IRAN LA TRAPPOLA DELL’ESCALATION da IL MANIFESTO
Iran, la trappola dell’escalation
Francesca Luci 27/03/2026
La guerra grande «Se non cedono saremo il loro peggiore incubo»: il negoziato è un fantasma, Trump non sa più come uscirne. E accumula nuove truppe
Ieri sera, attraverso un testimone a Teheran, abbiamo sentito in diretta il rumore dei bombardamenti mentre un’intensa pioggia avvolgeva la capitale. In mattinata, Babolsar, Sari, Mashhad, Ardabil, Kermanshah, Hamedan e altre città iraniane erano state bombardate. Due studenti – erano fratelli – hanno perso la vita a seguito dei bombardamenti che hanno colpito un villaggio alla periferia di Shiraz, nel sud dell’Iran. Mentre si ingrossa ogni notte di più la presenza degli iraniani nelle strade delle città. Stando ai dati ufficiali, finora la guerra è costata almeno 1.937 vittime civili (240 donne e 212 bambini) e 24.800 feriti, tra cui 4.000 donne e 1.621 bambini.
I COLLOQUI “INDIRETTI” tra Usa e Iran vanno avanti tramite la mediazione pakistana, mentre continuano senza sosta gli attacchi aerei americani e israeliani sull’Iran. Un ufficiale israeliano definisce la situazione «business as usual» e annuncia l’uccisione del comandante della marina iraniana, Alireza Tangsiri: «Aveva un ruolo nel blocco di Hormuz».
Il conflitto militare americano contro l’Iran si sta trasformando in una trappola per l’amministrazione Trump. Naufragato il piano strategico di forzare il cambio di regime, l’offensiva ha provocato una ritorsione economica devastante tramite la chiusura dello Stretto di Hormuz, mettendo in ginocchio i mercati energetici globali e privando gli Stati Uniti di una via d’uscita onorevole. Secondo gli analisti, entrambe le parti sono cadute in una “trappola dell’escalation”: nessuna può ritirarsi senza subire gravi conseguenze, ma continuare il conflitto indebolisce entrambe. Le opzioni sono limitate: dichiarare una vittoria fittizia, continuare l’escalation o accettare una soluzione che lascerebbe il regime della Repubblica Islamica intatto. Il piano americano in 15 punti chiede la fine dei programmi nucleari e missilistici iraniani e il ritiro del sostegno alle milizie filo-iraniane, in cambio di sgravi delle sanzioni. L’Iran, invece, chiede risarcimenti di guerra, il riconoscimento del proprio controllo su Hormuz e garanzie contro futuri attacchi, aspirando a diventare la potenza egemone del Golfo.
GLI STATI ARABI del Golfo Persico sono allarmati: l’Iran sta resistendo, indebolito ma più aggressivo, e ha assunto il controllo di fatto dello Stretto, acquisendo una leva energetica globale. Secondo Nayef bin Nahar, professore universitario in Qatar, l’escalation in corso rischia di trascinare i paesi della regione in un conflitto su vasta scala, con pesanti conseguenze economiche. Bin Nahar sostiene che il presidente americano privilegia la stabilità dei mercati statunitensi rispetto alle conseguenze che gli attacchi comportano per l’economia dei paesi del Golfo Persico.
SECONDO TRUMP l’Iran ha permesso il passaggio di 10 petroliere attraverso lo strategico Stretto di Hormuz come “regalo” per dimostrare la sua serietà nei negoziati volti a porre fine alla guerra. Non è chiaro se le sue esternazioni siano basate su notizie vere o solo indirizzate a creare effetti economici provvisori ad uso e consumo degli insider del mercato. Secondo il comando centrale Usa, i raid hanno distrutto due terzi delle infrastrutture militari iraniane per missili e droni, oltre al 92% delle navi più grandi della marina iraniana.
L’OFFENSIVA VERBALE lanciata dalla Casa Bianca fa tuttavia supporre una difficoltà reale nel gestire un conflitto che si sta rivelando più complesso del previsto. «Se non abbandoneranno le ambizioni nucleari – ha detto ieri Trump – saremo il loro peggiore incubo, nel frattempo continueremo a spazzarli via». L’intensificarsi della retorica bellica suggerisce che l’amministrazione sta cercando di giustificare all’opinione pubblica la necessità del conflitto per affrontare il suo effetto negativo sull’economia del Paese.
L’Ocse prevede per il 2026 un’inflazione Usa al 4,2% (+1,2% su dicembre, il più alto aumento dei paesi industrializzati) e una crescita globale al 2,9%, in rallentamento rispetto al 2025. Per gli Stati Uniti, la crescita dovrebbe attestarsi al 2% nel 2026 per poi scendere all’1,7% nel 2027.
CON L’ARRIVO di migliaia di militari statunitensi nella regione, l’ombra di un intervento terrestre si fa sempre più concreta. Tuttavia, comporterebbe il rischio di vittime e un ulteriore coinvolgimento in un conflitto sempre più impopolare. L’analista di sicurezza israeliano Danny Citrinowicz è categorico: «Se Washington vuole davvero riaprire lo Stretto di Hormuz, ha solo due strade: negoziare un accordo o impiegare una forza militare massiccia. Non esiste una terza opzione». Il potenziale costo che comporterebbe l’occupazione di una nazione di 90 milioni di persone ha impedito a ogni presidente degli Stati Uniti di lanciare un’invasione dell’Iran negli ultimi cinquant’anni. Non è scontato che il presidente americano voglia assegnarsi il premio.
L’IRAN STA SCOMMETTENDO sulla necessità di Trump di uscire dalla guerra, rifiutando aperture diplomatiche e intensificando gli attacchi nel Golfo nonostante piani negoziali e tentativi di mediazione. La percezione iraniana è alimentata anche da critiche come quelle del presidente tedesco Steinmeier, che definisce la guerra «contraria al diritto internazionale» e attribuisce la responsabilità del conflitto a Usa e Israele. Oltre alla difficoltà di Trump con i suoi naturali alleati (anche ieri ha attaccato la Nato). Teheran vede l’occasione per umiliare l’amministrazione americana.
Il segretario generale dell’Onu definisce la guerra «fuori controllo». Ormai pare un dettaglio.
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