LA DECRESCITA È NECESSARIA PER SALVARE LA TERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
9317
post-template-default,single,single-post,postid-9317,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

LA DECRESCITA È NECESSARIA PER SALVARE LA TERRA da IL MANIFESTO

La decrescita è necessaria per salvare la Terra

Il Pil è diventato il concetto dominante dei nostri tempi per misurare l’economia. La crescita economica, però, maschera la povertà che crea, mediante la distruzione della natura e della sua […]

Vandana Shiva   08/09/2022

Il Pil è diventato il concetto dominante dei nostri tempi per misurare l’economia.

La crescita economica, però, maschera la povertà che crea, mediante la distruzione della natura e della sua capacità di fornire beni e servizi, e mediante la distruzione delle capacità di autosostentamento delle comunità.

Oggi, l’economia, misurata con il paradigma della «crescita», è in netto contrasto con i processi ecologici e con i bisogni umani primari. La distruzione della natura viene giustificata per favorire l’aumento della crescita, mentre per la maggior parte delle persone sono aumentate la povertà, le privazioni e l’espropriazione dei beni. Questo sistema, pur essendo promosso come «sviluppo economico», sta portando al sottosviluppo.

La privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità, della sanità e dell’istruzione determina la crescita attraverso i profitti, ma genera povertà. Quando le economie vengono misurate solo in termini di flusso di denaro, le disuguaglianze aumentano, i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Il Pil si basa sulla creazione di un confine artificiale e fittizio e sul presupposto che se si produce ciò che si consuma, non si produce. Di fatto, la «crescita» misura la conversione della natura in denaro e dei beni comuni in merci.

Una foresta vitale che cresce non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi vengono eliminati, abbattuti e venduti come legname, allora abbiamo crescita.

Se le risorse dei popoli vengono mercificate e le economie dei popoli vengono commercializzate, il flusso di denaro aumenta nella società, ma si tratta soprattutto di un «flusso in uscita» dalla natura e dai popoli verso gli interessi commerciali. L’economia del denaro cresce, ma l’economia della natura e delle persone si riduce.

Il denaro, da mezzo di scambio che riflette il valore reale di beni e servizi reali, è diventato «capitale». Questa astrazione lo separa dalla realtà e permette di violare i limiti ecologici e sociali. L’idea irreale di una crescita illimitata su un pianeta limitato è alla base dello sfruttamento della Terra e delle comunità umane.

Ogni aspetto essenziale della vita viene colonizzato e reso fonte di profitto. E ogni categoria viene manipolata per essere forzata all’interno dell’economia del denaro come unica valuta.

La visione distorta del mondo secondo cui il denaro è l’unico valore e la creazione di denaro come diritto di superiorità del colonizzatore che rivendica diritti sulle risorse e sulle vite altrui, è alla base della finanziarizzazione della natura.

La crescente conversione della natura e dei processi vitali della Terra in finanza è una continuazione e un’accelerazione dell’estrattivismo. Le società di asset finanziari stanno sviluppando un’economia finanziaria fittizia da 4.000 miliardi di dollari derivante dall’estrazione di profitti su beni e servizi provenienti dai «beni naturali». Questa mercificazione è l’appropriazione dei beni comuni della vita.

La pretesa di «stabilire il valore della natura» è una negazione dei diversi valori attraverso i quali le culture indigene si relazionano alla Terra e agli esseri che la abitano. L’«aumento del valore attribuito alla natura attraverso soluzioni basate sul mercato» prosegue la negazione delle economie viventi della natura e delle comunità locali e riduce la vita a un costrutto colonizzante.

Ridurre la natura a un mercato e ridurre i processi ecologici della Terra a beni da possedere e scambiare nel mondo finanziario viola tutti i principi fondamentali con cui Madre Terra organizza la sua economia vivente e condivide i suoi doni per nutrire e sostenere tutti gli esseri viventi. Mediante l’estrattivismo è possibile convertire la natura in denaro, ma non è possibile trasformare il denaro in natura. La creazione di nuovi algoritmi per moltiplicare le finanze e aumentare le risorse finanziarie non può rigenerare la vita che si è persa nella natura a causa della distruzione ecologica.
La violazione dei diritti della Terra e delle comunità locali e alla base della logica dell’ecocidio e del genocidio. Le emergenze molteplici che stiamo affrontando: la crisi sanitaria, la crisi energetica, la crisi climatica, la fame, la povertà, l’ingiustizia sociale, sono interconnesse tra loro e hanno radici comuni in un paradigma economico basato sull’estrattivismo e sulla crescita illimitata, che non riconosce limiti ecologici ed etici, che non rispetta l’integrità e i diritti della Terra e dell’umanità. La corsa alla crescita sta portando alla nostra estinzione come specie terrestre.

