AMPLIARE I “PROGRESSISTI”: COSÌ SALTA IL MELONELLUM da IL FATTO e IL MANIFESTO
Ampliare i “progressisti”: così salta il Melonellum
Domenico Gallo 2 Ottobre 2026
È in discussione alla Camera per l’approvazione definitiva la riforma elettorale con le modifiche introdotte al Senato. A differenza di altre riforme elettorali, questa volta c’è stata una tempestiva e forte mobilitazione della società civile iniziata con l’appello “Torniamo alla Costituzione” lanciato da 158 costituzionalisti e raccolto dalle principali forze di opposizione che hanno respinto in toto la riforma, evitando compromessi pasticciati. L’opposizione della società civile sta organizzando una campagna di resistenza giudiziaria al Melonellum mediante ricorsi da presentare in tutte e 29 le circoscrizioni di Corte d’appello, con l’obiettivo di pervenire in tempi brevi al giudizio della Corte costituzionale.
Massimo Villone (Il Fatto del 18 settembre) ha messo in evidenza l’astuzia della maggioranza che è ricorsa ad accorgimenti vari per aggirare i paletti posti dalla Consulta con le sentenze 1/14 e 35/17. In primo luogo, l’innalzamento della soglia per accedere al premio di maggioranza dal 40 al 42% e l’autolimitazione del premio di maggioranza abbassando il tetto da 230 deputati a 220. Nel passaggio al Senato, inoltre è stata introdotta per l’elettore la possibilità di esprimere tre preferenze, fermo restando il capolista bloccato, secondo il modello dell’Italicum che sul punto non è stato censurato dalla sentenza 35/17. Questi accorgimenti non cambiano la natura di legge truffa del Melonellum. Il meccanismo del premio di maggioranza con soglie di sbarramento comporta una forte coartazione della libertà del voto perché pone all’elettore il dilemma di scegliere fra rappresentanza ed investitura. Questo conflitto è esploso in maniera eclatante in occasione delle elezioni politiche del 13/14 aprile 2008. Con un colpo di genio Veltroni, all’epoca segretario del Pd, escluse dalla coalizione tutta l’ala sinistra dello schieramento che aveva sostenuto il governo Prodi. La lista Arcobaleno, che comprendeva Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, ebbe un tracollo restando esclusa dal Parlamento. Un esame dei flussi elettorali, realizzato all’epoca dall’Associazione per il rinnovamento della Sinistra, ha dimostrato che il 55% dei voti persi rispetto al 2006 dalle forze politiche riunite nella sinistra Arcobaleno è confluita nel cosiddetto “voto utile”, mentre il 18% ha disertato le urne.
Ciò significa che una consistente fetta di elettori ha abbandonato il partito dal quale si sentiva politicamente rappresentata e ha votato per il partito politicamente meno distante in corsa per il premio di maggioranza, mentre un’altra frangia di elettori, nell’impossibilità di risolvere il dilemma fra rappresentanza o investitura, ha preferito disertare le urne. Analoga situazione si è verificò per i socialisti e l’Unione di centro con la conseguenza che milioni di elettori persero il diritto di essere rappresentati. L’impianto del Melonellum mantiene in piedi questo meccanismo manipolativo ma ciò non è stato ritenuto sufficiente ad assicurare il successo del Centrodestra. Nel passaggio al Senato è venuto fuori un altro meccanismo truffaldino. Si tratta dell’emendamento che di fatto impedisce l’ingresso in Parlamento di ogni altra forza politica diversa da quelle già rappresentate, attraverso l’artifizio di quadruplicare (da 1.500 a 6.000) il numero delle firme da raccogliere in ogni circoscrizione per poter presentare una nuova lista. Chiudere il Parlamento all’ingresso di nuove forze politiche snatura la democrazia e infligge un colpo gravissimo al principio stesso della sovranità popolare.
In questa scelta c’è un aspetto contingente: quello di impedire la partecipazione alle elezioni di una nuova forza di centro Progetto civico, guidata dall’assessore romano Alessandro Onorato, e di Rifondazione comunista, guidata da Maurizio Acerbo, che potrebbero apportare all’alleanza un contributo determinante per battere la Meloni. La presenza di queste due nuove formazioni potrebbe mobilitare una quota significativa dell’elettorato perché per l’elettore di centro e per quello di sinistra farebbe venire meno il dilemma della scelta fra investitura e rappresentanza.
Siamo di fronte a una legge truffa al quadrato. Bisogna farla fallire come fallì la Legge Truffa, il cui meccanismo manipolatorio non scattò perché alle elezioni del 1953 la coalizione di centrodestra non raggiunse il quorum del 50% per pochissimi voti. La strada è quella di allargare la base elettorale dell’Alleanza per la Costituzione. L’allargamento della base elettorale della coalizione è essenziale per superare la dicotomia fra investitura e rappresentanza e costituisce la chiave di volta che può richiamare al voto quegli elettori che, non sentendosi rappresentati, hanno disertato le urne.
