AMITAV GHOSH: “UNA CRESCITA SENZA FINE PORTERÈ TUTTI ALLA ROVINA” da IL FATTO
Amitav Ghosh: “Una crescita senza fine porterà tutti alla rovina”
Sabrina Provenzani 15 Ottobre 2026
Lo scrittore indiano: “Parte dei leader della tecnologia ha un’idea perversa dell’intelligenza”
Fra i maggiori scrittori mondiali, Amitav Ghosh ha, in quarant’anni di esplorazione fra narrativa e saggistica, eviscerato territori e temi fondativi come gli effetti dell’imperialismo e del colonialismo, il rapporto fra natura e cultura, le ragioni lontane e strutturali del cambiamento climatico, dimostrando una prescienza quasi profetica. Ha appena vinto il Premio Lattes Grinzane, grazie, così recita la motivazione dei giurati “il dono raro di sbrigliare un’immaginazione perfino lussureggiante dentro solide cornici storiche”.
Lei ha parlato di un percorso di “diseducazione” di sé. Che cosa ha dovuto disimparare, e perché?
Per l’orribile regolarità con cui ormai assistiamo a eventi meteorologici estremi, è sempre più evidente a tutti che il nostro pianeta non è più quello di trent’anni fa. Eppure ciò che i giovani imparano oggi nelle scuole e nelle università non è sostanzialmente diverso da ciò che si insegnava trenta, cinquanta o persino cento anni fa. Mi pare evidente che dobbiamo disimparare gran parte di ciò che ci è stato insegnato. L’idea di un’economia in crescita perpetua è una di queste. Quando ero studente, la si dava per scontata; oggi è più chiaro che mai che una crescita senza fine porterà il pianeta alla rovina.
Ne La grande cecità lei prevedeva che le generazioni future avrebbero guardato alla nostra come a un’epoca di follia. A dieci anni di distanza, qual è il sintomo più evidente?
I sintomi che diagnosticavo ne La grande cecità sono oggi più visibili che mai. Sappiamo da decenni che, per mitigare il cambiamento climatico, il mondo deve ridurre il ricorso ai combustibili fossili. Eppure, anziché ridurlo, molti governi favoriscono l’espansione dell’industria fossile, aprendo alle esplorazioni delle compagnie energetiche regioni fino a ieri intatte. Questo vale soprattutto per gli Stati Uniti, ma purtroppo anche per un paese come la Norvegia, già immensamente ricco, che di recente ha aperto alle trivellazioni alcune delle sue zone costiere.
I leader della tecnologia sono pronti ad attribuire alle macchine una mente, e persino una coscienza. Quali sono le conseguenze del vedere intelligenza in un data center, ma non nella natura?
Bisogna capire che la maggior parte dei leader della tecnologia ha una concezione molto angusta, persino perversa, dell’intelligenza. La intendono essenzialmente come la capacità di manipolare simboli e di combinarli secondo regole matematiche precise. Ed è qualcosa che le macchine possono senz’altro essere addestrate a fare. Ma l’intelligenza umana è assai più complessa della capacità di manipolare simboli e di usare il linguaggio. Come osserva Giorgio Parisi nel suo splendido libro sulla complessità: “Noi (e gli altri animali, a cominciare dalle lumache) possediamo una conoscenza, un modello interno del mondo reale, che precede il linguaggio e ne è indipendente”. Non possiamo dimenticare di essere creature incarnate, e che gran parte del nostro pensiero avviene, in realtà, attraverso il corpo. Le macchine un corpo non ce l’hanno, almeno per ora.
Da Le linee d’ombra a L’isola dei fucili, i confini sono arbitrari e perfino letali. Con l’aumento delle migrazioni climatiche, lo Stato-nazione sopravviverà nella sua forma attuale? E dovrebbe?
Innanzitutto, a mio avviso è un errore usare in modo acritico l’espressione “migrazione climatica”. Io, come molti altri, ho constatato che i viaggi intrapresi dai profughi hanno molto di rado un’unica causa. In realtà, la maggior parte di coloro che si mettono in cammino lo fa per una molteplicità di ragioni, tra le quali può esservi anche il clima. Ma la telefonia mobile e i social media hanno un ruolo altrettanto importante nel motivare e nel rendere possibili questi viaggi. E poi c’è un aspetto del diritto d’asilo che si nota assai di rado: è un’eredità della Guerra fredda. Le leggi sull’asilo furono varate nei paesi occidentali negli anni Cinquanta per incoraggiare le defezioni dai paesi comunisti. Concedere asilo doveva dimostrare la superiorità morale e sistemica dell’Occidente, e quelle leggi contribuirono davvero in larga misura alla disgregazione del blocco sovietico. Il presupposto tacito era che fossero pensate per ungheresi, polacchi, cechi, russi e così via: per europei bianchi, insomma. Nessuno immaginava, allora, che un giorno anche i popoli del Sud globale avrebbero potuto appellarsi a quelle stesse leggi. In un certo senso, dunque, l’Occidente nel suo insieme è diventato vittima del proprio successo.
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