La nostra vita e la nostra libertà ci impongono di liberarci dalla prigione mentale e materiale della «crescita». È tempo di svegliarsi e capire che per favorire la vita e la libertà dobbiamo fermare la macchina estrattivista dall’avidità.

La strada proposta dal movimento per la decrescita è caratterizzata dal recupero dei beni comuni, dal porre la natura e le persone al centro dell’economia e della democrazia per creare economie viventi e democrazie viventi, per vivere e produrre in armonia con la natura.

«Senza limiti non c’è democrazia»

INTERVISTA. Il sociologo Marco Deriu parla del rapporto tra crisi ecologica e democratica. E di come è possibile uscirne. A partire dalla partecipazione, dal cambiamento del modello di sviluppo e dai beni comuni

Daniela Passeri   08/09/2022

«La decrescita è il nuovo nome della pace. In un contesto di lotta per le risorse e distruzione dell’ambiente, solo questa prospettiva può consentire rapporti pacifici». Marco Deriu, sociologo dell’Università di Parma e membro dell’Associazione per la decrescita, è autore di Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro (Castelvecchi, pp 310, 25 €), una riflessione sulla relazione tra la crisi ecologica e la crisi della democrazia.

La democrazia che conosciamo ha le carte in regola per farci uscire dalla crisi climatica e ambientale?

La mia prospettiva parte dall’idea che la democrazia, così come l’abbiamo concepita fino a oggi, è de-naturalizzata, perché non si è mai interrogata fino in fondo sulle radici ecologiche della società, su quanto le comunità politiche e le forme del vivere dipendono da elementi ambientali. La democrazia si è fondata sulla massimizzazione del consumo delle risorse. Questo spiega alcuni limiti della situazione in cui ci troviamo. Dal mio punto di vista, la democrazia non è immune da responsabilità per ragioni storico-politiche. Il benessere delle nostre democrazie è basato su un tipo di organizzazione socio-economico che dipende da un afflusso di beni che provengono da tutto il mondo e da un accesso a energia a buon mercato che pensiamo di dare per scontato, ma che tale non è.

È quella che lei definisce una democrazia fossile…

Nel libro uso questa immagine per dire una doppia cosa: c’è sia una radice materiale, ovvero una connessione tra l’evoluzione dei regimi di diritti e libertà politiche liberali e l’uso e il controllo prima del carbone e poi del petrolio. Ma fossile è anche un modello di democrazia che non si è mai posta il tema della responsabilità verso le generazioni future, né dal punto di vista ecologico né da quello economico – pensiamo alla questione del lavoro o del debito – e che di fatto riduce le prerogative democratiche per chi viene dopo.

La crisi climatica mette in discussione l’idea di libertà assoluta sulla quale si fondano le democrazie. Come dovrà cambiare la concezione di libertà in una democrazia ecologica?

Nella tradizione democratica c’è una riflessione sul tema dei limiti, degli equilibri, della distribuzione del potere. Però nella nostra cultura democratica l’idea di libertà è stata in gran parte pensata come un modello di libertà individualistica, come essere sciolti da vincoli, poter fare, produrre, consumare, comprare quello che vogliamo, secondo una cultura consumistica e un modello di accumulazione di crescita illimitato. Un’idea di libertà che consuma non solo la natura e i beni comuni, ma consuma la democrazia stessa. Per me diventa fondamentale riscoprire un’idea di libertà in relazione. Relazione con il territorio, l’ambiente, tra generi, tra generazioni, tra forme viventi differenti.

Il senso del limite non è appannaggio della democrazia. Perché è necessario inglobarlo?