Il riscatto possibile parte da una rigenerazione
Filippo Barbera 02/10/2026
Scaffale «Democrazia alla prova», di Fabrizio Barca e Luca Borzani, per Feltrinelli. Un volume che non interpreta l’autoritarismo crescente né come crisi esterna né come malattia interna, ma come esito di un’erosione adattiva della democrazia al capitalismo
Democrazia alla prova
a cura di Fabrizio Barca e Luca BorzaniFeltrinelli
Nel gennaio 2026 Palazzo Ducale e il Forum Disuguaglianze e Diversità hanno riunito a Genova, per tre giorni e davanti a oltre settemila presenze, una quarantina di voci diverse per genere, generazione, linguaggio ed esperienza. Attorno alle domande comuni e alle risposte date, nasce Democrazia alla prova (Feltrinelli, pp. 208, euro 13) che i due curatori, Fabrizio Barca e Luca Borzani, presentano come una sintesi libera dei materiali dei relatori (tra cui, per trasparenza, chi scrive).
Il libro non interpreta l’autoritarismo crescente né come crisi esterna né come malattia interna, ma come esito di un’erosione adattiva della democrazia al capitalismo. Nel trentennio postbellico la convivenza ha retto per tre ragioni: lo sfruttamento delle periferie del mondo (i Trenta gloriosi, solo per alcuni paesi), la malleabilità del capitale al conflitto sociale e la sua convenienza a farsi orientare dalla domanda pubblica. A imporla è stato un robusto «ecosistema organizzativo» di partiti, sindacati, movimenti e cooperazione che non temeva il conflitto sociale. Quando la crescita rallenta, il meccanismo che finanzia lo Stato sociale con la tassazione si inceppa, le imprese perdono competitività e le classi dirigenti progressiste, che avevano scambiato la convivenza per armonia, abbandonano la rappresentanza degli interessi sociali per farsi intermediari di risorse pubbliche o guardiani di rendite private.
COSÌ, DAGLI ANNI OTTANTA, il neoliberismo svuota i contenuti della democrazia lasciandone intatte le procedure. Quando si manifestano le promesse mancate, la ricetta perde credibilità e la sfiducia colpisce la democrazia stessa. Nasce il «nuovo contratto sociale» dell’autoritarismo: protezione, identità e «doni del principe» in cambio della concentrazione del potere. La reazione resta frammentata tra sperimentazioni che non fanno sistema, piazze che si infiammano ma non durano e avanguardie intellettuali che non generano effetti istituzionali.
La cura poggia su tre capisaldi. Primo, la Costituzione come bussola per un’idea condivisa di democrazia. Secondo, più Stato, migliore e più democratico. Non basta correggere a valle, con tasse e trasferimenti, le disuguaglianze del mercato: come ricorda Elena Granaglia, il welfare non può riparare ogni mattina le ingiustizie prodotte il giorno prima. Occorre intervenire a monte su chi possiede e controlla capitale e conoscenza, sul peso del lavoro nell’impresa, sulla proprietà intellettuale, con imprese pubbliche guidate da missioni. Uno Stato aperto verso i luoghi di vita e lavoro, e verso l’alto, a un’Europa fiscale e sociale, ora ridotta a una meno che fantasmatica entità priva di sovranità. Terzo, un’indicazione di metodo: lo sperimentalismo democratico, fatto di confronto aperto, acceso, informato e ragionevole, sulla scorta di Amartya Sen e Charles Sabel.
Da qui il libro indica alcune prospettive di azione. Anzitutto la visione condivisa, da conquistare nella contesa per il senso comune. Poi proposte che parlino ai bisogni quotidiani: l’eredità universale ai diciotto anni, un’intelligenza artificiale pubblica che sottragga i nostri dati a privatizzazione e finanziarizzazione, i patti educativi territoriali, tra le altre. Il tutto sostenuto da un ecosistema di movimenti, organizzazioni della cittadinanza e del lavoro e partiti.
I partiti sono il vero collo di bottiglia dell’agenda. Il libro non tace di come la funzione dei partiti e la loro porosità alle istanze di cambiamento siano più che mai deludenti. Lo esplicita Melissa Aglietti: come si cambia un partito dall’interno se le sue regole non lo consentono? Alle risposte degli autori ne aggiungo un paio. Lo sperimentalismo può funzionare, a certe condizioni, nelle politiche pubbliche; in politica, dove potere e interessi pesano, il metodo ha vita breve. Serve altro. Resta poi poco definita la coerenza «per sé», per dirla con Marx, del blocco sociale di riferimento dell’agenda: interessi materiali, classi, ceti e luoghi. Chi mette alla prova la presa sociale dell’agenda di Democrazia alla prova?
IL METODO DI GENOVA vince se si moltiplica, trasformando sedi di partito, Camere del Lavoro, spazi associativi e di movimento in arene strutturate dal potere di convocazione di «oggetti politici» che creano le condizioni per la messa alla prova dell’azione collettiva: l’ospedale che chiude, la scuola gelida d’inverno e rovente d’estate, la linea di trasporto con orari impossibili, il punto nascite mai aperto. Questa opzione appare però ancora lontana: oggi la politica gioca una partita surreale su campi obliqui in cui ogni pallone calciato in avanti rotola indietro e torna nella propria porta. E in cui le squadre, invece di cambiare schema di gioco, esultano per ogni autogol evitato.
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