L’AFD DÀ VOCE A UN PAESE NASCOSTO: NON VA SEGUITA da IL FATTO
L’Afd dà voce a un paese nascosto: non va seguita
Donatella Di Cesare 29 Settembre 2026
Chi arriva oggi in Germania trova un paese che somiglia sempre meno all’immagine con cui si è presentato per decenni all’Europa. La solidità delle istituzioni, la capacità di mediare i conflitti, la prevedibilità delle alternanze lasciavano credere che ogni crisi avrebbe trovato una soluzione. L’ultimo voto incrina questa certezza. La Germania può prendere oggi una direzione fino a poco tempo fa considerata impensabile.
Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’estrema destra ha superato il 38 per cento e la Cdu del cancelliere Merz è rimasta fuori dal parlamento regionale. In Sassonia-Anhalt, l’AfD aveva già sfiorato il 44 per cento. A Berlino vince invece la Linke. Esiti diversi, che restituiscono l’immagine di un paese diviso e mostrano quanto si sia indebolita la capacità dei partiti tradizionali di rappresentarlo. Si sgretola un sistema politico e attraverso le crepe affiora una Germania nascosta, che il racconto ufficiale del successo postbellico aveva lasciato in ombra.
Sarebbe comodo scorgervi solo un accumulo di malcontento, una protesta destinata a rientrare con la ripresa economica. L’AfD dà voce a una Germania che rifiuta di essere moderata, europea, disponibile al compromesso, come i suoi governi l’hanno a lungo voluta e incarnata. E proprio quelle qualità, esibite un tempo come garanzia di affidabilità, sono diventate oggi per gran parte degli elettori segni di debolezza, di rinuncia e subordinazione.
La portata del voto supera perciò la sconfitta di Merz. I partiti della Repubblica federale avevano costruito il proprio consenso impegnandosi a rendere il paese più democratico, più prospero e più unito all’Europa. La Germania prosperava, trovava il proprio posto in Europa e vedeva confermata la bontà del suo ordine politico. Ora che quella promessa ha perso credibilità, vacilla anche la fiducia in una costruzione che appare sempre più artificiosa e fragile. E non basta più difenderne le istituzioni per convincere i tanti che in quel progetto non si riconoscono più.
L’AfD si è insinuata in questa frattura. E presenta i vincoli europei come ostacoli alla volontà nazionale, il compromesso come incapacità di decidere, la pluralità della società come perdita della propria identità. Dà forma politica a un’insofferenza che i partiti tradizionali continuano a trattare come un equivoco da correggere. Promette una Germania capace insieme di affermare la propria volontà senza giustificarsi, di decidere senza mediare e di agire senza chiedere permesso. Parole che fanno presa su chi si sente chiedere soltanto sacrifici, senza poter decidere nulla. Questa Germania nascosta trova oggi la sua chance tanto attesa. L’AfD raccoglie risentimenti, ma anche ambizioni sopite, desideri di rivalsa, articolandoli in un linguaggio comune. Trasforma ciò che poteva essere vissuto come un disagio privato in una rivendicazione pubblica. Il successo elettorale legittima queste posizioni e spinge altri a sostenerle apertamente. Quanto più l’AfD cresce, tanto più può rivendicare il diritto di rappresentare il paese reale contro chi lo avrebbe a lungo ignorato, frainteso, soffocato.
Lo straniero occupa il centro di questa rappresentazione. La questione va oltre il controllo delle frontiere e riguarda il diritto di decidere chi appartenga la Germania. Una società già plurale viene descritta come un paese sottratto ai suoi abitanti legittimi, da restituire loro attraverso l’esclusione degli immigrati. Chi ha origini straniere può essere così persino costretto a dimostrare la propria appartenenza anche quando è cittadino. Ma la promessa propagandistica di tornare padroni in casa propria tocca una corda profonda nell’animo tedesco.
Per questo inseguire l’AfD sul suo terreno è una resa politica anche quando si continua a escluderla dalle coalizioni. Si può impedirle l’accesso ai ministeri e intanto accettare il suo modo di definire i problemi, di indicare i nemici, di concepire la nazione. La tenuta dell’argine si misura anche nel linguaggio e nelle decisioni dei suoi avversari. Se questi adottano la stessa rappresentazione della Germania, l’estrema destra può cambiare il paese anche dall’opposizione.
È dunque inarrestabile quella scesa? La vittoria berlinese della Linke mostra che la richiesta di cambiamento può trovare un’altra espressione. Ma sarebbe precipitoso trarne una rassicurazione. Anche a Berlino cresce l’AfD. E nessun successo locale può, da solo, restituire fiducia all’ordine precedente. La contesa riguarda ormai quale Germania uscirà da questa crisi.
La Germania che emerge dalle urne non ha ancora un volto definitivo. L’AfD pretende di averlo già trovato e di poter parlare in suo nome. I suoi avversari rischiano di contrastarla evocando un paese che non c’è più.
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