La massimizzazione delle possibilità per ciascuno non coincide con il fare quello che ci pare. Se tutti consumano e sfruttano l’ambiente e i beni sociali senza preoccuparsi delle condizioni di accesso degli altri, quello che succede è che distruggiamo i beni e trasformiamo la natura dei beni con cui ci relazioniamo. Costruire una forma di benessere o prosperità che sia davvero democratica significa trovare delle risposte collettive e un senso della misura che non è un’aggregazione dei desideri individuali, ma è una costruzione collettiva. La ricerca dei limiti è la chiave per una democrazia capace di futuro. Certo, il solo riconoscimento dei limiti ecologici di per sé non è detto che produca un sano senso di responsabilità, potrebbe anche rafforzare la competitività per l’accaparramento delle risorse scarse da parte di élite geografiche o di classe. Per questo abbiamo bisogno anche della giustizia sociale e di democratizzare le nostre forme di consumo.

Da dove ripartire per una trasformazione e rigenerazione della pratica democratica?

Sono diversi sentieri che si possono percorrere. Intanto bisogna riconoscerne i lati oscuri, come la cosiddetta «miopia delle democrazie», un tema ben presente nel dibattito politologico attuale: per come sono strutturate le democrazie, il confronto si costruisce su prospettive di brevissimo periodo, mentre fanno fatica ad entrare in gioco decisioni che riguardano, per esempio, le generazioni future. Come provare a trasformare? Secondo me occorre introdurre una sorta di sperimentalismo democratico, che può essere applicato anche in campo ecologico. Un tema cruciale è quello delle forme di partecipazione e quindi delle garanzie procedurali che vengono riconosciute ai cittadini quando si tratta di operare delle scelte che impattano sui territori, come le grandi opere. Uno spazio interessante di sperimentazione è quello dei beni comuni che possono essere gestiti da comunità di persone che si rendono responsabili della loro tutela. Le tematiche ecologiche hanno poi fatto emergere la necessità di coinvolgere sempre più i giovani nei processi decisionali in una società che fino ad ora si è data l’anzianità come criterio di garanzia. Inoltre, io credo che un ruolo interessante possa essere svolto dalle città, o reti di città, come luoghi che contemperano la doppia esigenza di riavvicinare le persone alla democrazia e nello stesso tempo affrontare decisioni che, obiettivamente, non possono essere prese a livello locale come quelle sui servizi o sul welfare. Nell’affrontare il cambiamento climatico non c’è solo il confronto tra stati, che abbiamo visto essere lento e non scevro di conflittualità, ma occorre mettere in campo più soluzioni e più processi. Non esiste una «soluzione verde» chiavi in mano, nessuna di queste strade, da sola, può tirarcifuori dai guai: dobbiamo capire che la questione climatica è una lente che ci deve spingere a ripensare in tutti i suoi aspetti le nostre istituzioni democratiche.

Alla prospettiva della decrescita, lei scrive, manca ancora una visione politica. A che punto siamo?

Io credo sia interessante ragionare sull’idea del decrescere, più che sulla decrescita come stato delle cose. Quindi su un modello di transizione capace di assumere il tema della discontinuità. Qui sta la grossa questione dal punto di vista della democrazia: la scienza ci dice che per costruire forme di sostenibilità dobbiamo modificare le forme di consumo, di produzione, di alimentazione, e tanti aspetti che hanno a che fare con le nostre abitudini quotidiane. Come è possibile fare questo in una logica consensuale e democratica? È possibile se la politica ci accompagna nell’assunzione di scelte collettive. Per questo c’è enorme bisogno di investire nelle pratiche democratiche, perché l’alternativa è quella di aspettare che qualcuno ci tolga dai guai in maniera autoritaria. La riflessione sulla democrazia e sulla decrescita sono strettamente imparentate.

Nel suo libro lei sottolinea l’apporto dell’eco-femminismo a questa riflessione. Perché è importante?

È importanti su tanti livelli. Da quel filone di pensiero e di pratiche emerge la consapevolezza dello squilibrio tra le forme di produzione e il disconoscimento delle forme di riproduzione in senso lato. Se vogliamo, l’ossessione per la crescita e certe forme di politica competitiva derivano dal fatto che molte esigenze legate alla cura e alla riproduzione, la gestione dei legami sociali e comunitari, sono state estromesse dallo spazio pubblico e considerate parte di un regno privato di necessità concrete lasciate alle singole persone e delegate essenzialmente al lavoro delle donne o degli invisibili, lavoratori che non accedono al riconoscimento pubblico. Sono riflessioni fondamentali non solo per i rapporti tra generi e generazioni, ma anche per immaginare una politica diversa.

