LA RIFORMA ELETTORALE SERVE A UN PROGETTO AUTOCRATICO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA RIFORMA ELETTORALE SERVE A UN PROGETTO AUTOCRATICO da IL FATTO

La riforma elettorale serve a un progetto autocratico

Mauro Volpi  4 Luglio 2026

La recente sortita della Meloni che rivendica un presidente della Repubblica di destra non è una vaga aspirazione di tipo politico, ma mira a produrre effetti destinati a cambiare la Costituzione democratica.

Il primo riguarda il presidente in carica, che viene doppiamente delegittimato. Innanzitutto la legge elettorale lo vincolerebbe alla scelta come presidente del Consiglio della persona designata preventivamente dalla coalizione minoritaria con più voti resa artificiosamente maggioritaria grazie al premio in seggi. Non si tratta di un’indicazione meramente politica, ma di un obbligo giuridico, come dimostra la decadenza delle liste o coalizioni che non vi ottemperano, che altera l’equilibrio tra i poteri affossando la forma di governo parlamentare. In secondo luogo, Mattarella viene qualificato come “esponente del centrosinistra”, nonostante la sua rielezione con un numero altissimo di voti (759), ben al di là di quelli dell’area progressista e con lo svolgimento di un numero ridotto di scrutini (8 in tutto) che ha attestato l’esistenza di un ampio e trasversale consenso politico-parlamentare.

Secondo effetto: l’Opa lanciata dalla Meloni sul futuro capo dello Stato mira con chiarezza all’elezione non di un generico presidente di centrodestra, anche perché è difficile negare che presidenti come Segni e Leone provenissero dalla destra democristiana, ma di una personalità che, al di là della conservazione o meno del busto di Mussolini in casa, derivi dal Msi, il partito fondato con riferimento alla Repubblica Sociale Italiana alleata dei nazisti, e che ha contestato la Costituzione democratica. Con quel partito Meloni ha sempre rivendicato la continuità, proponendo fin dal 2022 “una profonda revisione del sistema, volta alla riedificazione e non alla mera formalistica ristrutturazione, dell’architettura costituzionale della Repubblica”, come ha tentato di fare con le controriforme dell’autonomia differenziata, del premierato e della magistratura. Dopo le battute di arresto subite con la sentenza 192/2024 della Corte costituzionale e nel referendum del 22-23 marzo 2026, non resta che la nuova legge elettorale, la quale potrebbe consentire di impadronirsi in sequenza della carica di capo del governo, plebiscitato dall’indicazione di una minoranza del popolo, e di presidente della Repubblica, con un’evidente ricaduta sulle nomine per le cariche di garanzia di cui è titolare (a cominciare dai cinque giudici costituzionali).

Terzo effetto. La Meloni preannuncia che, se la coalizione di destra otterrà il premio, si eleggerà da sola il nuovo capo dello Stato senza alcun confronto con l’opposizione e senza il consenso della maggioranza dei cittadini. Qui si disvela il ruolo fondamentale assegnato al Melonellum: realizzare l’occupazione delle posizioni di vertice della Repubblica che scivolerebbe verso un assetto di tipo autocratico. Anche se non si trattasse del fascismo storico, sarebbe innegabile la presenza di una componente ideologica di tipo fascista, esplicitata apertamente da Vannacci, con il richiamo a “valori” come il razzismo, il nazionalismo, la negazione dei diritti civili, il sostegno alle guerre coloniali di Usa e Israele, e peggiorata dalla sparizione di ogni connotazione di “destra sociale” con l’adesione al neoliberismo in materia economico-sociale.

Quindi la mobilitazione indispensabile contro la legge elettorale serve non solo a respingere un pessimo sistema, ma è volta a contrastare il disegno di deriva anticostituzionale e autoritaria accarezzato da Meloni.

