CRISI DELLA SCUOLA = CRISI DELLA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CRISI DELLA SCUOLA = CRISI DELLA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO

Fra crisi e rilancio della democrazia, un appuntamento

FUORILUOGO. La rubrica settimanale a cura di Fuoriluogo

Grazia Zuffa

In piena campagna elettorale, si fa fatica a interessarsi al dibattito fra i contendenti, per lo più imperniato sulla gara a chi meglio interpreta i supposti «interessi degli Italiani». Nessuno (o quasi) sembra preoccuparsi di come si è inceppata la comunicazione della principale istituzione democratica, il parlamento, con “gli Italiani”, così come si evince dal sempre più grave problema della astensione dal voto. Peraltro, non c’è da meravigliarsi di tanta indifferenza nei confronti di questa crisi della democrazia rappresentativa: è la stessa manifestata da pressoché tutte le forze politiche, quando si sono trovate d’accordo nel tagliare il numero dei parlamentari: senza alcuna riflessione sulle conseguenze negative nel (necessariamente ridotto) rapporto fra elettore ed eletto, senza avvertire l’urgenza di cambiare la legge elettorale per salvaguardare quel delicato rapporto nel nuovo parlamento.

Vero è che il come rappresentare al meglio la volontà popolare niente ha a che fare con il “dagli alla casta”, che ha portato al drastico taglio ai parlamentari: utile esempio del baratro che divide il populismo con i suoi feticci (la «casta» in testa), dalla democrazia. Un baratro in cui risuona sinistra la fanfara del «presidenzialismo» (cara al centro-destra); che – guarda caso – promette di ri-accentrare il potere in alto, incurante della crisi di legittimazione democratica in basso.

Eppure, in molti avvertiamo il bisogno di una riflessione complessiva sulla crisi degli strumenti della democrazia rappresentativa, della democrazia diretta e più in generale della partecipazione politica.

Da qui l’iniziativa della Società della Ragione, insieme ad altre associazioni unite nella collaborazione politica (il Centro Riforma dello Stato – Crs e l’Associazione Luca Coscioni): promuovere un seminario di approfondimento, dal 16 al 18 settembre, a Treppo Carnico dal titolo: Dentro la krisis: referendum, parlamento, partiti e partecipazione politica.

Sul parlamento e la sua impasse, già si è accennato. Circa gli strumenti di democrazia diretta e il rapporto con le prerogative del parlamento, la recente vicenda dei referendum offre molti spunti. Le campagne promosse nell’estate 2021 non hanno sortito alcun esito normativo. I quesiti «eutanasia legale» e «cannabis legale», che avevano ottenuto una adesione popolare straordinaria nella raccolta delle firme, non hanno superato il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale. Pensando anche alla bocciatura della stessa Corte del quesito abrogativo più trainante dei sei proposti in tema di «giustizia giusta» (la responsabilità civile dei magistrati), è legittimo interrogarsi sulla reale agibilità politica di questo strumento di democrazia diretta; e su come la ripetuta preclusione al voto possa compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Tanto più che lo sbarramento al referendum rimanda alla pronta iniziativa del parlamento: che però, proprio sulle questioni su cui “gli Italiani” si sono dimostrati più interessati a dire la loro, appare paralizzato. Come si vede, se un pilastro istituzionale vacilla, ne risentono tutti gli altri e in ultimo la stabilità dell’edificio. Perciò va riesaminato fin dalle fondamenta: dal senso e dagli strumenti del «fare politica», a fronte del declino dei partiti politici e dei movimenti.

La krísis, etimologicamente, può significare declino, ma anche trasformazione e occasione di cambiamento. Ripensare gli strumenti della democrazia per rilanciare le battaglie che più ci stanno a cuore: sulla giustizia, sulle carceri, sui diritti, per dare voce ai soggetti, specie i più ignorati e le meno ascoltate: è questa, per riassumere, la sfida dell’appuntamento di Treppo.

I guasti del modello aziendale e del delirio di comando

CRISI DELLA SCUOLA. La crisi della scuola italiana rappresenta un aspetto del nostro declino. Dopo la pseudo riforma Renzi è diventata una labirintica macchina burocratica.

Luigi Vavalà

La crisi della scuola italiana rappresenta certamente un aspetto grave del nostro complessivo declino. Non è nelle mie intenzioni ripetere qui le già note questioni relative all’aziendalizzazione esclusivamente funzionale delle istituzioni formative.

Negli ultimi decenni, ed in modo particolare dopo la regressiva pseudo riforma del governo Renzi, la scuola in grandissima parte è diventata una labirintica macchina burocratica che blatera in modo coatto su competenze e contenuti digitali, abbandonando la via di un solido collegamento tra le possibili conoscenze umanistiche e scientifiche.

A questo bisogna aggiungere che, nonostante l’inflazionata retorica sulla centralità dello studente, in realtà è scomparsa completamente la cura dell’individuo in quanto soggetto irripetibile e unico.

Nella nostra pur drammatica collocazione in natura, la scuola dovrebbe proprio assumersi il compito di connettere le conoscenze possibili in un gioco di vita, in grado di arginare le incombenze sempre presenti della paura e della pigrizia mentale. Negli ultimi anni soprattutto ha preso il sopravvento un dirigismo lontanissimo da ogni forma virtuosa di cooperazione e le decisioni riguardanti la vita quotidiana della scuola vengono prese da un ristrettissimo gruppo di persone. Ci troviamo di fronte, di fatto, ad un vero e proprio dominio dirigenziale aggravato anche dal gusto di poter disporre, con vera e propria libidine di comando, del tempo e delle capacità di docenti e studenti, limitando l’arricchimento delle facoltà inventive e non riducibili al semplice uso delle tecnologie moderne. Non c’è più una verifica adeguata sui contenuti conoscitivi; insegni male Cartesio, Galilei o Platone? Non interessa più alla dirigenza, attenta soltanto a che il PCTO o altri progetti imposti dal ministero siano formalmente a posto e spendibili sul mercato dell’offerta scolastica. Stupisce che un dirigismo del tutto miope e asfittico venga retoricamente chiamato «gioco di squadra». Niente di tutto questo, l’effettiva cooperazione è difficile trovarla e il rispetto per le sensibilità personali si perde.

Non è esagerato concludere dicendo che nella scuola italiana odierna si respira «un’atmosfera ferina», tesa proprio al piacere della sussunzione e di poter quindi chiudere in una gabbia le facoltà e la creatività umana.

Il rimedio che si potrebbe auspicare sarebbe quello di tornare a forme di collegialità, già sperimentate in passato, abbandonando gli aspetti autoritari del dirigismo, aggiornando ovviamente la comunicazione linguistica e filtrando gli aspetti fecondi per la formazione che pur si possono trovare nella modernità.

La precondizione rimane quella di staccare la scuola dal modello aziendale, proponendo un umanesimo in grado di valorizzare la ricchezza delle differenze soggettive. I contenuti, scientifici ed umanistici, devono tornare al centro dell’attività didattica, senza essere compressi dalla furia digitale. Sarebbe anche auspicabile ritornare alla figura del preside come “primus inter pares”, chiudendo la fase storica devastante e decadente del dirigente scolastico, che oggi arriva a guadagnare da 70.000 a 100.000 euro all’anno, a fronte dei 35.000 euro di un pur valido docente alla fine della carriera. Una disuguaglianza sproporzionata e difficile da sopportare, considerando anche che gli insegnanti italiani sono tra i peggio pagati d’Europa.

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