10 comandamenti per un’energia pulita

PROPOSTE. Dagli scienziati di «Energia per l’Italia», coordinati dal prof. Balzani un decalogo che suggerisce ai politici la giusta strada per una vera transizione

Maria Cristina Fraddosio   08/09/2022

Avevano annunciato ad agosto la volontà, in vista delle elezioni del 25 settembre, di pubblicare un «Decalogo» sulla transizione energetica da presentare e discutere con le forze politiche disposte ad ascoltare. Gli scienziati e accademici del gruppo Energia per l’Italia, coordinato dal professor emerito dell’Università di Bologna Vincenzo Balzani, hanno stilato i dieci punti da adempiere per garantire un futuro sostenibile a fronte della grave crisi climatica ed energetica. Dopo la proposta per cambiare radicalmente strategia puntando su efficienza ed energie rinnovabili, a cui ha aderito anche il premio Nobel per la Fisica Parisi, è stato pubblicato un documento puntuale sulle scelte che i nostri politici dovrebbero compiere.

SI PARTE DALL’ABBANDONO DELLE FONTI fossili, alla luce dai dati relativi alle perdite economiche stimate in 72,5 miliardi di euro che il nostro Paese ha subito in 40 anni, dal 1980 al 2019, a causa dei danni prodotti dalla crisi climatica. Dipendenza dal gas, speculazione dei mercati, eventuali ricatti da regimi autocratici – secondo gli esperti – possono essere evitati soltanto laddove si investa su risparmio energetico, efficienza ed energie rinnovabili.

IN MERITO AL PIANO DEL MINISTRO della Transizione ecologica Roberto Cingolani di ridurre di un’ora e di un grado il riscaldamento durante l’inverno – precisano – «agisce solo sulle utenze civili e punta ad una riduzione della domanda stimata in 6 miliardi di metri cubi. Per fare a meno di gas e carbone di provenienza russa dobbiamo puntare su vento, sole e accumuli, arrivando a coprire almeno il 60% della produzione, inclusa quella necessaria ad alimentare termopompe e motori elettrici supplementari. L’incremento sarà a carico dei settori solare ed
eolico, per i quali occorre il sostanziale raddoppio della potenza installata. La rete è già pronta per gestirne il trasporto e la distribuzione»
Al secondo punto c’è l’energia come bene comune e la necessità che ciascun cittadino condivida e scambi l’energia prodotta, ricorrendo ad esempio a batterie al litio e pompaggi idroelettrici. È indispensabile – scrivono – che per realizzare la democrazia energetica si sviluppino le comunità energetiche. Sul futuro dei colossi dell’oil&gas – precisano – l’autoconsumo collettivo diventerà prevalente fino a coprire il 70% del fabbisogno. Le multinazionali si riconvertiranno a gestori delle reti e fornitori di servizi di rete».

IN MERITO ALLE CRITICITA’ SOLLEVATE sulla sostenibilità del litio – spiegano – «è il 25esimo elemento più abbondante che abbiamo in natura e lo stiamo trovando un po’ ovunque, certamente siamo ancora in una filiera estrattivista che va controllata per legge introducendo la tracciabilità». Al terzo posto del Decalogo c’è il taglio dei sussidi alle fonti fossili, ovvero 35,5 miliardi di euro pubblici che dovrebbero essere dirottati verso programmi coerenti con la transizione energetica.

LA QUARTA RACCOMANDAZIONE è di non puntare sull’energia nucleare perché sarebbe una scelta «totalmente sbagliata: il problema delle scorie non ha ancora una soluzione e sussiste il pericolo di gravi incidenti alle centrali». A ciò si aggiunge – dicono gli esperti – l’inadeguatezza del nostro territorio, densamente popolato, sismico e privo di riserve di uranio. La quinta proposta consiste in edifici e trasporti efficienti, sostenibili e non inquinanti: secondo gli scienziati e gli accademici di Energia per l’Italia occorre investire nella coibentazione degli edifici pubblici e privati, il cui fabbisogno energetico va alimentato con fonti rinnovabili.

«È NECESSARIO – SPIEGANO – POTENZIARE i trasporti pubblici locali a trazione elettrica, trasferire quote rilevanti delle merci su treno, vietare la vendita di nuovi motori termici entro una data ravvicinata, istituire prezzi politici per gli abbonamenti mensili o annuali sull’intera rete del trasporto pubblico, utilizzare solo motori elettrici, estendere i treni veloci sull’intera rete e costruire una rete ciclabile nazionale molto capillare».