Meglio tardi che mai: l’ora della verità per la Rai è scoccata

Giovanni Valentini  4 Luglio 2026

“Nessuna complicità con TeleMeloni”
(Elly Schlein, segretaria del Partito democratico – 2 luglio 2026)

L’uscita delle opposizioni dalla Commissione di Vigilanza sulla Rai è un atto politico senza precedenti, tanto opportuno quanto legittimo. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, dopo quasi due anni di stallo provocato dalla tracotanza del centrodestra che pretende d’imporre la sua candidatura alla presidenza della radiotelevisione pubblica, nonostante che la legge richieda i due terzi dei voti per approvarla. Una violazione istituzionale censurata più volte anche dal presidente Mattarella, sebbene i suoi richiami siano caduti nel vuoto.

Era chiaro fin dall’inizio che la maggioranza non avrebbe ceduto in questo assurdo braccio di ferro che ha paralizzato la Commissione e costretto la Rai allo sbando. Altrettanto chiaro era che la protervia del centrodestra non avrebbe consentito una “presidenza di garanzia”, autorevole e super partes, come pure sarebbe necessario per tutelare l’autonomia dell’azienda dalla partitocrazia e difendere il pluralismo dell’informazione. Per quanto siano stati lodevoli e apprezzabili i tentativi di conciliazione della presidente Floridia, bisogna prendere atto che alla fine non hanno sortito purtroppo alcun effetto concreto.

Il controllo dell’informazione, sia attraverso la tv pubblica e privata, sia attraverso i giornali sovvenzionati da Palazzo Chigi, è considerato da Giorgia Meloni un fattore troppo decisivo per mollare la presa. La sua maggioranza artificiale, “maggiorata” da una legge elettorale che le ha consentito di vincere le ultime politiche con il 26% del suo partito e di andare al governo con il 44% della coalizione, non le basta evidentemente per affrontare con sicurezza le prossime. Lei ha bisogno del megafono mediatico per costruire e diffondere la sua “narrazione alternativa”.

A rigor di logica, e di coerenza, alle dimissioni dei “vigilantes” dell’opposizione dovrebbero seguire quelle dei due componenti eletti dal M5S e da Avs nel Consiglio di amministrazione della Rai, come qui auspichiamo da tempo, entrambi ridotti ormai all’impotenza e all’irrilevanza. Ma l’attaccamento alle poltrone è un mastice troppo resistente per scollarli da un ruolo che non è più dignitoso neppure per loro. Bene ha fatto a suo tempo il Pd ad astenersi da questa ennesima lottizzazione, rinunciando – per la prima volta nella storia – a indicare un proprio rappresentante al vertice del servizio pubblico. Basterebbe il “caso Ranucci”, da solo, per prendere le distanze da questo Cda e dall’attuale gestione di TeleMeloni. Già criticato e attaccato, il conduttore di Report s’è visto ritirare la tutela legale dalla Rai nella vicenda che riguarda l’affido di un minore in Uruguay e la grazia in Italia a Nicole Minetti. E ciò, proprio mentre venivano arrestati gli autori dell’attentato dinamitardo contro di lui: non si poteva verificare una coincidenza migliore per rappresentare la delegittimazione del giornalismo d’inchiesta. Abbandonare Ranucci all’isolamento giudiziario significa esporlo a una “lite temeraria” che in realtà è un’intimidazione nei confronti della libertà di stampa.

Giusta o sbagliata che sia la condotta del giornalista, l’azienda per cui lavora ha l’obbligo editoriale di difenderlo da qualsiasi accusa. Altrimenti, si configura una forma di censura preventiva che prescinde anche dal suo comportamento specifico: il fatto che sia andato a parlarne in un’altra rete tv, rientra nell’esercizio del diritto di parola e di opinione, sancito dall’articolo 21 della Costituzione, anche per difendere il proprio lavoro e la propria reputazione professionale. La contestazione della Rai nei suoi confronti risulta, perciò, quantomai pretestuosa e illegittima.

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