LA FRANCIA BOLLENTE SPEGNE PURE LE CENTRALI NUCLEARI da IL MANIFESTO
La Francia bollente spegne pure le centrali nucleari
Filippo Ortona 26/06/2026
PARIGI
In Francia si muore di caldo e non è un’iperbole: «La mortalità è in aumento», ha detto ieri mattina Emmanuel Grégoire, sindaco di Parigi, dove per la prima volta nella storia la colonnina di mercurio ha superato i 40° nel mese di giugno.
Il ministero della Salute ha indicato che, solo nella capitale, vi sono stati ieri 25 arresti cardiaci dovuti al caldo, a fronte di un tasso abituale per lo stesso periodo di 15, mentre gli ospedali parigini sono «ormai saturi», ha denunciato ieri il prefetto di Parigi Patrice Faure: «Il numero di ospedalizzazioni non finisce di aumentare».
L’ONDATA DI CALORE senza precedenti che si è abbattuta sulla Francia dal 17 giugno, e che non allenterà la morsa fino almeno alla notte di sabato, ha messo in tensione l’insieme delle infrastrutture amministrative, scolastiche, sanitarie ed energetiche di un intero paese. L’episodio climatico del tutto inedito per questo periodo ha messo in luce, in particolare, le disuguaglianze a fronte dei pericoli posti dalla crisi climatica. Lo aveva riconosciuto persino il ministro macronista della Città e delle politiche abitative, Vincent Jeanbrun. «L’ondata di caldo non è solo una questione climatica», aveva detto il giorno prima che quest’ultima sommergesse il paese. Ma è anche «una questione di giustizia sociale» che colpisce in maniera sproporzionata le persone «che vivono in una casa troppo calda o che vivono in strada», aveva detto all’epoca il ministro.
UNA DELLE PRINCIPALI e più efficaci misure varate dal governo francese negli ultimi anni per far fronte alle ondate di caldo è l’accoppiamento di due dispositivi: da un lato il finanziamento statale chiamato Ma Prime Rénov’ per incoraggiare i proprietari a ristrutturare gli alloggi; dall’altro, l’instaurazione del divieto di affittare case con una classe energetica troppo bassa.
Di recente entrambe le misure sono state riviste dalle autorità. Il 24 giugno il governo ha annunciato che intende sospendere il divieto imposto agli affitti degli alloggi a grande dispersione energetica, mentre il budget allocato a Ma Prime Renov’ è stato tagliato di più di 500 milioni di euro, poi sospeso e infine rimesso in moto ma con condizioni d’accesso più difficili. «Ciascuno conosce le restrizioni di bilancio alle quali il nostro paese è sottoposto», ha detto il ministro Jeanbrun in un’intervista a Le Monde il 23 giugno.
LA MANCATA PIANIFICAZIONE ecologica ha colpito in questi giorni anche le infrastrutture energetiche. Tre centrali nucleari sono state sospese, mentre almeno un altro reattore opera a basso regime. Edf, l’operatore pubblico dell’energia, ha spiegato che ciò avviene perché l’acqua dei fiumi usati per raffreddare i reattori è troppo calda, e utilizzarla significherebbe versare nei fiumi l’acqua a una temperatura che metterebbe in pericolo gli ecosistemi e gli usi dell’uomo.
Episodi simili si verificano ormai ogni anno e possono aggravarsi qualora a un’ondata di caldo si associ la siccità. «I corsi d’acqua sono allora al minimo e il loro flusso è più debole, cosa che obbliga a ridurre lo sfruttamento dei reattori», spiega l’Autorità di sicurezza nucleare francese. Il governo ha fatto sapere che non vi sono rischi di blackout, in parte grazie all’aumento di energia solare e in parte perché il resto delle centrali nucleari dovrebbe continuare a funzionare a pieno regime.
IERI, L’INSIEME dei principali sindacati francesi della scuola ha invitato gli insegnanti a «utilizzare il diritto di sciopero là dove necessario per protestare contro l’assenza di miglioramento delle condizioni di lavoro e per ottenere i mezzi necessari», si legge in un comunicato che denuncia «ricoveri in urgenza» e «malanni» dovuti al caldo e alla fatiscenza delle strutture. Negli ultimi anni, insegnanti, studenti e sindacati hanno moltiplicato gli avvertimenti sul fatto che la scuola francese non è preparata ad affrontare la crisi climatica. E a marzo avevano consegnato un rapporto al ministro dell’Educazione nel quale si preconizzavano delle misure per far fronte del riscaldamento del clima. Il rapporto non è mai stato reso pubblico dal ministero, malgrado le richieste degli estensori, che lo hanno pubblicato in proprio martedì, in piena ondata di caldo.
Una delle raccomandazioni del rapporto è l’identificazione di una soglia di temperatura oltre la quale si deve decretare la sospensione del lavoro. L’anno scorso una misura simile è stata adottata temporaneamente, ma solo per i cantieri e con una corrispondente perdita di salario. «Bisogna che ci sia una garanzia del 100% del salario» e che la sospensione sia automatica e valida per tutti i settori, ha detto ieri la segretaria generale della Cgt Sophie Binet, per la quale si deve instaurare un «dispositivo di disoccupazione provvisoria d’intemperie» climatica.
