LA GUERRA E LA LEZIONE DEGLI ANNI TRENTA DEL ‘900 da VOLERELALUNA
La guerra e la lezione degli anni Trenta del ‘900
Tonino Perna 29-04-2026
Karl Polanyi inizia la sua memorabile opera La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca (Einaudi, 1974, con brillante e approfondita introduzione di Alfredo Salsano) con una frase apodittica: «La civiltà del XIX secolo è crollata». Quella civiltà poggiava su quattro istituzioni: a) l’equilibrio del potere che ha impedito una guerra tra le grandi potenze; b) la base aurea internazionale che rappresentava una organizzazione unica dell’economia mondiale; c) il mercato autoregolato che produceva un benessere economico senza precedenti; d) lo Stato liberale. Due di queste istituzioni erano economiche e due politiche. Tra queste istituzioni la base aurea si dimostrò decisiva, la sua caduta fu la causa prossima della catastrofe. Va ricordato che i saldi delle bilance commerciali venivano regolati con l’invio di lingotti d’oro. L’equilibrio si reggeva sul fatto che il paese in attivo aveva un surplus di oro che gli permetteva di immettere più cartamoneta in circolazione e questo faceva aumentare i prezzi rendendolo meno competitivo e quindi riportando in equilibrio la bilancia commerciale. Questa dinamica ha funzionato finché non c’è stata, a partire dal Regno Unito, l’uscita dal sistema aureo. Per Polanyi «l’idea del mercato autoregolato era una grossa utopia. Nel tempo avrebbe annullato la sostanza umana e naturale della società, distrutto l’uomo fisicamente e trasformato il suo ambiente in un deserto».
Il XIX secolo ha prodotto un fenomeno inedito negli annali della civiltà occidentale e cioè una pace di cento anni, dal 1815 al 1914. Oggi assistiamo ad un altro cruciale passaggio storico, cesura, rottura. Molte sono le analogie con quello che accadde negli anni ’30 del secolo scorso.
La prima analogia riguarda l’equilibrio dei poteri. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata la divisione del mondo in due blocchi che hanno condotto delle guerre per affermare il loro dominio in diverse aree del cosiddetto Terzo Mondo, mai scontrandosi direttamente. Allo stesso tempo la tragedia della seconda guerra mondiale ha spinto le grandi potenze a promuovere un organismo superiore ai singoli Stati in grado di dirimere le controversie internazionali, di affermare un diritto internazionale sulla base della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Dopo il 1989, la rovinosa caduta dell’URSS e l’apertura nel 1990 della Cina al mercato mondiale hanno modificato improvvisamente lo scenario. Per un breve, storicamente parlando, lasso di tempo si è creata una grande aspettativa di prosperità e pace, simboleggiata dagli accordi per il disarmo nucleare delle grandi potenze. Dopo appena un decennio il quadro mondiale è cambiato, a partire dall’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001. Da quel momento c’è stato il tentativo da parte Usa di creare un mondo unipolare, di affermare la loro potenza, militare e finanziaria, a livello planetario.
La seconda analogia riguarda la crisi della “signoria” del dollaro e lo sganciamento dal dollar standard da parte di alcune grandi potenze. A livello di economia-mondo il dollaro si è sganciato dall’oro dall’agosto del 1971, divenendo la moneta di riserva egemone negli scambi internazionali. In breve, gli Usa hanno goduto della signoria del dollaro che gli ha consentito di coprire ogni anno un crescente disavanzo commerciale che ha superato i mille miliardi di dollari nel 2025 e un debito pubblico che è arrivato (ottobre 2025) a 38.000 miliardi di $, di cui circa il 25% detenuto dai Paesi esteri, in particolare dalla Europa (il 33%). Una parte rilevante del mondo si è stancata di questa egemonia e ha cominciato ad organizzare una risposta: sono nati i Brics che intendono sganciarsi dal dollaro nel loro interscambio. In pochi anni la valuta Usa è scesa dal 75% degli scambi internazionali a meno del 60% e questa caduta si sta accelerando
La terza analogia riguarda la messa in discussione della globalizzazione dei mercati, ovvero dell’ideologia del mercato globale autoregolato. Trump non ha fatto altro che scoperchiare la pentola. La globalizzazione dei mercati aveva portato gli Usa a un processo di deindustrializzazione e impoverimento della maggioranza della popolazione. La finzione del free trade non reggeva più e il tentativo di imporre dei dazi da parte Usa è la palese dimostrazione del fallimento della “mano invisibile”di smittiana memoria.
La quarta analogia è la crisi dello Stato liberale e la deriva autoritaria. Dovunque si posi l’occhio sul nostro pianeta vediamo che avanzano le forme autoritarie di governo. Dove c’erano delle fragili democrazie si sono trasformate in democrature: peggio delle dittature perché ti danno un parvenza di pluralismo, fanno emergere il dissenso per poi reprimerlo brutalmente. In ogni caso le democrazie parlamentari o liberali sono in crisi ovunque e stanno riducendosi in tutto il mondo. Una stima attendibile sostiene che il 45% della popolazione vive in una democrazia, anche se il confine con le democrature si fa sempre più labile: anche nelle democrazie di lungo corso assistiamo a torsioni autoritarie e al controllo crescente dei gruppi di potere sui mass media.
Riassumendo, le analogie con gli anni ’30 sono inquietanti: crisi del dollaro, che aveva sostituito l’oro, come valuta di riserva internazionale; rottura dell’equilibrio del potere, dopo l’89, verso un mondo multipolare che richiede un nuovo equilibrio tra le forze in campo; crisi dello Stato liberale, verso forme di governo autocratico o vere e proprie democrature; crisi della globalizzazione: i dazi di Trump ne rappresentano il sigillo. La “terza guerra mondiale a pezzi” come l’ha definita papa Francesco potrebbe degenerare in una guerra tra le superpotenze. Ma, lo scenario più probabile è un altro: la moltiplicazione dei conflitti locali, che sono anche globali perché dietro ci sono i burattinai, ovvero le grandi potenze. Basti pensare a cosa sta succedendo nell’Africa sub-sahariana. Decine di guerre glocal, ibride, che si giocano su più piani e che stanno facendo crescere in modo esponenziale gli sfollati, i rifugiati, che emigrano spesso nei Paesi limitrofi (solo il 6% raggiunge l’Europa) aggravandone le condizioni e creando le condizioni per nuovi conflitti.
Una strategia per ridurre i conflitti e arrivare a un mondo pacificato (oggi sembra una utopia) passa attraverso la costruzione di un nuovo equilibrio in campo monetario (riprendendo, ad esempio, la proposta del bankor di Keynes), di una regolazione del commercio internazionale e della finanza, di una ripresa della democrazia e delle aggregazioni tra Stati superando le barriere nazionali. L’odio dilagante è un fattore moltiplicatore di conflitti armati tra Stati e all’interno di uno stesso Paese. Ma non basta denunciare il business delle industrie delle armi e far conoscere al grande pubblico le responsabilità di questi conflitti e le complicità dell’Italia, della Europa e delle superpotenze (Usa, Russia, Cina). È necessario trovare un nuovo equilibrio tra queste quattro istituzioni, due economiche e due politiche, come Polanyi aveva giustamente individuato.
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