargare anche agli interventi di minore entità economica. Il via libera insomma alla deregolazione totale. Il “modello Milano” ha creato l’atmosfera e fatto scuola.
Un Piano che non sfiora in alcun modo la dimensione spaziale, ignora e travolge i principi dell’urbanistica, oltre che i diritti universali alla casa e a un territorio equilibrato. Il criterio fondante ribadito a ogni piè sospinto è la sostenibilità economica. Si può anche ammettere che in assenza di risorse pubbliche, per nostra negligenza impegnate in armi e altre spese incongrue, gli investimenti privati diventino necessari per rispondere all’emergenza abitativa, ma la logica del decreto è impostata su una esclusiva visione real estate economics. Alla fine si tradurrà in un’alluvione di nuove costruzioni e di occupazione di suolo, con le calamità climatiche e idrogeologiche connaturate.
Nessuno considera gli 8-9 milioni di abitazioni private inutilizzate. Una sorta di mastodontico “rifiuto solido urbano” che in alcun modo vogliamo riciclare. Mentre all’estero la situazione sta mutando con misure pensate per incentivare la reimmissione degli immobili vuoti nel mercato. La legge di Bilancio francese 2026 autorizza i comuni ad aumentare nelle aree ad alta tensione abitativa la tassa annuale dal 17 al 30 per cento dopo un anno di sfitto, dopo due anni l’aliquota può salire fino al 60 per cento, gli introiti destinati alle casse comunali. Anche a Bruxelles mantenere una casa sfitta per più di 12 mesi costituisce una violazione punita da una sanzione amministrativa che aumenta negli anni.
Non sarebbe forse opportuno in Italia cercare risorse, anche private, per rimediare all’assurda contraddizione di nuove costruzioni invece del ripristino delle tante inutilizzate, la creazione di garanzie per i locatori e di contributi agli inquilini in difficoltà? Il problema è culturale, siamo vittime della smania edificatoria, insensibili ai problemi ambientali, indifferenti alle ingiustizie.
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