La grande siccità: anche i dati «bevono»
Andrea Capocci 26/06/2026
Sviluppo malato La penuria d’acqua è una delle conseguenze del cambiamento climatico con cui dovremo fare i conti nei tempi più brevi. Il caldo prosciuga i fiumi e consuma i ghiacciai, ovvio. Ma è anche il nostro modello di sviluppo ad essere sempre più assetato, dall’agricoltura all’industria
La penuria d’acqua è una delle conseguenze del cambiamento climatico con cui dovremo fare i conti nei tempi più brevi. Il caldo prosciuga i fiumi e consuma i ghiacciai, ovvio. Ma è anche il nostro modello di sviluppo ad essere sempre più assetato, dall’agricoltura all’industria.
E la direzione in cui stiamo andando è quella contraria al risparmio dell’acqua.
Anche quest’anno il Po è ridotto a un ruscello e l’estate è appena agli inizi. La stagione non era iniziata male, con laghi e invasi a buon livello. Ma l’ondata di caldo si è fatta sentire rapidamente. Adesso le riserve idriche nel bacino del grande fiume sono del 35% inferiori alla media del periodo di riferimento. Con l’avvio della stagione dell’irrigazione, ci sono scorte «solo per qualche settimana», ha comunicato ieri l’Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici nel distretto del fiume Po.
Ma siccome è un sistema di vasi comunicanti (letteralmente), i rimedi alla scarsità d’acqua per i campi coltivati finiscono per colpire settori adiacenti e altrettanto dipendenti dall’acqua.
La Regione Lombardia ieri ha chiesto a Terna e alle altre aziende del comparto energetico di sottrarre un po’ di acqua ai bacini idroelettrici per darla ai contadini. E così le fonti rinnovabili e l’agricoltura sostenibile, in teoria alleati nella transizione ecologica, diventano concorrenti.
La competizione per l’acqua, risorsa antica oggi divenuta scarsa, è solo agli inizi. Nuove bocche si stanno affacciando sulla Pianura padana e anch’esse andranno dissetate. L’industria dell’intelligenza artificiale, per esempio, si muove in funzione della disponibilità di acqua fresca. L’acqua è necessaria per raffreddare i data center, i grandi capannoni stipati di microchip in cui i dati vengono trasferiti, elaborati e rispediti a chi ne fa richiesta. È un’industria in piena espansione nel nord Italia e consuma quantità enormi di energia.
Acqua e energia vanno di pari passo. L’energia infatti non si «consuma» veramente ma si trasforma, quasi sempre in calore. Dunque: più energia si utilizza, più acqua è necessaria per far funzionare i data center.
Negli ultimi tre anni, la potenza installata per i dati è aumentata del 67%. I due terzi dell’aumento sono localizzati in Lombardia, lungo gli affluenti che alimentano il Po, i campi coltivati e quindi tutti noi. Le proiezioni dicono che la crescita continuerà: degli 80 gigawatt di cui è stata autorizzata la prossima installazione, la metà ricadrà sulla Regione. Secondo uno studio della società A2A, il fabbisogno di queste strutture potrebbe quadruplicare di qui al 2035 e raggiungere il 12% del totale nazionale. I cinque centri in costruzione a sud di Milano consumeranno da soli quanto i 400mila abitanti di Bologna. Per raffreddare tutti questi capannoni serviranno tra i due e i tre miliardi di litri d’acqua fresca ogni anno, all’incirca il consumo medio di trentamila persone, sostiene l’Osservatorio data center del Politecnico di Milano.
Esistono metodi alternativi per raffreddare i data center senza consumare l’acqua, però richiedono tecnologie più moderne e costose. Una legge che regoli la realizzazione di nuovi impianti ancora non c’è. Ce n’è una in discussione al senato, ma se verrà approvata in ogni caso serviranno i decreti attuativi e probabilmente arriverà a cose già fatte. In assenza di una normativa nazionale, si procede per leggi regionali. Quella della Lombardia non obbliga a utilizzare le tecnologie più sostenibili in materia di consumo d’acqua e lascia ampio margine decisionale ai comuni.
Per alimentare questi data center, dice il governo, servirà tornare alle centrali nucleari. Se andrà così, la pianura padana si riempirà pure di reattori assai bisognosi, ovviamente, d’acqua di raffreddamento. Anche se una centrale come quella chiusa a Caorso consumerebbe un terzo dell’acqua del Po che scorre a Torino, sembra che solo le centrali atomiche possano garantire energia elettrica con continuità. Le cronache dalla Francia però dicono il contrario: lì la canicola ha surriscaldato i fiumi utilizzati per il raffreddamento, col risultato che i reattori sono stati spenti «causa caldo». Non ci si può fidare nemmeno del nucleare.
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