ABBATTENDO LE SOVVENZIONI STATALI alle fonti fossili, si potrebbero così finanziare le aziende di trasporto locale e le Regioni: «L’efficienza dei motori elettrici – chiariscono – fa calare drasticamente le emissioni di CO2, dai 150 grammi/chilometro di una vettura tradizionale a 50 (un calo del 66%)». Al sesto posto del Decalogo c’è la necessità di attivare subito il Piano nazionale di adattamento al nuovo clima. «L’Italia è in ritardo ed è tempo che si allinei al resto dell’Ue. Esiste una Strategia di adattamento nazionale da dieci anni – denunciano – ma non c’è ancora un Piano. Lo deve approvare il Mite».

IL DOCUMENTO SERVIRA’ AD INDICARE le azioni prioritarie da intraprendere «per ridurre i danni nei settori: risorsa idrica, agricoltura, rischio idrogeologico, trasporti, biodiversità, produzione energia…». Il settimo punto stilato dagli scienziati è relativo alla formazione di una cittadinanza consapevole e alla ricerca su cui investire per affrontare le crisi. «In questo particolare momento – avvertono – dovrebbero essere privilegiati quei temi di ricerca inerenti alle problematiche ambientali, economiche e sociali, ricordando che le possibili soluzioni devono guardare responsabilmente al futuro dell’umanità e del nostro pianeta».

ALL’OTTAVO POSTO C’E’ L’AGRICOLTURA sostenibile, la conservazione del suolo e la protezione delle foreste. Le scelte da perseguire devono tener conto della diminuzione e compatibilità ambientale delle produzioni animali, del potenziamento del settore biologico e delle produzioni locali e del contrasto al consumo irreversibile di suolo. Secondo gli esperti, «i fondi europei, vigilati dal Ministero per le Politiche agricole e dalle Regioni, devono essere condizionati a misure efficaci di gestione sostenibile, conservazione e miglioramento dei suoli agricoli, puntando alla minima o nulla lavorazione dei terreni, alla copertura continua con vegetazione, al mantenimento di un ecosistema agricolo vitale, applicando le misure suggerite dall’approccio ecologico della moderna agronomia».

L’AGRICOLTURA INDUSTRIALIZZATA OGGI invece – spiegano – «è spinta all’acquisto di macchine agricole sempre più potenti, spesso affidate a contoterzisti che tendono a fare il massimo delle lavorazioni nel minimo tempo possibile. Il paesaggio agrario che ne deriva, immensi campi perfettamente uniformi senza alberi né siepi, è un segnale visibile di insostenibilità».

LA NONA RACCOMANDAZIONE è di proteggere la salute dall’inquinamento dell’aria. A tal riguardo il gruppo scientifico di Energia per l’Italia sottolinea come siano necessari «la decarbonizzazione delle fonti energetiche per qualsiasi settore, dai trasporti, al riscaldamento, alle industrie, e l’utilizzo sempre più esplicito delle Bat – Best Available Techniques – nelle attività produttive e in agricoltura. Pur comprendendo che la transizione non sarà rapida e indolore, è fondamentale – dicono – che durante il passaggio siano minimizzati gli inquinanti derivanti dalle combustioni – aerosol, ossidi di azoto, composti organici volatili, ammoniaca – che hanno impatti devastanti, come osservato in questi ultimi decenni, sia sulla salute sia sul clima».

ULTIMO PUNTO DEL «DECALOGO» è maggiore equità sociale in Italia e negoziazione per la pace in Europa. Il cessato il fuoco è un imperativo. La guerra – secondo gli scienziati – va fermata con i negoziati. Dal punto di vista socioeconomico «i dati Istat informano che nel 2022 la povertà assoluta ha raggiunto il massimo storico in Italia, con circa 5,6 milioni di poveri». La soluzione sul piano fiscale secondo loro non è la flat tax: «Non risponderebbe a criteri di equità e sottrarrebbe risorse al finanziamento del welfare. Energia per l’Italia – chiariscono – si rifà all’articolo 53 della Costituzione ed è quindi favorevole ad un sistema tributario improntato a criteri di progressività: propone la riduzione delle tasse per i redditi sotto i 20 mila euro, la revisione in senso maggiormente progressivo degli scaglioni delle imposte sui redditi e la tassazione dei patrimoni milionari. Vede con favore i contenuti della campagna Tax the rich di recente promossa da Sbilanciamoci!.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.